Essenzialmente sguardo

 


a colloquio con Marco Onofrio

 

di Gabriella Schina

 

Incontrare Marco Onofrio è stato un vero assalto ai nostri pregiudizi. Quando si pensa ai poeti, me compresa, difficilmente ci si distacca da quella rappresentazione stereotipata che oscilla tra il folle e il maudit che raccoglie tutto il dolore del mondo, vittima pronta a dimostrarlo. Se la cosa va un po’ meglio ci si limita al “solito personaggio” che sta sempre tra le nuvole, anche se poi qualcosa di vero in fondo c’è. Con Marco questo non accade, proprio perché a colpirci è quel senso di aderente realtà che porta anche il suo fisico, una sobrietà di modi e d’intelligenza e, rara virtù, la capacità, per niente autoreferenziale, di ascoltare e colloquiare con l’altro. Si sottopone a un affettuoso fuoco di fila di domande sulla poesia, non perdendo mai la sua tranquilla sicurezza.

 

 

Da quando scrivi?

 

Con una certa consapevolezza dall’età di quindici anni. C’è una nota autobiografica nel mio sito internet (www.marco-onofrio.it), un breve racconto in cui è descritto il momento preciso in cui ho avuto la chiarezza della mia vocazione. Me lo ricordo benissimo: era notte, avevo dieci anni, stavo in una casa dei miei che si trovava al confine tra Lazio ed Abruzzo. Vissi una notte particolare, difficile da spiegare: una specie di “notte mistica”, diciamo così. Non riuscivo a dormire, poiché straordinariamente acceso di vita. Non so se la “rivelazione” arrivò da fuori o dal profondo della mia anima - ero in fibrillazione, partorivo girandole di idee, nebulose di immagini, sequenze di storie e sensazioni… Avevo una percezione più grande dei miei anni: abbracciavo tutto il mondo, con i sensi trasformati, sovracuti. Quella notte ho toccato con mano il fuoco. Un grumo di magma incandescente: la strepitosa forza dell’energia creativa. Talvolta lo riprovo - e mi sveglio di notte, come allora, per raccogliere dei versi che mi raggiungono, dei suoni che mi arrivano da dentro.
Ne parlai l’indomani con mio fratello; poi, anche per l’età, finii per mettere da parte quel ricordo. Penso di essere davvero entrato in contatto con ciò che fin da allora era in me, e che si stava manifestando in una prima forma assoluta e caotica, come un fiore avvelenato (o velenoso) che sbocciava da un seme creativo potente – rivelatosi, poi, negli anni successivi. Ho scritto molto fino ai trenta. Ora scrivo di meno, e solo quando lo sento di testa e di pancia, quando ho la necessità indifferibile di dire quelle cose.

 

La tua scrittura spazia in vari generi: ora mi dici che stai raccogliendo anche degli aforismi. Dove ti riconosci di più?

 

Indubbiamente nella poesia. La mia narrativa nasce sempre per eccezione, come eccezione che conferma la regola. Dalle pieghe del senso e del suono – spesso dall’interno del linguaggio, con l’attitudine poetica di chi plasma la creta delle parole, o ne inventa di nuove, o ne gusta il sapore per sapere, di loro e di ciò che rappresentano.

 

Ma chi è il poeta? Si nasce o si diventa poeta?

 

Anzitutto si nasce. Essere poeti è un’attitudine dello sguardo, un modo di andare oltre la superficie delle cose, collegandole al tutto. Il poeta è colui che sa ricondursi alla radice unica che è in tutte le cose. Coglie il rapporto che porta il frutto al seme, l’albero alla radice, e quindi le infinite manifestazioni di quel che ci circonda. Tutto ha un’unica origine. Il poeta scopre che tutti i fiumi nascono dalla stessa sorgente, e sa andare a cercarla. Ma soprattutto è anche colui che utilizza la materia plastica del suono, della lingua. Potremmo anche pensare che l’essere che è alla base della manifestazione del cosmo sia il pensiero, e che la parola ha in qualche modo la potenza creatrice. Noi quando diciamo qualcosa stiamo creando, stiamo mettendo in moto delle energie, soprattutto se pensiamo che l’assoluto è il silenzio pieno di tutte le parole possibili, il cosmo; quel che di attimo in attimo diviene nella creazione è come una sorta di scrittura, e il primo artista è Dio.
L’artista non ha interessi materiali, ma crea per amore dell’amore: non sa spiegarsi o spiegare perché scrive, perché canta, perché ha dentro di sé questa forza che lo porta, lo usa, lo utilizza per manifestarsi, al di là dei calcoli meschini e materiali della quotidianità. In questo senso l’uomo è simile a Dio. Entrambi si manifestano alla creazione senza uno scopo preciso. La creazione stessa è una sorta di immenso gioco: anche l’artista gioca coi suoi materiali creativi, mentre il gioco prende la sua strada. E’ come se il creatore avesse bisogno di manifestarsi dentro il mondo, di attimo in attimo. L’artista, più in particolare, è colui che coglie la radice musicale di tutte le cose. Io penso che ci sia un nome segreto in ogni cosa, e la poesia è lo sforzo - non mentale, ma armonico, tra mente e cuore, tra ragione e istinto - di trascinarsi e portarsi al punto preciso in cui risuona questo nome segreto. E’ un limite che non si potrà mai raggiungere, certo: ma vale come tentativo di portare la parola a farsi originaria, ad articolarsi per raggiungere quel misterioso, realissimo quid, dietro ad ogni corpo di materia. Io tendo la lingua, cercando di manifestare la verità delle cose, e spesso sento che le parole non mi bastano. Vorrei fare una poesia di soli suoni… ma ovviamente siamo legati ad esigenze comunicative e di conseguenza viviamo questo grande contrasto, tra una lingua che non si ha e la necessità di usare la lingua che abbiamo. Non basta il linguaggio usuale, perché si entra in profondità abissali. Il poeta è colui che sa andare oltre il momento per toccare l’essenza dell’uomo, la sua parte eterna. Quanto più va in profondità, tanto più dice cose che riguardano l’uomo. La poesia è una delle vie più profonde per arrivare al centro di noi stessi.

 

Perché la poesia è così poco letta?

 

Perché ci si è allontanati dall’uomo. Quanto più la società si allontana dall’uomo, tanto più si allontana dalla poesia. Forse in piccola parte giustifico le persone che tendono ad allontanarsi, o a starsene lontane, anche perché la poesia viene spesso porta in modo falso, come bamboleggiamento, posa e mostra di sé. Il poeta finisce per inquinare la sua missione conoscitiva, essenziale, profonda, umana - anzi, umanistica - con stupidaggini e insulse vanità; e, inquinando la poesia, si inquina anche la sua percezione.

 

Torniamo al momento creativo: come si svolge la tua officina?

 

Il verso per me nasce dal suono. Mi incanta un ritmo interiore, qualcosa che mi colpisce in momenti affatto imprevedibili - può essere ovunque, nella luce di uno sguardo, nella scintilla di un istante fuggitivo. Come accade nei film, dove tutto si riconduce a tutto e a un certo punto qualcosa che tu vedi, grazie al montaggio, si lega a quel che hai visto mezz’ora prima, e improvvisamente brilla di significato. La stessa cosa può capitare anche in giorni diversi e, se questa cosa mi colpisce, mi porta a scrivere. La poesia è un modo di guardare. Le cose, però, più che andarle a cercare preferisco che mi cerchino loro, che mi chiamino, che si facciano guardare. E se poi mi chiamano, per me vuol dire che lì c’è una realtà da pensare: quanto più questa è complessa, e c’è da rifletterci sopra, tanto più mi affascina. Mi affascina il mistero della bellezza; un’opera mi attrae quando non riesco a capirla, quando c’è una parte che, nonostante l’attenzione, sfugge allo sguardo, alla comprensione, al controllo. All’inizio c’è un’immagine, poi pian piano tolgo tutte le cose inutili e resta la visione, cioè l’immagine profonda, la porta che apre al mistero; e allora la faccio crescere, la analizzo, la modifico… e questa si traduce infine in suono.
Ci sono poesie che nascono perfette, altre invece che sfuggono, perché la forma non la raggiungi mai: magari ci sto sopra vent’anni, e allora mi viene il sospetto che forse vale la pena non tirar fuori quella poesia, che magari ha senso solo come processo in fieri, che mi è servito per crescere, per andare oltre. Dipende dalle situazioni: a volte aspetti e non arriva; altre volte ti sorprende all’improvviso.

 

Quanto è importante la tecnica?

 

La forma è importante: ci sono strumenti fondamentali che è necessario acquisire, per cui la cultura è un dato imprescindibile. Ingenuo è lo sguardo, non la forma. La scrittura è un atto di una potenza incredibile: una volta che il libro è pubblicato le parole non si possono più cambiare, ti devi confrontare con il concetto di morte. Prima di arrivare alla forma pubblicabile ci vuole un lavoro grandissimo - lo senti quando l’opera ancora non è pronta. In quel momento è essenziale la parte razionale, dove interviene lo specifico del poeta che si confronta con la tradizione di cui è frutto incarnato. Già, ogni poeta è il frutto di un percorso storico-culturale: nella sua voce risuonano, anche se lui non vuole, gli echi della tradizione cui appartiene. Io non credo possa farsi grande poesia se non c’è questa profondità culturale, se uno non studia continuamente, se non rinnova lo studio giorno dopo giorno. Studium: cura, amore, dedizione. E’ soprattutto necessario confrontarsi con le altre arti. Io adoro l’endecasillabo, che è il respiro naturale della lingua italiana. Lavoro su quel filo naturale, purché non sia costituito solo dalle forme della tradizione, ma da qualsiasi elemento anche personale che possa portare avanti. La mia è una poesia di sintesi, storica ed individuale. Mi compiaccio quando mi riconosco, magari rileggendomi a distanza di anni, o quando gli altri mi dicono “si vede che sei tu”.

 

C’è rapporto secondo te tra malattia e poesia? Binomio assai consunto.

 

Non amo questo connubio: quando la poesia è legata alla malattia, alla nevrosi, produce onde che non sono risonanza. La poesia è una forma di energia spirituale che si comunica agli altri; dolore è una cosa, malattia un’altra. La nevrosi poetica è un labirinto infernale, da cui non riesci a trarti fuori. Il poeta attraversa le paludi del dolore - certo che sì - ma la sua poesia, pur recandone testimonianza, deve sciogliere il labirinto, producendo reazioni di gioia liberatoria. L’arte è vettore d’incontro; non sfogo e proiezione di fantasmi personali. Il dolore stesso induce chi lo prova a reazioni diverse: se è una persona tendenzialmente buona, lo porta a una viva intensificazione dell’anima; altrimenti lo incattivisce ancor di più. Una poesia fondata sull’autoreferenzialità non va oltre i confini nevrotici dell’io: s’isterilisce, si esaspera, è un universo chiuso. Al contrario, può portarti oltre i tuoi confini, in nuovi territori, verso nuovi viaggi collettivi. La poesia autentica agisce come un film, quando è in grado di cambiarti lo sguardo.

 

La poesia incide sulla realtà?

 

Assolutamente sì. Le poesie cambiano il mondo. Le rivoluzioni nascono prima dentro. Nel Piccolo principe si dice che prima di costruire le navi bisogna indurre la nostalgia del mare: la rivoluzione nasce prima dentro se stessi. Quando ti si accende la luce internamente, è allora che capisci la strada dove devi andare. La poesia è risonanza spirituale e, in quanto tale, è una forma di terapia. Io amo cantare, anche il canto mi fa star meglio: sentire la propria vibrazione, la nota che tu sei nel mondo. Io penso che il poeta sia un essere molto sensibile, in cerca di esperienza e di strada, che tenta di trovare contatto con le proprie radici; un preilluminato per natura, fragile e forte, tenero e crudele; un collezionista di stelle; un mercante di sogni; un saltimbanco dell’anima; un acrobata del cielo; un alchimista che trasforma dolore in gioia - una gioia che nasce dalla risonanza col dolore. La poesia che trasuda nevrosi è bene che rimanga nel cassetto, perché non serve a nulla. Tu l’hai utilizzata per guarire, ma è un’esperienza tua e sta lì: solo se sarai in grado di trasformarla, potrà servire anche agli altri.

 

Qual è il destino del poeta nel tempo contemporaneo? Questa agonia perenne che vive la poesia, è vera?

 

No, noi abbiamo un grande futuro davanti: di qui a poco ci sarà un grande bisogno della poesia. Sento da più parti l’esigenza di riumanizzare le cose, di riappropriarsi del valore umano: qualcosa di nuovo che possa rompere la paccottiglia che ci circonda. La cultura del nichilismo, del relativismo, del pensiero debole, ha avuto senso per distruggere un mondo che comunque andava superato: ora occorre ricostruire. C’è bisogno di poesia, e questa tornerà a collaborare con la scienza. C’è necessità di un colloquio umile tra le diverse branche della cultura, centrato sull’uomo come misura di comprensione delle cose: tanti raggi di sole che convergono nell’uomo e dall’uomo si dipartono nel mondo - ed è importante questo, altrimenti diventeremo ciechi.
Nel quadro generale della poesia deve essere metabolizzato definitivamente il ‘900: sono stanco delle poesie tardo-ermetiche, che rimasticano Ungaretti o Montale e non portano avanti il discorso… Bisogna ritornare alla tradizione del verso italiano, recuperarlo e andare avanti, oltre i processi distruttivi, oltre gli esperimenti limite che portavano al nulla del linguaggio. E’ difficile ora individuare correnti, il panorama è eterogeneo: quel che è certo è che bisogna abolire, o per lo meno compensare, l’atteggiamento supercilioso e scettico di molti letterati. Io credo negli occhi: gli scettici non mi piacciono, e il presupposto per fare le cose è un credo, anche laico ovviamente. E’ necessario fare della poesia un veicolo che coinvolga le persone, uno strumento spirituale che dia senso e forma alla positività delle cose.

 

Sei stato vincitore del Premio Montale, se ben ricordo?

 

Sì, Premio Montale 1996, con la mia tesi di laurea sulla “Qualità orfica di Dino Campana”. Fu grazie al poeta di Marradi, e alla sua splendida Genova, che arrivai a fissare il concetto – per me così fondamentale - di internità del cielo. Una sorta di paradosso zen, capace di racchiudere la grandezza e la potenza del pensiero umano. Trovare quel sintagma (dentro del cielo) mi affascinò, e studiai Campana: mi intrigavano la sua spontaneità, il suo essere selvaggio, vero e profondo.

 

Chi ami leggere?

 

Anzitutto Dante: genio inarrivabile, il più grande di tutti. Poi Petrarca, Tasso, la lirica barocca, Shelley, Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Baudelaire, Whitman, Neruda, molte cose di Montale, Luzi, alcune cose di Saba, l’Alcyone di d’Annunzio, che amo particolarmente… Kavafis… Pasolini… tutte letture che, di volta in volta, assecondano il periodo che attraverso.

 

Il poeta, secondo te, è solo?

 

No, o almeno lo è come può esserlo ogni uomo… Nessuno può respirare il tuo soffio, nessuno può morire per te: è doloroso ma è anche bello. Certo, il poeta ti porta alla sorgente: deve affrontare la solitudine, l’essenza della propria condizione.

 

Qual è la poetica di Marco Onofrio?

 

Essenzialmente poetica di sguardo: ontologia ed ermeneutica dello sguardo. Io comprendo dallo sguardo, poiché esprime la vibrazione eterna dell’uomo. Nella luce dello sguardo l’uomo racchiude tutto: lo sguardo è la finestra, la cornice, la sua profondità. Il poeta prima di trar fuori la parola ha sempre guardato: lo sguardo è la radice della parola, e attraverso il pensiero ci conduce all’azione. La via per andare all’interno del cielo è anche quella di andare all’interno di se stessi - e il silenzio è fondamentale: l’inessenziale deve andare via.

 

Credi in una poesia piantata nel mondo?

 

Assolutamente sì: una poesia che vada oltre l’estetizzante - non è più epoca. Gli occhi necessariamente sono rovesciati all’interno, ma senza autoreferenzialità, come ho già detto. E’ un atto fondamentale, perché quando il poeta è mosso da una forza potente, quando guarda dentro sé, si collega alle radici dell’universo, che stanno dentro di noi. Un modo per viaggiare è quello di toccare la propria essenza silenziosa, la via verso l’interno. E in quello che io dico non c’è la minima traccia di adulazione della malattia. Credo che questo sguardo possa e debba accomunare anche il critico e i lettori.

 

Chiudo l’intervista con Marco Onofrio e, nello stenderla, ho notizia che ha vinto il premio “Io-scrivo” di Giulio Perrone Editore, per la categoria “opera poetica”. Evidentemente esistono ancora premi seri. Complimenti Marco!

 

Un invito ulteriore a leggere la sua poesia.

 


(gennaio 2007)

 

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