I talenti letterari dei Castelli Romani

raccontati da Marco Onofrio

 

di Claudia Recchi

Direttore editoriale della EdiLet, settore letterario della Edilazio da lui stesso creato nel 2007, Marco Onofrio ci parla con piacere del fervido mondo letterario dei Castelli Romani, di cui è profondo conoscitore. Residente a Marino da cinque anni e ai Castelli dal 1988, Onofrio ha infatti instaurato un rapporto privilegiato con il territorio e con le sue voci culturalmente stimolanti e accattivanti.


Ma come fa a scoprire un talento? Come fa a capire  quando vale la pena di investire  su un  giovane alla sua opera prima?

Non è una cosa semplice, soprattutto quando si parla di giovani. Non tanto perché sia difficile scoprire un talento, quanto per il fatto che a volte in Italia, e soprattutto in realtà locali dove è così radicata la tradizione ed è così reverenziale il rapporto con il vissuto consolidato, essere giovani diventa un limite. Io credo, invece, che nei giovani bisogna credere. Ovviamente non a priori; ma se già a venti anni si è dotati di una maturità espressiva tale da arrivare al lettore emozionandolo, coinvolgendolo e facendolo sognare, allora ben venga essere giovani.

Il sentimento di sufficienza, di pregiudizio, quasi di ostracismo, che a volte mi sono trovato ad osservare nei confronti di chi prova a “farcela”, ad emergere, in questo mare in tempesta della cultura globalizzata, mi fa venire i brividi. L’originalità, la luce, il contenuto, la freschezza linguistica, la composizione melodica di certe costruzioni, di certe ricercate giustapposizioni vocali, non ha età!

Certo, non è sempre così. A volte il giovane va, per così dire, coltivato, affinato, rivisto attraverso un delicato lavoro di  labor  lime. La luce che emana dai suoi scritti magari ha bisogno di essere resa meno nebulosa e di raggiungere, attraverso una sorta di filtro, la sua piena essenza, la sua completa espressività.

 

Tornando al concetto di globalizzazione della cultura, crede che questo penalizzi la produzione letteraria di qualità?

Direi proprio di sì. Ma più che di globalizzazione culturale parlerei di globalizzazione economica, nel senso che, purtroppo, a volte le grandi case editrici – e non è il nostro caso – spinte dalla necessità di sostenere costi fissi ingenti, come ad esempio gli stipendi dei dipendenti, non possono permettersi di fare flop, e allora puntano sul sicuro. Questo vuol dire che in qualche modo il prodotto che vanno a immettere sul mercato dovrà essere una fonte di guadagno certa: non ci si può  permettere di sbagliare. E allora ci si adegua a quello che il mercato chiede, a quello che la gente vuole, sostenendo e imitando modelli stereotipati e fatti passare come unicamente vincenti. Una sorta di star system della cultura di origine americana, dove si investe sul cavallo sicuro, su colui nel quale si riconosce, al di là del talento, la potenzialità per assurgere a “personaggio”. L’immagine allora diventa fondamentale, si guarda più alla confezione che al contenuto, con una tendenza perversa all’appiattimento dell’autore, all’omologazione degli stili a scapito della qualità.

Ogni autore, invece, ha un’impronta caratteristica: cancellarla vuol dire soffocare il suo respiro, rendere muta la sua anima. È come se ogni opera avesse una sola matrice: una sorta di iperautore globalizzato.


La  EdiLet, rispetto a questo fenomeno, come si difende?

Ricercando e promuovendo la qualità. Dando spazio e facendo crescere tutti quei talenti che magari un giorno raggiungeranno l’apice del successo con un’altra casa editrice, economicamente più provveduta. Il nostro unico obiettivo è sostenere la cultura, quella vera, quella sana, che comunica, che fa riflettere, che arricchisce, salvando lo scenario letterario da un desolante avvilimento.

 

Ci può fare qualche nome dei talenti dei Castelli Romani pubblicati dalla sua casa editrice?

Tra i giovani citerei sicuramente Silvia Santirosi, con la sua raccolta di poesie, dal titolo Istantanee. Versi freschi, diretti, originali, che arrivano al cuore. Una pubblicazione che ha esaurito la prima edizione e che è stata molto apprezzata a livello critico, ad esempio da Sandra Petrignani, narratrice e giornalista dei nostri tempi. Proseguirei con Roberto Pallocca, attualmente direttore per EdiLet della collana di narrativa “Sherazade”, del quale ricordo il bel romanzo Non per sempre, anch’esso venduto fino all’ultima copia alla sua prima edizione. Aggiungerei poi Giusi Dottini, che a maggio uscirà con la sua opera prima, il romanzo Lezioni di tango. Citerei ancora Paolo Di Paolo, che con il suo studio Piccola storia del corpo, attraverso il quale indaga e rintraccia le tracce della corporeità nella narrativa del ‘900, ha inaugurato nel 2008 la collana “Voltaire” della EdiLet, dedicata alla critica letteraria. Tra i giovani più talentuosi indicherei Maria Laura Gargiulo, di cui ricordo il bellissimo saggio L’antiburattinaio. Pasolini e le ragioni del dissenso, attraverso le cui pagine viene ripercorsa “a chiave” l’intera opera pasoliniana, con una interpretazione documentata e per certi versi nuova, vibrante di pathos esistenziale, di un uomo e di un intellettuale tra i più geniali e scomodi del ‘900, spesso rimasto solo contro tutti per aver profondamente creduto nelle proprie idee.

Naturalmente la EdiLet non si occupa solo di giovani talenti. Terrei, infatti, a citare qualche altro autore dei Castelli Romani, la cui fama, in taluni casi, ha varcato i confini del territorio, a livello nazionale ed internazionale. Parlo, ad esempio, di Maria Lanciotti, con l’intensa poesia di Questa terra che bestemmia amore, una sorta di “laica rappresentazione”, per stazioni progressive, del mondo contemporaneo e dei suoi traumatici scompensi; o ancora di Gianna Sarra, che con il suo romanzo breve L’isola degli infami (etimologicamente: i “privi di fama”), si cala nel mondo dei talent show televisivi, come l’Isola dei famosi, descrivendoli dal punto di vista di un “reduce” che fa fatica ad integrarsi di nuovo nella realtà. Un racconto ironico, gradevole, accattivante, attualissimo: tutto da gustare. Aggiungerei Patrizia Pallotta, esperta di letteratura inglese, che con le poesie di Assolo e Insoliti sguardi (quest’ultima silloge di prossima pubblicazione), ci parla da un mondo assorto e trasparente, quasi etereo, immerso in una dimensione onirica di puro godimento del verso. Citerei ancora il Taccuino poetico di Natale Sciara, con l’estro pittorico delle sue passeggiate solitarie; e Valter Casagrande, con la poesia meditativa de Il navigante del Plenilunio e de Il Promontorio del lungo silenzio, lampeggiante e pervasa di pause, quasi a chiedere all’autore di proseguire intimamente il verso.

Chiuderei con il grande Aldo Onorati, autore di fama internazionale, tradotto in ben 16 lingue, che attraverso le sue poesie, le sue narrazioni e i suoi saggi ha raccontato – oltre ai Castelli Romani – l’uomo e i suoi sentimenti a 360°, esaltandone la carnale terrestrità senza esorcizzare le zone oscure e il dolore universale dell’esistenza. Nella messe sterminata delle sue opere si ricordano in particolare La saga degli ominidi, La speranza e la tenebra, Lettera al padre, Nel frammento la vita, Gli ultimi sono gli ultimi, Dante e l’omosessualità, e l’antologia poetica pubblicata recentemente da EdiLet e da me curata, dal titolo emblematico Il mistero e la clessidra.

Tra le nostre pubblicazioni, infine, L’amore ai tempi della crisi, l’antologia dei racconti vincitori e finalisti della prima edizione del premio letterario “Città di Marino” (2010).

 

“Punto libero”, febbraio 2011, p. 10

                                                                                                                     

 

 

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