Aldo Onorati: il mistero della poesia e la clessidra della letteratura

Intervista a Marco Onofrio, curatore della prima antologia poetica

dello scrittore castellano

 

di Patrizia Pallotta

 

È recentemente uscita, per i tipi di EdiLet (Edilazio Letteraria), la prima antologia poetica di Aldo Onorati, dal titolo Il mistero e la clessidra (210 pagine, 12 €), a cura dello scrittore e critico letterario Marco Onofrio, che della EdiLet è anche direttore editoriale. Proprio Marco Onofrio siamo andati ad incontrare, nello studio della casa editrice romana (a via Taranto, 184 - zona San Giovanni), per l’intervista qui di seguito riportata.   

 

Come nasce questo volume?

Dal bisogno di rileggere Onorati a nuove condizioni, con più adeguata distanza critica, per tracciare un bilancio globale, pur quando non definitivo, sul suo percorso poetico (un tracciato coerente, organico, di rara intensità), e dunque pagare in tempo utile il giusto debito nei confronti di un poeta che merita di essere valorizzato tanto quanto il narratore che indubbiamente, splendidamente, anche è. Ho voluto assemblare in un corpus limpido e compatto il meglio (o ciò che mi sembra tale) della produzione di Aldo Onorati (un’avventura lunga cinquant’anni), per “dimostrare” e divulgare, presso un pubblico di non soli addetti ai lavori, la statura di uno tra i più notevoli e sorprendenti poeti del Novecento. A dispetto della critica che, almeno in Italia, lo ha un po’ snobbato come poeta, “inquadrandolo” soprattutto come narratore. In realtà, a ben vedere, c’è piena circolarità osmotica fra l’Onorati prosatore e l’Onorati poeta.

 

Quale criterio hai adottato per la selezione delle poesie?

Sono ricorso a Tutte le poesie, che ha inaugurato nel 2005 le edizioni di Anemone Purpurea (la casa editrice diretta da Aldo Onorati e da suo figlio Luca): un volume di oltre 400 pagine, dal quale ho pescato a piene mani per estrarre 151 liriche, che ho poi raggruppato non in ordine cronologico, ma per tagli sincronici, a percorso tematico, suddividendole in 5 sezioni: Dolenti creature di fumo; Urne di vuoto; Artigli di luce; Il cuore del leone; Il mistero e la clessidra. In alcuni casi ho proceduto con selezioni ulteriori, all’interno di singole poesie, per estrarne il nucleo vitale (anche pochi versi: così, ad esempio, nascono i “frammenti” della sezione Artigli di luce). Operazione, questa, rischiosa e non sempre gradita agli autori che la “subiscono”. 

 

Aldo Onorati ha interagito nella selezione?

Assolutamente no. Pare incredibile, ma non ha voluto visionare neppure le bozze! Un attestato di grande stima e amicizia nei miei confronti, di cui lo ringrazio pubblicamente. L’unica cosa che si è riservato di “suggerire” è stato il titolo del libro.   

 

Già, “Il mistero e la clessidra”: perché questo titolo?

Come a dire: l’eterno e il tempo, ovvero i termini stessi in cui è racchiusa la nostra esistenza. Ma è anche un titolo funzionale al processo di storicizzazione che qui si è tentato: da una parte il mistero senza tempo della poesia, che si riproduce in ogni epoca e luogo; dall’altra la clessidra della letteratura, storicamente e socialmente determinata, attraverso la quale (come un granello di sabbia) precipita l’autore, col peso maggiore o minore del suo apporto. 

 

Quali sono i principali temi della poesia onoratiana?

In queste poesie c’è tutta la nostra vita, la nostra complessità di creature coscienti: di quello che siamo, di quello che non siamo. L’uomo visto sub specie aeternitatis. Un repertorio praticamente sterminato di temi e motivi: l’amore, il dolore, la morte, la fine di ciò che esiste, il ricordo, la nostalgia, la luce, l’ombra, l’illusione, la gioia, il godimento dei sensi, il carpe diem, l’impermanenza, la tensione metafisica, Dio, il mistero… Ecco, soprattutto questo: c’è un colloquio pungente e profondissimo col mistero indicibile che è in ogni cosa, dentro e intorno a noi: con i segni del tempo e dello spazio. E un ascolto intenso ed assoluto.

 

Che sapore ha la sua parola poetica?

Un sapore pieno e corposo. La parola di Onorati non suona mai a vuoto, come talvolta avviene in autori anche conclamati; ma è sempre umana e quindi sanguigna, plastica, materica, prensile, vera. Onorati conduce la parola fino agli estremi termini della sua sedimentazione interiore. Solo così diventa una “creta metamorfica” che mette le cose davanti agli occhi, vive e nude. Ed ecco la tipica scrittura onoratiana, sintetica e agglutinante, che illumina di squarci e lampi: con due parole sa dipingere un mondo.

 

Come si colloca Aldo Onorati nella poesia del Novecento?

In una posizione volutamente laterale e autonoma, votato com’è il poeta alla classicità naturale della parola ed estraneo com’è sempre stato alle mode, agli -ismi, alle false sperimentazioni. Aldo Onorati non ha mai cercato il clamore fatuo e l’occhio indiscreto dei riflettori. E ha pagato ben volentieri il prezzo della libertà e della coerenza. Anche per questo sono convinto che lascerà, anzi ha già lasciato, una traccia destinata a durare nel tempo. 

 

Quali opere di Onorati apprezzi, oltre alla poesia?

Ha scritto oltre trenta libri. Su tutti, citerei tre opere fondamentali: Lettera al padre, La saga degli Ominidi e La speranza e la tenebra, che è il suo vero, autentico romanzo.

 

Aldo Onorati e i Castelli Romani.

Aldo Onorati “è” i Castelli Romani. Qualcuno un giorno ha detto giustamente che egli stesso è un Castello Romano ambulante. Ma la sua fama travalica i confini di questo territorio, che pure ama intensamente e cui ha dedicato vita e opere. Onorati è tradotto in sedici lingue, tra cui cinese, coreano, arabo, esperanto, russo, polacco e portoghese. Tiene conferenze e “lecturae Dantis” in Italia e all’estero. Ha ottenuto e continua ad ottenere prestigiosi riconoscimenti, a livello nazionale e internazionale. Ma non si è mai montato la testa, proprio perché ha in sé la giusta misura delle cose e, come detto, vede l’uomo sub specie aeternitatis: è sempre rimasto Aldo Onorati di Albano; il figlio di Feliciano; lo scrittore coltissimo legato alla sua terra, alla sua vigna, alla sua gente. Non si può non provare ammirazione e affetto per un uomo e un poeta così.      

 

maggio 2010

 

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