Il mistero e la clessidra

Intervista al critico Marco Onofrio

 

di Paola Meschini

 

Nel mese di dicembre del 2009 è uscito per i tipi di EdiLet-Edilazio Letteraria “Il mistero e la clessidra”, antologia poetica di Aldo Onorati, autore nato ad Albano Laziale, scrittore, poeta e saggista di livello internazionale, peraltro molto amato ai Castelli Romani. Per introdurre adeguatamente il pubblico alla lettura di questo libro ne ho intervistato il giovane editore e curatore Marco Onofrio, che con brillante intuizione ha proposto ai lettori la poesia di Aldo onorati presentandola in una chiave di lettura originale. Il titolo del libro, “Il mistero e la clessidra”, è stato scelto dal curatore con la completa approvazione dell’autore, e le poesie, che non seguono un ordine cronologico, sono raccolte in cinque gruppi contraddistinti da significativi titoli, ugualmente ideati e direi scaturiti dalla creatività di Marco Onofrio, a testimonianza del suo attento lavoro di preparazione e anche di come egli sia riuscito mirabilmente a penetrare la poetica onoratiana. 

 

Caro Marco, vorrei ricollegarmi al discorso che  Eugenio Montale pronunciò in occasione del Nobel e chiederti se credi all'utilità della poesia oggi, se ancora è possibile fare poesia, e se ci sono poeti in grado di non produrre in senso consumistico ma di creare opere che abbiano la forza di rimanere valide.

 

   La poesia è, è stata e sarà sempre “utile” fintanto che resterà “inutile”, e in ragione della sua stessa inutilità. Proprio perché “attività più innocente di tutte”, come diceva Hölderlin, essa è in grado di sottrarsi alle logiche del profitto e del consumo, così attuali oggi, rivelando l’essenza metastorica dell’uomo e insieme contribuendo alla costruzione di visioni del mondo alternative. Aveva ragione Pasolini: spetta ai poeti il compito di creare lo stato di “emergenza”, nel doppio significato di urgenza storica e di emersione del nuovo. Il poeta come rabdomante del futuro: e un po’ anche come laico profeta di cose potenziali, utopie forse realizzabili. L’attività poetica acquista una forza e una necessità tanto maggiori quanto meno adatte al suo libero sviluppo sono le condizioni storiche in cui si trova ad operare. Più il tempo è impoetico, più la poesia si irrobustisce: come una pianta grassa nel deserto. Magari irta di spine ma capace di custodire l’acqua, preziosa fonte di vita, in un contesto che la nega totalmente. Come si dice: ciò che non ti uccide ti rende più forte. È il terreno di coltura avverso a creare, paradossalmente, il bacino di risonanza più adatto al richiamo eterno della poesia. Come il silenzio che permette di udire un suono. Per virtù di compensazione. Se quello che stiamo vivendo è un tempo assolutamente impoetico, proteso in tutt’altra direzione (che cosa c’è di più facile, oggi, che prendere in giro la poesia? come cosa da pazzi, da illusi, da perditempo), allora è tanto più possibile fare poesia, dando corpo, e anima, e parola, ad una voce che tutto, viceversa, congiura a far tacere, a soffocare, o appunto a deridere in modo impietoso. La voce profonda dell’Uomo, che in ogni uomo parla e si rinnova. La voce che il frastuono del mondo contemporaneo non ci consente facilmente di ascoltare, e che spesso noi stessi preferiamo coprire di rumori. Quanto alle opere valide, ve ne sono sempre state e sempre ve ne saranno, fintanto che ci sarà poesia. Sono così rare perché già è difficile canalizzare certe energie; lo è ancor di più “centrare” gli equilibri del percorso creativo, eliminando interferenze e incrostazioni di ogni tipo. Ci vuole tanta consapevolezza, oltre alla fortuna di una felice “ispirazione”. Ogni capolavoro è, in fondo, un miracolo.

       

Perché ritieni necessario pubblicare poesia oggi?  

 

Per i motivi di cui ho appena parlato. L’editore deve assecondare e agevolare l’evoluzione del discorso umanistico. E non mi piace sentir dire che la poesia “non vende”, e che quindi è da pazzi investirci del denaro. L’editore non è un bottegaio, con tutto il rispetto, ma un promotore di cultura. Deve avere sue idee da proporre e imporre, al di là dei gusti del pubblico. Che poi, in realtà, sono molto più di quelle che dicono i numeri, le persone che leggono poesia. Lettori “forti”, certo: proprio quelli su cui deve puntare l’editore-intellettuale, pur sperando sempre di conquistarne di nuovi. Senza contare che la poesia, con la sua folgorante concentrazione, sarebbe molto più congeniale del tanto decantato e divulgato romanzo, ai ritmi che la frenetica vita contemporanea sa e può concedere ai tempi di lettura.    

 

Come hai scoperto la poesia di Aldo Onorati? Conoscevi questo scrittore solo come autore di romanzi oppure come direttore editoriale o in quale altro modo?

 

Conoscevo Aldo Onorati perché abito da ventidue anni ai Castelli Romani, ed è impossibile vivere la cultura di questo bellissimo territorio senza imbattersi nella figura e nell’opera del suo autore più rappresentativo. Avevo letto le sue poesie prima per sillogi sparse (ad esempio “L’orgoglio della creta”), poi integralmente, grazie al meritorio volume “Tutte le poesie” raccolto dal figlio Luca e pubblicato come titolo inaugurale dell’Editrice Anemone Purpurea, nel 2005. Ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzarlo anche in veste di direttore editoriale: dotato di fine intuito nel selezionare testi, di grande capacità motivazionale nel guidare il lavoro dei collaboratori, e di splendide attitudini creative, relazionali, organizzative, nell’ideazione e nella gestione degli eventi culturali, di cui è da decenni instancabile promotore.    

 

Cosa ti fa dire: − Questo poeta che sto leggendo mi piace, vale veramente.

 

Il fatto che mi comunica emozioni profonde. Che, appunto, la sua poesia è “emozionante”, non “emozionata”. Che sa trasmettere un brivido di “rivelazione”. Che ha il dominio della parola (anche se un po’ ne è dominato), ed è consapevole di dove sta andando (pur senza saperlo troppo). Che può raggiungere le dimensioni del “sublime”. Che riesce a farmi da specchio, a dirmi chi sono, a rivelare la sua, la mia, la nostra essenza. Che dice parole che sono in grado di riconoscere, anche senza averle mai ascoltate. Che non parla dei fatti suoi, o non solo, ma guarda l’uomo “sub specie aeternitatis”, oltre il dato relativo e contingente. E via così, per gradi successivi di variabili incrociate.   

 

Leggi  poesia  per diletto personale, per cultura, o per lavoro?  Quali sono le differenze di approccio, se ci sono, tra queste tre diverse modalità di lettura?

 

Leggo poesia anche per lavoro (faccio l’editore), e in questi casi mi capita, talvolta, di incontrare manoscritti orribili, totalmente privi di luce, di creatività. Sono abbastanza spietato nella selezione, anche se nella collana di poesia di EdiLet (Castalia) tendo a rappresentare un ventaglio il più ampio possibile di strade e di interpretazioni del fatto poetico. Leggere poesia inedita è un po’ come andare in avanscoperta: esplorare il nuovo nella speranza di scoprire tesori antichi. Può succedere di prepararsi per un lungo viaggio e di ritrovarsi al punto di partenza dopo appena quattro passi. Ho letto tantissima poesia per mia cultura, anche al di là della laurea in Lettere, sempre sorretto da passione, curiosità e, sì, diletto personale.    

 

Alcune poesie ci risultano congeniali ed altre no. A volte ci soffermiamo nella lettura  e pensiamo “ questo verso mi somiglia...” perché risveglia emozioni in similitudine con quelle dell'autore. Durante il tuo lavoro di preparazione alla pubblicazione de “Il mistero e la clessidra” di Aldo Onorati quanto sei potuto o voluto penetrare nell'intimo sentire dell'autore fino ad una sorta di identificazione, anche se temporanea, per simbiosi?

 

Tanto. E, inevitabilmente, trasferendomi in lui: al di là delle intenzioni. Anche se ho cercato di scegliere il “meglio” della sua poesia secondo i principi della sua stessa poetica, dopo averne studiato a lungo i cardini essenziali, è chiaro che un po’ del mio mondo e del mio modo poetico ha finito per influire e manifestarsi, nella selezione e, soprattutto, nella successione delle liriche. Pur sottolineando la possibilità di inquadrare il volume come “monografia critica” e prima storicizzazione complessiva del suo percorso poetico, lo stesso Onorati ha avuto più volte modo di apprezzare la mia originale lettura dei suoi versi, al punto da sentirli come nuovi, diversi, quasi inediti.     

 

Non deriva da questo particolare stato d'animo il tuo desiderio di scegliere titoli (che sono risultati graditi all'autore) per le cinque sezioni che compongono il libro?

 

I titoli delle cinque sezioni si propongono come traduzione emblematica dei cinque motivi dominanti secondo cui è stata organizzata la disposizione e la successione delle liriche. Per concrezioni tematiche, non per sviluppo cronologico. È questo il criterio da me adottato nell’assemblare l’antologia.

 

Pensi di essere riuscito a ripercorrere le principali tappe della poetica onoratiana con la tua sistematizzazione? Quanta fatica mentale e fisica ciò ti è costato?

 

Qualcosa sarà sicuramente sfuggito, ma il cuore c’è: l’essenziale per capire l’uomo e l’artista. Anche chi non ha mai letto nulla di Onorati esce dalla lettura del volume con la sensazione di averlo conosciuto fin nelle radici. Ed era l’obiettivo che mi prefiggevo. La fatica mentale e fisica è stata relativa: si tratta pur sempre di una curatela, non di un lavoro creativo tout court. Ci ho lavorato, sia pur con la massima dedizione, nei ritagli di tempo che mi concedeva la scrittura (ben più impegnativa e sconvolgente) del mio monumentale saggio su Dino Campana, uscito tre mesi dopo “Il mistero e la clessidra”.

 

Ho notato che spesso le poesie che fanno parte dello stesso raggruppamento sono concatenate da parole chiave; pensi che questo possa guidare la lettura della poesia di Onorati?

 

Sì: le parole chiave riconducono ai cinque motivi dominanti secondo cui sono state raccolte le liriche all’interno delle cinque sezioni. La comprensione, in effetti, può risultarne agevolata.

 

La strutturazione del libro non propone una lettura cronologica dell'opera poetica. L'accostamento di poesie composte a distanza, secondo te, potrebbe offrire la possibilità ai lettori di avvicinare il pensiero stesso onoratiano che riesce a palesarsi, grazie proprio a questi salti temporali, in tutta la sua evidenza filosofica?

 

Sì: proprio eliminando la scansione cronologica, legata anche a fatti accidentali, è possibile inquadrare l’essenza filosofica, e quindi la validità metastorica, umana, del pensiero poetico onoratiano. L’operazione critica è, certamente, quella di storicizzare la poesia di Onorati; ma al tempo stesso leggerla come lui stesso tende a leggere la realtà: “sub specie aeternitatis”. In tal modo può scattare il corto circuito con l’essenza profonda del lettore.     

 

Personalmente credo che “Il mistero e la clessidra” per i tipi di  EdiLet da te pubblicato avrà successo e non soltanto fra gli addetti ai lavori. Credi in questa possibilità?

 

Lo spero. Vorrei però che la cosa non riguardasse soltanto gli addetti ai lavori, che conoscono Onorati da decenni. Sarebbe stupendo che questo volume servisse a conquistare nuovi lettori, specialmente tra i giovani. Invito a leggerlo chiunque sia alla ricerca di una voce poetica autentica, poiché profondamente umana, e di una parola viva, poiché intensamente vissuta, incisa nella carne, ricca di amore da comunicare. A patto che la si ascolti.  

 

“info”, settembre 2010, pp. 25-26

 

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