Se la letteratura tornasse all’immaginazione

Nella magia delle parole per cercare l’essenza dell’uomo

 

Intervista a Marco Onofrio

di Silvia Santirosi

 

L’incontro con Marco Onofrio, poeta, scrittore e saggista di Marino, avviene nella sede della casa editrice Edilazio, di cui è direttore responsabile. Mentre parliamo, soprattutto del suo lavoro, non si può far a meno di notare l’entusiasmo e la passione che lo animano. Iniziamo la conversazione proprio da qui.

 

 

La tua identità ibrida è, forse, un punto d’osservazione privilegiato dei problemi emergenti nel panorama culturale italiano…

C’è una crisi tremenda, prima di ogni altra cosa dal punto di vista economico. Le persone non hanno, materialmente, soldi da spendere in cultura, e quindi in libri. Moltissime librerie stanno chiudendo. Aggiungiamo pure una mancanza di punti di riferimento e una parcellizzazione del discorso culturale, non esistono più aggregazioni, non esistono più gruppi. C’è un individualismo esasperato e un egocentrismo povero. Ben diversa era, ad esempio, la situazione negli anni Sessanta. C’erano dei maestri, penso a Moravia, a Pasolini, che catalizzavano anche tanti giovani. Storicizzando i nostri anni, credo che si salverà poco. Anche a livello editoriale, prevalgono dinamiche e logiche di tipo televisivo, con un abbassamento della soglia critica. È necessario che l’editore, quindi, abbia “un’idea”. Non è un mestiere redditizio, per guadagnare ci si può impegnare in mille altre attività. Bisogna amare questo lavoro, l’oggetto libro e la possibilità di mettere al mondo qualcosa di nuovo.

Non che qualcosa sia, ma che sia possibile: è questo che importa” recita la frase di Karl Kraus che apre il tuo ultimo libro, “Emporium. Poemetto di civile indignazione”. Che cosa oggi è ancora possibile? O cosa ci si dovrebbe augurare?

La letteratura dovrebbe avere un contatto diretto con l’utopia. È lo spazio, possibilmente umano, dove si immagina il futuro al di là del linguaggio utilizzato. Questo, credo, sia il compito, anche sociale e politico, degli scrittori: lavorare con le parole e creare la possibilità di immaginare un futuro. È qui l’importanza che “qualcosa sia possibile”. Se si perde la capacità di immaginare, si arriva alla morte della realtà, del mondo, dell’uomo. Il compito fondamentale degli scrittori, degli artisti in generale, credo sia proprio questa etica umana, intesa come salvaguardia del valore umano delle cose. Un compito per il Duemila, visto che forse viviamo ancora nel Novecento. Sono convinto che si debba lasciare un segno del nostro passaggio sul mondo, sebbene la società sia tutta strutturata su una sorta di giro di giostra veloce. Non ci si può accontentare di un figlio. Anche lui è mortale. Passi il testimone della tua generazione. Ma poi? Ci vuole qualcos’altro.

Nel tuo sito web si può leggere un vero e proprio racconto della tua vita. La cosa che colpisce è la precisione dei dettagli, la quantità di informazioni che offri al lettore. Perché?

Penso che se qualcuno va a leggere la storia della mia vita, sia alla ricerca di notizie sulla mia persona. Quindi, ho cercato di dare tutto quello che potevo dare. È un discorso di onestà. Lo stesso succede quando presento un autore, come nel caso di Guido De Carolis o del libro che sto scrivendo su Antonio Debenedetti: cerco di dare tutti gli strumenti possibili per apprezzare la sua opera.

Quali sono i tuoi maestri?

I miei modelli di riferimento sono soprattutto pittorici e cinematografici. Credo che coloro che si occupano di un àmbito creativo non debbano abbeverarsi, o non solo, alle fonti del proprio linguaggio, ma frequentare le altre arti Sul versante della pittura mi piacciono soprattutto il Barocco, e artisti come De Chirico, Escher e Dalì. Per quel che riguarda il cinema penso a Fellini, Hitchcok, Bergman. Tornando alla letteratura e guardando ai contemporanei, mi viene in mente Niccolò Ammanniti, che ritengo un ottimo narratore. Il compito del romanzo, oggi che esistono il cinema e la televisione, non è più quello di “raccontare una storia”, ma di interessare, di avvincere il lettore. Qualità che ritrovo in Ammanniti, ma non in Calvino, per fare un altro nome. D’altra parte mi piacciono anche gli scrittori con una lingua barocca, ricca di sfaccettature, dotati di scrittura multisensoriale.

Qualche nome per la poesia.

Due su tutti: Sandra Petrignani ed Elena Clementelli.

Entrambe donne.

Sì, credo che la poesia contemporanea raggiunga delle vette particolarmente alte nelle donne più che negli uomini.

L’arte può anche avere una valenza terapeutica?

L’auto-terapia poetica non mi interessa. La poesia, pensiamo anche a mito di Orfeo, ha una capacità incantatoria che deriva dalla musica, dal suono. Le parole hanno un potere che potremmo definire magico. Poesia come “suono che guarisce”: funziona come un nastro trasportatore che ti permette di entrare in un’altra dimensione.

Qual è oggi il ruolo dell’uomo di lettere?

Lo scrittore deve utilizzare le parole per cercare l’essenza dell’uomo. L’essere si esprime attraverso il linguaggio: le nuove possibilità devono essere cercate attraverso il linguaggio. E il poeta in tutto questo ha un ruolo fondamentale, essendo colui, tra gli scrittori, che più è immerso nel magma del linguaggio. Recuperare la tradizione – primo fra tutti Dante, che ha creato la lingua con la quale stiamo parlando – per aprirsi a una prospettiva futura senza legarci a qualcosa in particolare, un’ideologia, una parola. La grande eredità del Postmoderno è l’opportunità di essere osmotici. Si può “volare sopra le cose”, come diceva Dino Campana, attraversandole in profondità per cercare l’Uomo. Non l’Io.

Mille altre cose avrebbero potuto esser lette, ma il tempo dei saluti arriva sempre. Ci congediamo con una stretta di mano. Vado via, lasciando Marco Onofrio alla sua “stanza piena di libri”, in quella piccola casa editrice che è un po’ come una fabbrica di sogni e grandi idee.

marzo 2009

 

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