Diario di bordo

 

Sabato 1 ottobre 2011: inaugurazione del sito!

 

Il mio nuovo web site. Pazientemente costruito, pezzo dopo pezzo, dal mese di luglio. Recuperando scritti, ricordi, frammenti. Riflessi del mio percorso. Ne ho fatta un po', di strada, e tanta spero me ne resti da percorrere (ché di cose da fare - e da dire - ne ho ancora parecchie). Come? sempre impegnandomi a fondo, dandomi con amore a tutto ciò che mi vede coinvolto, mantenendo accesa la scintilla dentro gli occhi. Perché scrivo? per afferrare la mia corsa. Ovvero: per tenermi dentro dal cadere. Per circoscrivere e trafiggere, con crudele dolcezza, le mie visioni, i miei fantasmi, i miei demoni, i miei "miti" interiori. Costellazioni di senso irradianti, che sono - e restano, malgrado le parole - sempre ancora da risolvere e pensare.  E poi, bado unicamente a che i miei libri sappiano tracciare un percorso coerente e organico, un tracciato di vita, fuori e dentro di me. Appezzo i riconoscimenti, certo; ma aborro dalla ricerca del successo a tutti i costi, dall'approvazione indiscriminata, dal consenso cieco. Meglio pochi lettori, ma buoni. Essere me stesso. Coincidere con la mia voce vera. Non tradirmi mai. Sono questi i "precetti" (liberamente autodeterminati) che rivendico alla mia pagina... 

 

«Un bravo artista è destinato ad essere infelice nella vita: ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, vi trova dentro solo perle»

 

                                                                                                                                                                                                                                      H. Hesse 


A me non interessa scrivere cose che possano piacere a tutti. Non voglio ricevere i complimenti della vecchietta sentimentale. Non sono il boy-scout che le dice: "nonnina, permetti che ti aiuto ad attraversare la strada?" Non scrivo storie "con il cagnolino". La mia è una ricerca di scavo negli inferni della psiche, a costo di sporcarsi di sangue e merda. Io alzo il sasso per vedere se sotto ci sono i vermi brulicanti. Caravaggio, non Raffaello. Dante Alighieri, non Petrarca. Mi interessa lo spiacevole, il disdicevole, l'osceno: ciò che "si sa" ma di cui "conviene" non parlare. Voglio sparigliare le carte, far esplodere le gabbie, sputtanare le finzioni. Odio l'ipocrisia e la viltà del vivere comune. La perla, se c'è, si trova in fondo all'immondizia.   


Chiamatemi "cavallo pazzo". "Orso e leone", mi definisce Dante Maffìa. Non riconosco precedenze baronali. Sono intemperante, incontrollabile, refrattario alle regole non scritte della “società letteraria” (specie quando è sottobosco o gallinaio di provincia). Un giorno potrò dire di me, con le parole di Paolo Volponi (La macchina mondiale): "io fui considerato il più dannoso, una specie di Giuda che dopo aver tradito non si era impiccato e aveva continuato ad andare in giro a battere alle porte e a camminare per le strade tenendo alta la testa, ancora pronto ad accusare e a lavorare". 

 

Penso ad esempio al Territorio dove vivo e risiedo, dal marzo del 1988. Ne ho le tasche piene di come viene strumentalizzata la cultura ai Castelli Romani! Si comincia sempre con le migliori intenzioni; poi subentrano, puntuali, dinamiche localistiche soggette all'influenza dei gruppuscoli, degli ostracismi, delle maldicenze reciproche, delle gelosie, dei potentati politici. Certo, sono dinamiche comuni a tutto il mondo della cultura: ma ai Castelli Romani vengono esercitare con particolare piccineria provinciale, e non capisco perché, dato che si tratta di un territorio ricco di eccellenze.


Il mio non è un rifiuto “a priori” della socialità letteraria. E come potrebbe esserlo? La cultura è, per definizione, lievito di condivisione, partecipazione, comunicazione. Perché altrimenti “pubblicare”, se non per confrontarsi pubblicamente (e, tra i vari pubblici da raggiungere, anche quello dei “colleghi”)? La mia convinzione nasce dall’esperienza, di autore  e operatore editoriale. Sul piano ideale tutto fluisce splendidamente. Quando si passa al piano reale – dei rapporti concreti – le cose purtroppo cambiano. Quante volte ho voluto credere nella possibilità di creare occasioni di autentica, leale condivisione! Circoli di lettura, abbozzi e tentativi di riviste, manifesti poetici. Si comincia sempre col piede giusto. Poi però, sistematicamente, subentrano interessi di altro tipo. Si calano le maschere ed emergono le gelosie, i rancori, i secondi fini. Il giardino più delizioso si trasforma presto in un’arena di belve affamate. Quanti autori, ad esempio, fingono di interessarsi alle mie opere soltanto per accattivarsi la mia attenzione editoriale verso le loro, ai fini di una possibile pubblicazione? Quando poi, dopo averli letti con l’attenzione richiesta, rifiuto di pubblicare – come è nelle mie facoltà – la loro opera inedita, decade istantaneamente ogni interesse per la mia.


Certo, le “vipere” ci sono sempre state. Ma la situazione di oggi non è strutturalmente paragonabile a quella dei decenni precedenti la massificazione del computer e di internet, che hanno modificato anche il modo di scrivere e leggere i testi. L’apparente facilità di accesso al mezzo letterario/editoriale ha aumentato la diffusione di certe false convinzioni (sentirsi scrittori senza esserlo, senza averne né il talento né l’adeguata preparazione) e dunque l’arroganza delle aspirazioni infondate, da cui le conseguenti delusioni, e i rancori, le gelosie. C’è una marea di dilettanti che presumono di poter scrivere senza leggere o studiare, e che – guardando ai casi pubblici dei pochi autori di successo – prevedono/pretendono per le loro approssimative opere di esordio, pubblicate (a pagamento di lucro) da editori senza scrupoli, allori che neppure dopo trent’anni di carriera scrittori veri riterrebbero dovuti. Ecco il “rumore di fondo” che impedisce l’emersione della qualità e dall’autentica socialità letteraria. Senza contare che, in tal modo, si scrive molto più di quanto si legga – e così i libri restano invenduti, fino alla saturazione attuale, e al rischio di paralisi del sistema.


Si potrà “fare gruppo” in modo culturalmente e creativamente proficuo, dunque, a patto di prescindere dalle dinamiche tipiche della “zavorra” che appesantisce l’ambiente letterario. Il modello potrebbe essere quello dell’arcipelago di isole. Ciascuno impegnato nel proprio percorso, ma pronto al confronto e al dialogo con gli altri, sulla base di un “codice etico” comune e condiviso. Niente secondi fini (sarà mai possibile?) Limitare al massimo l’esibizionismo narcisistico. Impegnarsi seriamente nella lettura reciproca che dà “crescita”. Aprirsi serenamente al giudizio (sereno e sincero) degli altri. Confrontarsi con onestà intellettuale su alcuni temi fondamentali e/o di particolare urgenza, anche per censire i limiti di sviluppo della cultura contemporanea.


Così recita un passaggio di Treno di panna (1981), il romanzo d’esordio di Andrea De Carlo: «noi siamo racchiusi sotto questa cupola di nevrosi in questo ranch di talenti in attesa che arrivi uno con un lazo a tirarci fuori dal branco e portarci finalmente verso la esposizione totale che ricerchiamo e vorremmo evitare allo stesso tempo». È proprio questa, mi pare, la condizione perpetua in cui si dibattono, mordendo il freno, i talenti invisibili: quelli cioè che non vengono aspersi dal crisma dell’ufficialità, l’unico che garantirebbe loro di essere considerati, di vendere copie dei loro libri e, quindi, di impostare la propria attività letteraria su basi professionali.

 

Il passaggio decisivo che consente a uno scrittore di imporsi finalmente come tale (a prescindere dal successo che ne potrà scaturire) è la pubblicazione con l’editore “di peso”. Medium is message: se lo stesso identico libro lo stampa e tenta inutilmente di diffonderlo il piccolo editore, ottiene un rilievo mediatico – ma soprattutto un prestigio simbolico – incomparabilmente minore. Il pubblico comune tende a valutare sulla base dell’etichetta, prima ancora di leggere una sola pagina. L’editore importante, insomma, è già una garanzia. La gente pensa pressappoco così: “se lo ha pubblicato X [grande editore] allora vuol dire che il libro vale, e che l’autore è bravo”. E viceversa (in assenza di grande editore): “se Y [autore sconosciuto] è davvero bravo come pretende di essere e di imporsi, perché allora non lo pubblica un grande editore?” Quasi che le singole persone, astratte dalla massa, non avessero un cervello autonomo per pensare, e strumenti critici (sia pur minimi) atti a capire che la pubblicazione con il grande editore non è affatto garanzia di qualità: e anzitutto perché non è la qualità l’unico – ma nemmeno il primo – requisito per cui si viene pubblicati dal grande editore. Ci sono in realtà tanti giochi nascosti che portano un autore alla ribalta della grande editoria. Oltre all’opportunità commerciale che si fiuta, con sempre minore sicurezza, tra le pagine del dattiloscritto “potenziale bestseller”, c’è tutta una filiera di manovre occulte (segnalazioni, scambi di favori, marchette economiche o politiche) dietro alla stupefacente apparizione di certe “meteore”, che magari non verranno neppure distribuite e, appunto, spariranno nel baleno della loro insignificanza; ma intanto potranno dire di essere scrittori (e tali verranno ritenuti) perché li ha pubblicati il grande editore. Mi si lasci immaginare, a briglia sciolta, una di queste situazioni-tipo: il politico che favorisce e protegge da anni il grande editore ha un’amante, una mediocre poetessa, la quale tuttavia vuole togliersi la soddisfazione di vedersi pubblicata da un marchio editoriale di “peso”, acciocché tutti quelli che conosce, e in primis i colleghi poeti, muoiano d’invidia; il politico chiede al grande editore di pubblicarle le poesie, e questi non può dire di no. Poco male, si dirà: il libro “imposto” entrerà in un catalogo collaterale, una sorta di “canale b” di pura rappresentanza, sul quale non si punta e non si investe. La classica marchetta “all’italiana”. La cosa grave, invece, è che, per la mediocre poetessa pubblicata, ce n’è un’altra di valore che – pur avendo proposto le sue poesie – si vedrà rifiutata o, com’è più probabile, completamente ignorata dal grande editore. Perché al grande editore non interessa in primis la qualità delle cose che pubblica, ma il sistema convenzionale di opportunità che si nasconde dietro la loro eventuale pubblicazione. Conta soprattutto chi ti presenta, e in quale alchimia di convenienze sei eventualmente inserito come oggetto di cooptazione. Scrivevo 6 anni fa nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione:

 

È il classismo e il nepotismo delle logge

sono i muri invalicabili di gomma

il “dimmi chi ti manda, non chi sei”

da cui le camarille, le consorterie

i privilegi ereditari della casta

e la rabbia conseguente di chi urla

“Adesso basta” (…)

  

Molte istituzioni, in Italia, sono coperture ideologiche per dare penetrali e posti sicuri ai soliti protetti altoborghesi, o (le briciole) a piccoli diavoli che agiscono a livello di procacciamento elettorale. I fenomeni visibili della cultura ufficiale (università compresa) sono, per lo più, manifestazioni di movimenti e smottamenti invisibili, gestiti da lobbies, aggregazioni occulte e massoniche: centri di spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che “conta” (autori affermati, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri di valore, anzi, tanto più!

 

 È in realtà una storia vecchia. La cultura è sempre stata appannaggio dei ceti dominanti, chiamati a formarsi per alimentare, secondo certi criteri di selezione e legittimazione, le classi dirigenti del Paese. Queste sono dunque formate da un corpo sociale omogeneo e tendenzialmente “chiuso”, fondato su un patto di connivenza. La cultura è da sempre il potere invisibile (il “capitale” immateriale: prestigio e rappresentanza) attraverso cui l’elite perpetua la propria posizione e il riconoscimento simbolico dei privilegi di cui gode. Il ricambio generazionale all’interno di questi gruppi chiusi non può permettersi di derogare da una strategia di “cooptazione endogamica”, secondo dinamiche nepotistiche, per cui vengono fatti “entrare” solo i figli del ceto dirigenziale e intellettuale, provenienti da famiglie rappresentative, o comunque agiate, secondo una discendenza patrilineare in grado di garantire la gestione del potere e il mantenimento dello status quo. La cultura è un potere da gestire con cautela e condividere tra sodali fidati, di comprovata e certificata appartenenza. Occorrono “garanzie” per entrare a far parte dei gruppi che, come club esclusivi, si spartiscono questo potere. Garanzie che non risiedono – umanisticamente – nel valore e nel talento dell’individuo, bensì nel livello sociale della famiglia da cui proviene, nella struttura che eventualmente lo sostiene e protegge, nelle segnalazioni che lo precedono, nel potere di scambio che veicola rispetto all’opportunità di proporlo e imporlo alla pubblica attenzione. E il malcapitato talentuoso, privo delle garanzie che contano (ad es. bravissimo scrittore ma di estrazione piccolo-borghese, senza agganci politici, inquietamente “isolato”, forte soltanto delle proprie capacità), verrà fieramente ignorato e, al limite, osteggiato dai gruppi di potere, che vedranno in lui un germe allogeno pericoloso (oltre che un pungolo alla cattiva coscienza del merito mancante) e lo accerchieranno per isolarlo, per farlo sbattere inutilmente e invariabilmente contro i muri di gomma del sistema.

 

La cultura diventa, così, un luogo simbolico di riproduzione, piuttosto che di promozione e mobilità sociale; sia pur in aperta contraddizione con l’ideologia meritocratica e democratica che, apparentemente, sostanzia il processo di affermazione della borghesia moderna. Si diffonde anzi la prospettiva illusoria di un’accessibilità alle “alte sfere” (niente e nessuno t’impedisce, se vuoi…) nella misura in cui è utile e necessario occultare la realtà oscena di certi meccanismi, di certi doppi fondi. Chiunque, partendo da una posizione allotria, si proponga (capacità e opere alla mano) come se davvero il campo fosse libero e impregiudicato, dovrà poi vedersela con una serie infinita di sbarramenti di ammissione e di iniziazione. Gli elementi allogeni sono, su un piano simbolico, “predatori” da bloccare: vengono perciò sottoposti a giri e rigiri logoranti, ore di anticamera, promesse illusorie, indicazioni false o contraddittorie… nella speranza che desistano, che rinuncino, che si lascino prendere dallo scoramento. Non è quella la loro strada, malgrado i meriti eventuali (quanti e quali siano): che tentino altrove, quello per loro deve restare terreno minato, zona off limits. Ecco il bisogno del mentore: qualcuno già interno al sistema che ti presenti, che ti faccia entrare. Qualcuno che garantisca che sei un “bravo picciotto”, e che una volta entrato ti renderai funzionale alle dinamiche generali, che non darai problemi. Anche Dante ha bisogno di un mentore (Virgilio) per superare gli sbarramenti dell’inferno! I “cavalli pazzi”, cioè gli uomini liberi, confidenti solo nel loro valore e incapaci di prestarsi alle trafile umilianti del vassallaggio, insomma i pochi italiani che ancora credono nel potere dell’autodeterminazione e della meritocrazia, vengono prima o poi accerchiati, isolati e messi all’indice, trascritti segretamente sulla “black list” degli indesiderabili. La “scomunica” li renderà “appestati”, esclusi per sempre da ogni accesso. A costoro non resterà che rinunciare al proprio destino o, come molti fanno, scegliere un Paese meno degenerato. Anche chi denuncia queste cose, violando il patto di omertà, si candida al ruolo di “capro espiatorio”. Tutti gli faranno il vuoto intorno, terrorizzati anche solo di poter lanciare messaggi di solidarietà (tanto grande è il condizionamento del sistema). Viene fuori anzi, in questi casi, lo sciacallo tirapiedi che ne approfitta per fare un po’ di baccano e, aggredendo il capro espiatorio, attirare l’attenzione di chi sta in alto, con la segreta speranza di guadagnarne la fiducia e riceverne tangibili riconoscimenti.              

  

 

 

La più parte dei critici e dei poeti ha, in fondo in fondo, interesse a difendere il proprio sia pur piccolo orticello di prebende e prelazioni, e dunque si esime dal dire apertamente ciò che pensa (ciò che tutti pensano e sanno) per paura di rompere le “uova nel paniere” entro qualche gruppo o gruppuscolo al quale già appartiene o nel quale aspira ad entrare, provocando turbative e/o alienandosi simpatie, nella delicata alchimia di gestione e spartizione dei poteri di rappresentanza. Le dinamiche della “società letteraria” sono a mio parere desolanti: almeno quanto quelle di altri settori della società italiana. Conta sempre meno il riscontro della pagina scritta, il valore intrinseco-oggettivo del lavoro svolto sulle opere (che peraltro quasi nessuno legge). Ci sono delle guarentigie sine qua non è impossibile entrare nella casta dell’ufficialità, ma anche essere semplicemente presi sul serio. E si resta pressoché invisibili (come dicevo all’inizio), malgrado i libri scritti e pubblicati, se non c’è nessun potentato politico o massonico o cardinalizio che lavora per imporre il nome dell’autore. O se non c’è uno scrittore affermato che fa da mentore e apre le porte del Tempio. È passato purtroppo questo messaggio: conta più autopromuoversi e, quindi, intessere public relations (presenziare, farsi vedere, farsi conoscere, farsi accettare) che dedicarsi al lavoro vero, sudando sulla pagina per estrarne il meglio che si può. E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche. L’organizzazione dei processi culturali agisce per sopravviventi sacche di feudalesimo, affatto incompatibili con lo sviluppo storico e civile degli ultimi tre secoli. Anche per questo l’Italia, oggi, sembra un Paese senza futuro.

 

LA RIVINCITA

 

 

"Per ogni buona impressione che si produce ci si fa un nemico.

Per godere della popolarità bisogna essere mediocri".

 

O. Wilde

 

 

“Non sei degno di partecipare a questa mensa” mi sibila in tralice Sauro Zangrilli. E il suo fedele scudiero, Oscar Paolucci, annuisce radioso, coi suoi occhi gialli da basilisco. Io, per tutta risposta, alzo il dito medio verso entrambi. 

 È un reading poetico collettivo. C’è tutto il sottobosco letterario. Un piccolo inferno di conventicole, in guerra permanente fra di loro. Il trionfo della mediocrità. Anche per questo mi sento, e mi fanno sentire, ospite non gradito. Non vogliono che io legga le mie poesie. Sono tutti gelosi della mia potenza: solidali contro dissociato. Troppo libero per i loro gusti: incapace di scendere a compromessi, come viceversa regola impone. Pubblico troppo e non mi faccio mai vedere. Che cosa vorrei dimostrare, con il mio incedere da ariete: che sono più bravo di loro? E anche se fosse? La bravura non si accetta di per sé: va casomai fatta accettare, a furia di inchini, di maneggi, di scambi sottobanco. Non è il merito, la via maestra. E, peraltro: come dimostrarlo in modo oggettivo? A quali parametri attenersi? Chi può dire che un’opera è sicuramente e infallibilmente valida? 

Dunque, non ci si può imporre tout court. Occorre insinuarsi con la vasellina, gatton gattoni, senza mai mettere in dubbio la premessa-base del mondo letterario: che ognuno pensa di essere la colonna portante della Storia, il genio attorno a cui ruotano i destini dell’Universo. E ritiene di poterlo sostenere senza l’onere della prova, come una specie di dogma. La prova, dico io, dovrebbero poterla fornire i libri scritti, e il valore effettivo delle “sudate carte”. Ognuno guarda il collega scrittore con l’aria di dire: “Sì, sì, sarai pur bravo: MA non c’è nessuno al mondo come me! IO sono un’altra cosa”. E lo pensano tutti, anche i mediocri, anzi: soprattutto loro. Pure le pulci tengono la tosse. E così ci s’incula a vicenda, con mosse silenti e furtive, senza mai smettere il sorriso in pieno viso, come un’impronta sulla maschera buccale. È una jungla intricata di egocentrici in competizione: pur quando si fa finta di andare d’accordo, d’essere sodali. E le più grandi amicizie si guastano, quando – prima o poi, immancabilmente – emerge il conflitto sottinteso che covava. “Ma perché, davvero pensavi d’essere migliore? E non avevi ancora capito che ti piscio in testa?” – se lo dicono finalmente in faccia (con sovrapposizione simultanea di parole, sorde monadi alienate) dopo averlo pensato per anni.

 C’è una trafila di gesti simbolici – in un gioco perenne di rapporti di forza, di scontri sulfurei e silenziosi – che presiede a una gerarchia invisibile e segreta: è questo il sottobosco che funghisce, all’ombra del Potere. La regola è: consociarsi. Ovvero presenziare, reggere il sacco, farsi conoscere. E giurare vendette, e ordire congiure. Non conta ciò che scrivi ma a quale gruppo appartieni: perché a un gruppo devi per forza appartenere. Più che a scrivere, i poeti (o sedicenti tali) sono impegnati in una cocciuta e martellante opera di autopromozione. Anche senza pagine da promuovere. Anziché scrivere (serve a poco o niente) costoro passano le giornate a parlare, anzi a sparlare, l’uno contro l’altro. Ché forse, in fondo, non hanno niente da dirsi, e meno ancora da dire. È una specie di ritorno alla letteratura orale. Uno scrive per dirsi tutto nella pagina, per rendersi superfluo e inessenziale rispetto a quanto scritto. Il libro dovrebbe parlare e scagionarsi da sé. Oggi invece contano più le parole di contorno, i salamelecchi, le genuflessioni. Il rumore che si solleva, ad arte, intorno al nulla. Guai al creativo solitario che produce in silenzio! Giacché li rende, al confronto, visibilmente mediocri: proprio quali sono. E allora viene temuto, quindi deriso, osteggiato, ostracizzato. Come fanno con me. Sono contento di essere odiato, considerato antipatico e arrogante. Detti da loro, sono complimenti! Continuino pure nel loro ridicolo e inutile gioco dell’oca: a me piacciono gli scacchi, e soprattutto la mossa del cavallo, che scarta, che salta, che spiazza. Sì: sono un cavallo pazzo. Ombroso, selvaggio, indomabile.

   Ma allora – se questo è vero, come è vero – che ci sto a fare qui, tra questo siparietto di imbecilli? Sono venuto per dispetto: proprio perché non mi vogliono. Ora è il turno di Alba Tramonto, che sorge/declina sul palco con aria fatale da diva. I soliti versi sentimentali: perché le donne non sanno fare altro? Dorian Palese mastica insofferenza e freme per conquistare il centro della scena: si crede il nuovo Petrarca. Lele Torpedo muove le sue beffe contro tutti (è solito affermare che la Poesia al mondo l’ha portata lui, anzi: la Poesia è lui). Gino Follia mormora scemenze nell’orecchio di Zangrilli, con la sua aria da ebete incallito. Poi è il turno di Vanda Anatroccolo, che si sporge da un cubo scenico, melodrammatica, per diventare il cigno che non è. Paolucci applaude frenetico. Qualcuno ghigna “evviva”. Io e la mia musa inquietante – dolce compagna di voli poetici – cerchiamo affannosamente la copia di un mio libro. Non ricordo i miei versi a memoria: solo leggendoli potrei recitarli. Cerchiamo e cerchiamo (ci sono volumi ammonticchiati dappertutto) e tuttavia, guarda caso, non esce fuori niente di mio. Ci sembra più volte di averlo trovato, per la grafica del titolo o l’immagine di copertina, e ogni volta è una delusione. La mia rabbia cresce a dismisura, perché non voglio dargliela vinta a questi cialtroni, alla loro preconcetta ostilità. Tanto più che Poldo Cacace, con la sua aria da solone imparruccato, mi ha ruttato all’orecchio che potrò esibirmi se e solo se ci sarà tempo. Ergo, non potrò esibirmi: restano ancora 21 poetesse e 16 poeti in lista d’attesa. E alle mie legittime rimostranze, mi ha invitato a non rompere i coglioni: sono più critico che poeta, del resto. Che è un modo come un altro per significare che i poeti sono loro, che perciò devo farmi da parte e – al limite – scrivere saggi sulla loro produzione, se proprio aspiro a figurare.

 

Quand’ecco che, al colmo dell’angoscia, qualcuno mi porta una busta da lettera: la apro, come in trance, e dentro, su un foglio in fregi liberty, c’è scritto che ho vinto dodicimila euro a un premio internazionale di poesia! Io e la mia musa trasaliamo di gioia, ebbri di rivincita, e – sventolando la lettera come un vessillo – cominciamo a diffonderne la voce. Serpeggia in un baleno il mormorio, e cresce, e cresce, proprio mentre si esibisce Gilda D’oro. Ci restano tutti di princisbecco.                    

  Impallidiscono. Trasecolano. Boccheggiano. Stramazzano. Che bello vederli crepare d’invidia!

 Io e la mia musa usciamo trionfanti all’aria aperta. E finalmente si respira! Ora vogliate scusarmi, ma nei prossimi tempi avrò un bel po’ di cose da fare e festeggiare. La vita, qui fuori, è senza dubbio mooolto più interessante di certa “letteratura”…

                 

 

La poesia non deve rinunciare alla trascendenza che le è connaturale. Il “segno” estetico è la cerniera dei mondi, il confine con l’informe e l’invisibile. L’artista percorre questo confine, aprendo varchi ed esplorando nuovi spazi del possibile, guadagnandoli al reale. La sua avanguardia è carica di retroguardia: il bagaglio ontologico di “strumenti umani” con cui scardinare le serrature del vuoto e “costringere” il silenzio alla parola.

 

La mia poesia si muove inquieta, in equilibrio dinamico, sullo stretto crinale di due pulsioni opposte e complementari: da una parte lo slancio epico e orfico del “canto”, che celebra e incanta; dall’altra lo stridere dissonante della contraddizione, che smonta il meccanismo e disincanta. Questo dissidio si riversa e si avverte anche a livello di stile, nella formalizzazione delle strutture metriche e ritmiche, dacché i miei versi cercano strade nuove senza rinunciare mai del tutto agli apparati retorici della tradizione (e in primis la tradizione del Novecento). Come ha opportunamente notato Giorgio Linguaglossa, è una poesia che dispiega malgrado tutto il suo “canto” tamquam non esset l’evoluzione stilistica del secondo Novecento: comincio insomma il mio percorso da dove la poesia italiana aveva “deragliato” per abbandonare, con uno sperimentalismo dimostratosi poi vuoto, la direttrice del suo alveo fondamentale. E metto tra parentesi anche il tracciato minimalista, senza tuttavia ignorarlo, a partire dalla negatività prosastica dell’ultimo Montale.

 

Non condivido la scelta di rinunciare “a priori” alla possibilità di pensare ed esprimere le cose più grandi, articolando in parola la massima apertura dell’esperienza umana, nei termini entro i quali siamo racchiusi, e il suo infinito sconfinamento nei territori ignoti dell’oltre. Il “pensiero debole” deve fungere semmai da rincorsa propulsiva, da viatico al cabotaggio di un volo metafisico; non – come in genere avviene – da blocco paralizzante. Il “basso continuo” dell’esistenza, attraversata nei suoi varchi in apparenza più normali e quotidiani, dovrà emergere dall’interno stesso di questo slancio di trascendenza, nella sua rappresentazione più realistica e sublime; così come, in senso speculare, il sacro (“un” sacro) dovrà manifestarsi dalle macerie più desolate e combuste del mondo desacralizzato. Si rovista nell’immondizia per trovare la perla, o almeno non smettere mai di cercarla; non per accontentarsi dell’immondizia o, truccando le carte, spacciarla come perla.

 

Delle minuzie del quotidiano si occupa già la cronaca: la poesia deve guardare la luna indicata dal dito, non fermarsi al dito che la indica. Il realismo sarà, semmai, la via maestra per il simbolismo più efficace: non confino soffocante e documentale di fenomenologia, ma stazione di partenza per un tracciato umano/metafisico di rivelazione, attraverso l’energia e la radice cosmica della materia. «È un fatto grosso che viviamo, bisogna pensarci», diceva Cesare Zavattini: credo sia un’ottima linea-guida per le articolazioni presenti e future del fare poetico. La poesia deve porsi l’obiettivo “massimalista” di uno sfondamento autologico della verità-cipolla, sfogliata nella stratificazione delle sue pellicole – dall’io al sé, dal sé al mondo: e viceversa –, senza fermare l’interrogazione dei miti sempre-da-pensare, l’esplorazione delle costellazioni semantiche e simboliche, l’auscultazione dei segni e il dialogo infinito con gli eventi. Solo lucidandosi da ogni inutile opacità la poesia potrà affermare e amplificare le sue capacità di rispecchiamento e oltrepassamento dell’esperienza. Perché altrimenti scrivere?           

 

Nel mondo letterario italiano, per disporre di autorevolezza simbolica (cioè riconoscibilità pubblica e/o istituzionale) occorre avere: 1) buon pedigree sociale, ovvero origine familiare “di rango” con entrature e guarentigie di Potere; oppure 2) tanti soldi da spendere per “ungere le ruote”; oppure 3) “argomenti” di scambio sessuale (vale soprattutto per le donne). Occorre inoltre rendersi disponibili alla cooptazione, a un certo “inquadramento” nel sistema: e quindi essere molto più docili, manovrabili, e infinitamente meno ispidi di come io sono. Io sono LIBERO. Quando mi trovo in presenza del Potere, provo un insopprimibile disagio psicofisico. Mi viene l’orticaria. La mano mi va spontaneamente alla fondina di una pistola immaginaria, e provo l’istinto di sparare. Soffro fin da piccolo della sindrome di Davide: mi piace tanto litigare con il Golia di turno, sfidare chi è più forte di me. Non ci posso fare niente, sono fatto così.

 

 

 

 

 

 

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