Intervista al noto critico letterario sul recente romanzo dello scrittore castellano

 “Il sesso e la vita” di Aldo Onorati

visto da Marco Onofrio

 

di Lucia Fruttaldo

 

 

È uscito, coi tipi della EdiLet (Edilazio Letteraria) di Roma, diretta dallo scrittore e critico Marco Onofrio, il nuovo romanzo di Aldo Onorati “Il sesso e la vita: il passaporto erotico di una generazione”. Ne parliamo proprio con Marco Onofrio, che ha scritto una straordinaria prefazione all’opera e ne ha curato la pubblicazione. Onofrio è uno dei più energici e significativi autori contemporanei, avendo al suo attivo diverse sillogi poetiche, romanzi, racconti e saggi critici, di cui cito “Dentro del cielo stellare… La poesia orfica di Dino Campana”, pietra miliare sugli studi campaniani, sull’orfismo e sui miti, che ha ricevuto, fra i vari riconoscimenti, il premio nazionale “Terzo Millennio”  (targa del Senato della Repubblica).

 

Lei ha per certi aspetti riscoperto Aldo Onorati come poeta, cioè autore di versi – che in Italia era stato un po’ messo in ombra forse dal suo successo di scrittore e critico letterario, poi di dantista –, curando “Il mistero e la clessidra” (EdiLet), in cui ha riproposto in una chiave di lettura originale, attraverso un’antologia divisa in temi, la realtà anche poetica di Onorati. Vuole accennarne, dato che il libro ha avuto larghi consensi?

L’operazione che ho tentato, antologizzando e sistematizzando in chiave critica i versi di Aldo Onorati, nasce anzitutto dal bisogno di spiazzare il malcostume che vuol “ridurre” la complessità di un autore a una dominante (determinata quasi sempre dal successo commerciale di un’opera sulle altre) e, quindi, a un genere letterario. Mi dava noia, cioè, sentir dire che Onorati è più “narratore” che “poeta”, e che – sostanzialmente – è l’autore degli “Ominidi”, o poco più. Le classificazioni di comodo sono fatte per esser scardinate. E a me, come critico letterario, piace molto scompigliare le carte. L’autore, se e quando autentico (e Onorati lo è), è uno e inconfondibile in tutte le sue manifestazioni, a prescindere dal genere o dal registro. C’è, infatti, continuità organica fra tutte le opere di Onorati, in prosa o in versi: sono, per così dire, fiori dello stesso mazzo.       

 

“Il sesso e la vita: il passaporto erotico d’una generazione” sembra sia stato pubblicato proprio per suo diretto interessamento, in quanto  Onorati non si decideva a darlo alle stampe. Vuole illustrare ai nostri lettori il significato di questo romanzo?

Ci sono “autori” che, pur di vedere stampato il proprio nome, manderebbero in tipografia la lista della spesa! Un autore valido si riconosce dal pudore, dalla ritrosia naturale, dalla cautela che usa e dimostra nel concedere all’editore il “visto si stampi”. Ci si confronta con la forma non più modificabile della scrittura: occorre pensarci bene, soppesare, correggere, riscrivere. Il dilettante si riconosce dalla fretta e dalla superficialità con cui si libera del processo di revisione, ammesso ne conosca l’importanza; l’autore vero dal bisogno che ha di praticare in più stesure, anche a distanza di anni, il “labor limae”, cioè dall’incapacità di accontentarsi facilmente di una forma. Onorati, poi, è un caso a parte, dato che in aggiunta ha l’umiltà tipica dei grandi: non è mai soddisfatto di se stesso, si vede e si mette sempre un gradino sotto quel che meriterebbe. L’ho incoraggiato e convinto a pubblicare “Il sesso e la vita”, malgrado le sue resistenze, perché credo molto in questo romanzo, che mi pare una delle sue opere più felici. L’essenza del libro ho cercato di catturarla nella Prefazione. Qui posso soltanto dire che è un testo fondamentale per capire come i nostri padri (la generazione degli anni trenta) vedevano il mondo – le donne, la vita – e come si iniziavano ai piaceri del sesso e ai misteri del sentimento. L’angolo di visuale geograficamente determinato (Roma e Castelli Romani) non limita l’universalità dello sguardo, poiché Onorati dialoga con l’uomo tout court, al di là dei confini spaziotemporali, penetrando negli interstizi della cultura e della civiltà. Ecco: oltre che un bellissimo romanzo, “Il sesso e la vita” è un’opera di pensiero che ha il sapore profondamente umano dei classici.

 

 

 

 


Cosa pensa – in genere – della produzione contemporanea e del mondo letterario italiano?

È un mondo che frequento da oltre un decennio, come autore e direttore editoriale, e devo confessarle che non mi piace granché. Pullula di narcisisti e di esibizionisti senza scrupoli, ed è infestato dalla mala pianta dell’invidia. Troppe persone scrivono, anche senza talento (l’accessibilità della scrittura rispetto ad altre arti può illudere i più sprovveduti), e troppi editori pubblicano senza fare selezione. C’è una spaccatura netta fra il sottobosco dei piccoli editori (molti dei quali grevemente lucrativi) e le consorterie “alte” delle Major che si spartiscono il mercato, le recensioni, i premi. Gli autori restano invisibili, a prescindere dal valore delle loro opere, finché non c’è un mentore che li segnala a un grande editore. I critici, dal canto loro, non fanno più il loro mestiere: tendono a scrivere soltanto dei soliti autori e dei soliti editori, dai quali sperano compensi e favori di scambio. Anche se un’opera è un capolavoro, ma è per caso di autore sconosciuto e/o pubblicata da un piccolo editore, resterà quasi sicuramente inascoltata. Il mercato è drogato dagli standard commerciali e simil-televisivi imposti, per vendere migliaia di copie, dai grandi editori. Si sono persi i confini della critica e i criteri stessi della storicizzazione. L’unica speranza è nelle mani dei piccoli editori di qualità, coraggiosi e indipendenti da certe logiche.   

 

Quali sono i suoi autori preferiti?

Preferisco gli autori linguisticamente “grassi”, generosi, carnali, al limite barocchi. Gli eredi di Petronio, Apuleio, Rabelais. Autori impastati d’ombra, sporchi di esistenza: febbrili, vulcanici, visionari. Onorati è uno di questi, e infatti lo considero tra i miei “maestri”. Tra i romanzi del ‘900 ho una predilezione speciale per “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Ma le sorprese sono all’ordine del giorno: da poco ho scoperto un altro capolavoro, pressoché misconosciuto: “Orfeo in Paradiso” di Luigi Santucci. 

 

Quale romanzo di Aldo Onorati le è più caro, e quale saggio critico?

Tra i romanzi, a parte “Il sesso e la vita”, direi “La speranza e la tenebra”. Tra i saggi critici, “Dante e l’omosessualità”, che rivela in poche pagine di sintesi geniale, con idee fulminanti, il talento dell’Onorati dantista e profondo conoscitore di letteratura. 

 

Il nome e le opere di Aldo sono molto legati ai Castelli Romani, però egli è tradotto in una miriade di lingue anche extraeuropee. Cosa significa, in tal modo, questa osmosi tra territorio locale e cultura internazionale?

È una condizione ottimale: essere organici al proprio territorio, del quale si è scritta la storia e nel quale si resterà per sempre (anche fra due secoli, chi vorrà conoscere la storia e l’antropologia dei Castelli Romani dovrà ricorrere alle pagine di Onorati), ma avere al contempo un respiro internazionale per l’importanza delle cose scritte e l’altezza delle relazioni intessute (Onorati ha frequentato, tra gli altri, Carlo Levi, Rea, Pasolini, Armando, Fabi, Romano…) L’appartenenza al territorio dei Castelli gli permette di non smarrire il contatto con la realtà delle cose, senza tradursi in ostacolo all’ampiezza dello sguardo acquisito. In tal modo Onorati prende il meglio da entrambe le dimensioni.     

 

L’editrice che lei dirige, EdiLet, sta ormai salendo nella stima dei più significativi intellettuali italiani. Ci parli di essa e dei programmi futuri.

EdiLet nasce quattro anni fa come settore letterario della Edilazio: al pari della casa madre, EdiLet si propone di perseguire un discorso editoriale di qualità, fondato sulla selezione dei testi. Con all’attivo dieci collane, copre un notevole ventaglio tematico – classici tradotti compresi – ma è specializzata nella saggistica letteraria. Su quasi cento libri pubblicati, un buon 30% è a livelli di eccellenza, e questo mi rende orgoglioso. La qualità non dà un immediato ritorno economico, ma paga sul lungo termine, procurando attestati di stima e occasioni culturali di prestigio. Ai vantaggi umilianti della catena preferisco la libertà difficile del lupo.    

 

“Cronache cittadine” 11 novembre 2011, p. 14

 

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