Intervista a Marco Onofrio su Nello specchio del racconto

 

di Paolo Di Paolo

 

Raccontare uno scrittore schivo come Antonio Debenedetti non deve essere impresa facile. È riuscita a un altro scrittore, classe 1971, Marco Onofrio. Dopo avere sondato i vasti territori della poesia novecentesca italiana (tra i suoi titoli, Ungaretti e Roma e Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana), si accosta ora a un grande narratore come Debenedetti. Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti (EdiLet, pp. 230, euro 15) è il risultato ammirevole di un’ampia e stratificata analisi: libro per libro, Onofrio evidenzia le linee di quell’«itinerario di coerenza estrema» di cui ha parlato Giulio Ferroni. Lo “scrittore Novecento”, come Onofrio ribattezza Debenedetti, viene avvicinato e spiato nel misterioso rigore da «asceta del mestiere letterario». «Inquieto, problematico, ipocondriaco, volubile, meteoropatico»: Onofrio azzarda un ritratto vis-à-vis e centra l’obiettivo, accostando alle parole scritte le tessere fotografiche di Massimiliano Malerba. Qui lo scrittore viene colto nel vivo, nella luce di un preciso pomeriggio di novembre. Roma, l’Aventino: i luoghi del cuore. E tutta la gamma espressiva dell’uomo: gentile, sorridente, pensoso, malinconico, inquieto, curioso.

 

Marco Onofrio, quali sono le difficoltà che si incontrano nel lavoro critico su un autore vivente?

«Il vantaggio è l’afflato di umanità che sostiene ciò che scrivi, il contatto e confronto diretto con lo sguardo dello scrittore di cui ti occupi, con i suoi umori, le sue piccole e grandi verità quotidiane. Certo, esiste anche un forte condizionamento, in quest’a tu per tu. Ho registrato circa venticinque ore di conversazione con Debenedetti e le sue riflessioni hanno alimentato la mia analisi, ne hanno chiarito alcuni tratti, ma a volte hanno anche sparigliato le carte».

Vuol dire che lo scrittore tende a depistare?

«Se non depista, spesso però prende le distanze. Nega. C’è sempre un momento in cui gli sottoponi un’interpretazione, una lettura, un interrogativo da cui intende con tutte le forze smarcarsi. Cosa vorrà dire? Che quel tema lo punge o lo inquieta troppo? E come andrà considerato quel negarsi? A volte, si ha l’impressione che negando qualcosa la si affermi con più forza. In un “no” può accendersi una spia luminosa che invoglia a indagare proprio lì».

E il rischio di ricevere dall’autore risposte troppo “nobili” come lo si evita?

«Con Debenedetti non è un rischio che si corre. La sua grande lucidità mentale, il demone dell’intelligenza lo spingono a problematizzare tutto ciò che afferma, a metterlo e a mettersi continuamente in discussione. In questo dibattito condotto anche con sé stesso, Debenedetti è sincero e lascia spesso emergere profonde verità personali e letterarie anche involontariamente, talvolta suo malgrado».

Se dovesse, per un’enciclopedia del futuro, riassumere il senso dell’opera di Debenedetti fino a questa data, cosa direbbe?

«Parlerei di una narrativa-scandaglio che si insinua negli interstizi più problematici del Novecento. Debenedetti tocca tutti i nervi scoperti di un secolo, li porta alla luce attraverso le storie dei suoi personaggi che del Novecento portano addosso segni, nevrosi, malattie. Le acque trasparenti della sua scrittura nascondono strane e inquietanti profondità».

Che idea si è fatto della forma cristallina della scrittura di Debenedetti?

«Che sia frutto di un processo di scritture e riscritture continue. La sua insoddisfazione lo porta a non accontentarsi mai, a non concludere se tutto non è perfettamente chiaro, cioè chiarito. È il tuffo spezzato di cui parlo nel libro: un tuffo come al rallentatore. Il nuotatore sta per lanciarsi, si ferma, poi avanza leggermente e si ferma di nuovo, fino al momento in cui finalmente fa il suo ingresso nell’acqua con una perfezione ammirevole e senza schizzi d’acqua. Il fascino di un libro come Amarsi male sta nell’aver tradotto in una forma perfetta e quasi scabra il contatto tra esprit de finesse e esprit de geometrie, tra ragione del sentimento e sentimento della ragione. Amarsi male è lo spartito della musica mentale di Debenedetti, quella che – come diceva Moravia – finito il racconto si rimpiange che non continui».

 

   “l’immaginazione”, n. 261, marzo 2011

 

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