"Art magazine", gennaio 1994, p. 23

Segnalazione di "Interno cielo"

La crisi esistenziale porta un giovane alla ricerca di spazi più autenticamente umani, al di sopra delle quotidiane miserie. Con intermezzi di personaggi che recitano come attirati nel drammatico gioco della narrazione, il romanzo rivela uno scrittore di straordinaria inventiva letteraria.  

 

"Oggi Castelli”, 6 febbraio 2003, p. 15

Marino - Gli “Squarci d’eliso” di Marco Onofrio protagonisti al Museo Civico

 

Si terrà oggi alle ore 18, presso il Museo Civico “U. Mastroianni”, la presentazione del libro di poesie di Marco Onofrio “Squarci d’eliso”, edito dalla Sovera Multimedia. Relatori della serata, che si svolge con il patrocinio del Comune di Marino, saranno il filosofo Eugenio Ballabio, lo scrittore e poeta Franco Campegiani e lo scrittore, nonché direttore editoriale della Sovera, Aldo Onorati. “Squarci d’eliso” è una silloge poetica di 50 liriche. Il libro consta di 80 pagine. In copertina spicca “Visione dall’interno”, olio su tela dipinto appositamente per l’occasione dall’artista marinese Christian La Rosa. Il libro è stato scoperto nell’aprile 2002 dallo scrittore marinese Franco Campegiani e proposto, per suo tramite, alle attenzioni della Sovera Multimedia Editore di Roma (gruppo Armando), che lo ha pubblicato nel novembre 2002 all’interno della collana “Fronda Peneia”. Le poesie sono state scritte in un arco di sei anni, dal 1995 al 2001, durante il quale l’autore le ha fatte oggetto di una revisione continua, essendo d’altra parte il “labor limae” un canone fondamentale del suo procedimento compositivo, a detta dei critici. Marco Onofrio è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Laureato con lode in Lettere Moderne presso l’Università “La sapienza”, vincitore del Premio Internazionale “E. Montale” 1996 per la Tesi di Laurea, appassionato cultore di arti e letteratira, è autore di poesie, racconti e opere teatrali. Oltre a “Squarci d’eliso” ha pubblicato il romanzo “Interno cielo” (Milano, Editrice Italia Letteraria, 1993) e la silloge di racconti “Eccedenze” (Roma, Lo Faro Editore, 1999 – Premio “Colosseo d’oro”). Attualmente è interessato alle potenzialità educative e terapeutiche della poesia e, a tal proposito, è impegnato in un progetto presso la scuola media “U. Nobile” di Ciampino.

 


“Il Segnalibro”, n. 83, aprile 2003, p. 50

Segnalazione di Squarci d’eliso


 

“Terza Pagina”, n. 1, maggio 2004, p. 22

Recensione a La dominante

 

La dominante, opera in tre atti con prologo, di Marco Onofrio, inaugura la nuova collana editoriale di Sovera intitolata “La scaletta di Caronte”, riservata al teatro e diretta dallo stesso Onofrio. Un’opera a tinte fosche, che s’illimpidiscono nel finale, dove la recitazione si confonde con la realtà, il teatro con la vita, e prende corpo un’inversione di personaggi e di ruoli che la dice lunga sulla perdita di identità, sul plagio, lo smarrimento e la follia dei tempi attuali. Incentrato sulla figura femminile (sia Milla, sia la Madre sono archetipi di una ginecocrazia possessiva ed egoista di cui nessuno oggi sembra avere il coraggio di parlare, come sottolinea Aldo Onorati in prefazione) questo dramma vuole essere il racconto dell’insanabile conflitto tra i sessi che si tramanda di generazione in generazione da tempi immemorabili. E si scopre che la Dominante è stata a sua volta dominata, non tanto da figure femminili (il che lei stessa sembra dare per scontato), quanto e soprattutto da figure maschili (Bruno) in una sequenza di vessazioni reciproche, pressoché sconfinata. Frustrazioni, umiliazioni e perversioni sessuali si inseguono in una gamma impressionante di piaceri/dolori sadomasochistici, allo scopo di scaricare la rabbia per situazioni inaccettabili e sempre più indecorose. Di genere satirico-tragico, l’opera può collegarsi al teatro dell’assurdo contemporaneo, ma ancor di più si apparenta, a mio parere, al dramma greco classico (eschileo in particolare) per quei tortuosi meccanismi psichici che ritraggono l’hubris e la nemesis, il processo della colpa e dell’espiazione attraversato dall’animo umano. Come nella tragedia di Eschilo, anche qui i torti e le ragioni si accavallano e si rincorrono inestricabilmente, per cui tutti sono vittime e colpevoli nello stesso tempo. E si affronta il grande tema evolutivo della psiche, costretta da un fato ineludibile a navigare nei procellosi mari delle tare umane, per giungere, attraverso fasi catartiche, in lidi di maggiore armonia. Questa sorta di fato ineluttabile sembra in realtà cozzare con i principi di libertà dell’essere umano, magnificamente espressi nel pensiero di Pico della Mirandola posto ad epigrafe del testo, secondo cui l’uomo sarebbe l’unico artefice del proprio destino. Tuttavia, nella visione evolutiva della psiche, le due fasi della perdizione e della redenzione si possono conciliare. Da questa angolazione, infatti, non possono esserci separazioni nettissime tra il bene ed il male, tra spinte ctonie e spinte celestiali, tra sfere superiori ed inferiori dell’animo umano. In questa visione dell’uomo a trecentosessanta gradi, c’è soltanto un cammino, un percorso da fare. Per cui l’odio e l’amore si affratellano e l’uomo con la U maiuscola finisce per inglobare quello con la u minuscola, senza condanne moralistiche, in uno scambio osmotico, all’interno del suo stesso essere, tra il diabolico e il divino.

Franco Campegiani

 


“Il Corriere di Roma”, LVIII, n. 861, 30 giugno 2005, p. 13

Recensione ad Autologia

 

Nonostante la giovane età, Marco Onofrio ha pubblicato tantissimo ed ha scritto ancora di più. Laureato in Lettere Moderne presso La Sapienza, con una tesi su Dino Campana, cui è stato successivamente assegnato il Premio Montale nel ’96, ha dato alle stampe romanzi, racconti, opere teatrali e testi poetici, come “Squarci d’eliso”, nel 2002, da considerare l’antecedente in tutti i sensi di Autologia, uscito, questo, non più di un mese fa con Sovera Editrice, nella collana “Labirinti e tracciati”, diretta dal sottoscritto. E proprio oggi, nella stessa collana della stessa editrice, ecco “La lampada interiore”, una serie di soggetti cinematografici, o comunque di brevi racconti filmici adattabili allo schermo, cui l’autore ha dato vita in questi ultimi tempi, fornendo la prova incontrovertibile di trovarsi in un particolare momento di grazia e furore creativi. Ebbi a dire, per “Squarci d’eliso”, che l’impianto poetico di Marco Onofrio, così epico e ricco di atmosfere fiammeggianti, di visioni uraniche, orfiche e odisseiche nello stesso tempo, ha un effetto dirompente nel cuore disincantato e piatto della cultura postmoderna, che non sembra lasciare spazio per alcuna accensione spirituale. La poesia di Onofrio mi sembrava già allora una potente spinta verticale, un’accelerazione eterica, una freccia lanciata verso i cieli, intesi, questi, non come mondi fantastici o irreali, ma come realtà profonde, come radici dell’essere – del proprio essere – come luogo/non luogo dove si può ascoltare “il senso infinito della (propria) voce” e scoprire di essere “musica di luce”. Autologia è la continuazione di quel percorso poetico, dove si svolge un dialogo dell’autore con se stesso che si sbaglierebbe a configurare come monologo, giacché il “tu” cui egli si riferisce non è che un “alter ego”, un’entità realmente altra e sfuggente, un doppio di se stesso navigante nei cieli infiniti. È il problema dell’identità quello che il poeta pone, cogliendola proprio nelle spiazzanti metamorfosi dell’essere, contemporaneamente dentro e fuori di sé. Una poesia di conoscenza, dunque, e non una poesia in fuga, come può essere il canto di Campana, cui pure Onofrio può essere utilmente accostato. Tutto è sempre concluso e sempre rinnovato, in un vigore eruttivo stupefacente, dove il poeta non è che un tragico eroe, indomito e smarrito nello stesso tempo, ritratto nella sua inquietudine e nelle sue ferite, ma insieme nella sua forza interna incorruttibile, misteriosa. Il poeta dichiara la sua sconfitta esistenziale con estrema onestà: “dentro il cuore non ritrovo più / l’isola di luce nell’azzurro / la forma, la memoria e la distanza / ma solo buio pesto e disperato”. Poi, improvvisamente, si scuote, e nasce una sfida: “Io lancio su per l’aria il mio vessillo / e ringhio ad ogni vento il mio cipiglio”. È l’incontro/scontro fra assoluto e relativo, dove ritroviamo le atmosfere dantesche e michelangiolesche d’una commedia insieme umana e divina; i viluppi inestricabili della perfettibile imperfezione dell’animo umano: delle sue lacune, dei suoi vizi e difetti, ma insieme della sua inestinguibile sete d’assoluto. Una caustica ironia/autoironia esplode in “Dualogo” e si sviluppa nella parte centrale del testo, corrodendo apparentemente le acquisite certezze intorno all’anima immortale, intorno all’oltre dell’io; ma poi ci accorgiamo che il sarcasmo riguarda la presunzione smodata e fallimentare dell’io psichico, e non quell’umilissima fede nel Sé divino, verso cui questa poesia ci conduce: fede attestata su leggi elementari incontrovertibili, su minuscole realtà corporali, dove, guarda caso, “la risposta è sempre che io sono”. È precisamente in “Autologia”, la poesia che dà il titolo al testo, a snodarsi la satira più feroce e corrosiva sul delirio di onnipotenza dell’io. In “Orgoglio” continua e si approfondisce questa scoperta dei valori essenziali e semplici, vitali e imprescindibili: “la traccia, la scintilla del divino / Essere infinito / che ci illumina da dentro col suo dono… Ed è quanto basta, se rifletto / ad amare questa vita e quel che / sono”. A livello espressivo e formale Autologia è una poesia meno problematica di “Squarci d’eliso”. Di conseguenza il verso si fa più disteso e meno ricercato. Il costrutto è fondamentalmente ancora poematico e sillogistico. Ogni poesia si rannoda all’altra, e tutte insieme danno l’idea di un discorso consequenziale. C’è tanta teatralità e tanto gusto mimetico, parodistico, caricaturale. C’è un plurilinguismo ricchissimo, dove compaiono termini presi dalla tradizione aulica, unitamente a termini dell’uso corrente e volgare, a volte addirittura triviali. Anglismi, neologismi. La musicalità, endecasillabica, è ricca di rime interne, incrociate. Le atmosfere sperimentali hanno echi soprattutto campaniani, ma anche gozzaniani, palazzeschiani, ungarettiani.

Franco Campegiani

 

 

“Terza Pagina”, n. 7, giugno 2006, pp. 16-17

Recensione ad Autologia

La poesia di Marco Onofrio, a notare i suoi vividi squarci pittorici, sembrerebbe ispirarsi alla serenità vagheggiata dagli idilli. Ma non è così: non ha niente di pastorale e di campestre; non allude a una vita tranquilla e felice, esente da preoccupazioni e dolori. Non è nell’atmosfera sognante e “sentimentale” il valore autentico della sua ispirazione. Marco Onofrio non è un soldato semplice sperduto tra le file, ma un condottiero che grida al mondo le proprie ragioni. In questa sua seconda silloge, dopo i voli trasognati e metafisici di “Squarci d’eliso” (2002), è in atto una maggiore concretezza. L’autore - forse sazio di tanto azzurro attraversato - sembra finalmente indicarci la terra, come Aristotele nel celebre dipinto di Raffaello. E, per rappresentare il gioco crudele della Vita, nelle sue contraddizioni, mette in opera un pensiero tagliente, sferzante, a volte dissacrante. Eccolo allora uscire dalle regole comuni, per marciare con passo originale o, addirittura, in senso contrario al passo dei più. Come un principe glorioso che non teme sconfitte: emerge sempre! Anche se a volte si sente travolto da un turbine impetuoso, in balia di un mare senza sponde / evaporato al fuoco delle stelle, lui non si arrende e prosegue imperterrito il cammino: cammino senza rotta sul fondale (…) / trattengo solo il minimo essenziale/ d’amore quella goccia che mi serve / per andare avanti in questo abisso. Il poeta stenta a riconoscersi nel mondo, e spesso se ne allontana per cadere in uno stato di cupa e profonda angoscia, fino a dire: la mia solitudine è perfetta / inguaribile / abissale. Sono momenti di grande drammaticità, che rattrista e spaventa a un tempo, ma non segna una sconfitta esistenziale. Presto il big bang esplode di nuovo, più forte che mai, e riaffiora prepotente il desiderio di amare e di essere amato, di colmare il vuoto che lo tormenta. Il mio cuore è una boccia fresca / d’acqua gorgogliante e risorgiva. Grande quanto paradossale, è la sua voglia di vivere questa vita che non gli appartiene. Mi aggrappo al salvagente del mio corpo / perché ho paura di caderci dritto / dentro il cielo del respiro a capofitto / naufragando dentro al nulla del suo mare. Soccombe? Niente affatto! Ed ecco che di nuovo spiega le ali, risorgendo dalle sue stesse ceneri, per spiccare il volo negli spazi immensi senza fine. Io vago in un giardino di galassie / cercando il mio reame / perduto alla distanza siderale. Il poeta è alla continua ricerca del “perché ultimo” delle cose, proprio in quanto nulla sembra in grado di fornire una risposta esauriente, definitiva. È uno scacco che, pur abbattendolo, prelude sempre alla sua gagliarda, prepotente riscossa. Ed è in questa dialettica mai pacificata, nel movimento pendolare tra il vuoto e il pieno, tra il sentirsi sperduti nel mezzo di un oceano in tempesta e, insieme, vicini all’isola della salvezza, il ritmo cardiaco della poesia onofriana. Una poesia che, come la vita, oscilla tra gli opposti / senza trovare un centro: perché forse un centro non esiste o, meglio, perché tutto è centro, in questo cosmo molteplice e infinito. La risposta è avvertibile, forse, nel doloroso amore di una voce poetica autentica, quale ha ed è Marco Onofrio, allorché dà vita a un canto così mosso, aspro, potente e pensoso, scolpito nel cuore, pieno di drammatica verità umana. Poesia di sangue e conoscenza, dunque, di abissale, vertiginosa profondità. Capire se stessi per comprendere il mondo: l’imperativo socratico intride queste cinquanta intensissime liriche, riassumendosi - a cifra complessiva e conclusiva - nel titolo stesso che la silloge porta, non a caso.

Michele Coccia

 

 

“Italia Sera”, 12 dicembre 2006

Recensione a D’istruzioni

La casa editrice Sovera ha di recente pubblicato “D’istruzioni”, la nuova raccolta di liriche del poeta e scrittore romano Marco Onofrio. “Quella di Marco Onofrio - scrive Mario Verdone nell’Introduzione al pregevole volume - è una poesia che incuriosisce per vie sottili. Una scrittura lirica attenta, precisa, ricca di movimenti sinfonici e folgoranti accensioni. Lo stupore primo sorge dal titolo: D’istruzioni. La sua ambiguità racchiude la legge suprema del fatto creativo, per cui la poesia stessa si dà come autorappresentazione, come gioco in fieri delle sue alchimie. Le ‘istruzioni’ per vivere sono anche ‘distruzioni’. Tutto si mescola a tutto: c’è un riflesso di luce dentro ad ogni buio - e viceversa. Vita e morte ci coappartengono, sono facce della stessa medaglia”. È lirica e al tempo stesso ricerca interiore senza sosta quella che vibra nei versi di Onofrio. Come in “Per me”, dove il “vuoto” evocato assedia e immette d’improvviso l’anima nel “grande abisso dentro me, nel silenzio che non passa ma diviene”. Così “dietro le ombre dense, filiformi / dei nostri sguardi sporchi e incatenati / raramente trafitte da squarci / di bagliori ardenti e fuggitivi” il poeta riscopre la dimensione infinita dello spazio, un altro mondo che si può percepire soltanto “col silenzio” dentro il proprio cuore.

Annalisa Venditti

 

 

“Il Segnalibro”, n. 127, aprile 2007, p. 25

Segnalazione di D’istruzioni

 

 

“Stilos”, IX n. 16, 28 agosto 2007, p. 21

Le sillogi di Marco Onofrio

Marco Onofrio propone una poesia meditata e consapevole. Parla del lavoro di scrittura in versi come di un esercizio dello sguardo, «un modo di andare oltre la superficie delle cose, collegandole al tutto». Essenziale, nei suoi testi, non solo la tecnica del verso (il rifarsi, con cognizione, alla storia letteraria, alla tradizione) ma anche l’elemento fonico: «Il verso per me nasce dal suono – ha spiegato -. Mi incanta un ritmo interiore». Classe 1971, nel ’96 ha vinto il Premio Montale e ha già pubblicato molto. Squarci d’elisoAutologia e D’istruzioni (tutti pubblicati da Sovera) compongono un trittico, a cui si aggiunge Antebe (di prossima pubblicazione per Perrone). Del recente D’istruzioni è notevole la sapienza con cui Onofrio domina il mezzo poetico. C’è nei suoi versi una consuetudine con la grande letteratura (confessa i suoi amori per Shelley, Ungaretti, Neruda, Montale, Luzi, D’Annunzio, Kavafis) che crepita ad esplode in scintille luminose. Il passo è di chi rumina, saggiamente; di chi attinge alla preziosità (anche attempata) del lessico in cerca di forza e vitalità di significanti e significati. Il lettore si sente avvolto da una musica distante, che rimanda alla vita e alla letteratura con una curiosa ambiguità che invita a chiedersi se la letteratura imiti la vita o viceversa. Viceversa, sembra dire Onofrio, con la sua tensione a «infinitarsi», con il suo sguardo ostinato al cielo, che non replica. C’è ancora, in D’istruzioni, un’attenzione nuova e diversa alla quotidianità. Di là dagli slanci filosofici, si avvverte un contatto con la vita che ferve e che scorre, la «calda vita domestica».

Paolo Di Paolo

 

 

“Anni Nuovi”, ottobre 2007, p. 3

Guido De Carolis: “Vita d’artista tra due millenni”

 

Guido è un artista di grande valore, ma il suo carattere schivo ed una dose forse eccessiva di timidezza, hanno contribuito a non farlo conoscere come merita. Ben arrivato, dunque, il libro di Marco Onofrio “Guido De Carolis – Pittura Luce Energia”, edito per i tipi della Edilazio nel luglio di quest’anno. Marco Onofrio, nato a Roma 36 anni fa, è un valente scrittore. Le cui doti gli hanno già fatto ricevere numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale “E. Montale” nel 1996. Il suo ultimo successo è stato, nel gennaio del corrente anno, quello della silloge poetica Antebe. La sua è dunque penna appropriata per rendere omaggio alla carriera artistica del nostro concittadino. Il volume, di 150 pagine, è - usiamo gli stessi termini che si leggono nel retro di copertina - un viaggio appassionato nelle vicende biografiche e creative di Guido De Carolis, artista che della pittura ha fatto ragione di vita e mezzo di ricerca etica, di approfondimento interiore, di confronto con le istanze dello spirito. Da Maglie a Ciampino, dal Salento a Roma, dalla fine degli anni Venti a ben oltre la soglia del Terzo Millennio. Gioie, dolori, luoghi, tempi, persone e personaggi di un percorso umano e artistico esemplare, per molti versi, di valori e sentimenti autentici. In effetti, scorrendo i vari capitoli dell’opera, si scopre la straordinaria - pur nella ordinaria quotidianità della vita – vicenda di questo artista che, nato a Maglie il 5 maggio del 1929, secondogenito di otto figli, di una famiglia già intrisa dal senso dell’arte, da giovane si trasferisce a Ciampino, dove vive ed opera ancora oggi, avendo fatto della sua abitazione in via Trento una vera e propria galleria d’arte. La lettura del testo di Onofrio è veramente piacevole, ricca di dati e di osservazioni. Chi legge può penetrare più profondamente nell’intimo dell’artista; ne scopre gli aspetti umani, da quelli personali a quelli familiari; gusta la vasta rassegna critica che mette sotto minuzioso esame la sua produzione, esaltandone il valore ed i significati. Chiudono il volume, in forma splendida, le decine e decine di illustrazioni a colori dei quadri di Guido De Carolis, con il loro stile inconfondibile, il loro colore, la loro magia. Questo libro, insomma, rende il dovuto merito alla bravura di questo pittore che, nel silenzio e nel nascondimento, fino ad oggi, ha saputo dare alla città un alto contributo artistico.

Michele Concilio

 


“Terza Pagina”, n. 11, settembre 2007, pp. 8-9

Recensione a “D’istruzioni”

 

Partenze, arrivi, promesse, con istruzioni o distruzioni per l’uso. Sono ingredienti di un canzoniere relativamente breve, ma più che sufficiente a configurare una commedia umana tutta interiore; che però a molti, penso, piacerebbe vedere da una speciale messa in scena. Palcoscenico, un cubo; protagonista, quell’alterego dell’autore che è l’attore: non nudo, ma messo a nudo da una luce impietosa sulla maschera bianca. Da lì si capirebbe forse meglio quanto dramma e dolore ci sia anche dentro la lirica, nel suo comporsi e formularsi alla coscienza. Un’intenzione in questo senso, non so dire quanto avvertita dall’autore, me la fa immaginare proprio il Commiato: “Io sorgo e poi tramonto nel mio tutto/ (…) Non mi vedrete più, forse…/ (e il coro dei lettori): / Meno male!”. C’è il paradosso del teatro: l’autore che scompare nella figura dell’attore; l’attore nella propria voce, nel proprio gesto; voce e gestualità, nel pubblico. E nessuno saprà, malgrado applausi o fischi, quale e quanta sostanza del dolore e del dramma vi sarà trasmigrata. Però chi ha letto quel testo di “teatro crudele” di Marco Onofrio che è La dominante capirà meglio, forse, che il dolore nel dramma qualche volta non è nemico. Ora sembra esserlo anche per Marco Onofrio poeta in queste D’istruzioni, dove gran parte del dolore viene trasfigurata da una gestualità interna alle parole che vogliono farsi luce. Qui luci di parola prevalgono sul seguito di quel “canto uranico” colto da F. Campegiani nella elegante prefazione a Squarci d’eliso, la prima parte della “trilogia” che D’istruzioni idealmente conclude. E prevalgono ancora sul persistente silenzio - di cui si coglie il “tuono spaventoso” (Nembo) -, parola-chiave proposta da A. Onorati nella sua prefazione ad Autologia, dove raggiunge, anche per il corredo analitico tecnico, la profondità del saggio critico. La trilogia si chiude, infatti, aprendo dolorosamente al mondo, non soltanto mentale, in divenire: “devo entrarmi, essere del mondo / e il mondo, il grande abisso dentro me, / nel silenzio stesso che io sono”. Diversamente dal pagano, sia pure iperuranico Platone, meno indeciso nella scelta tra cielo e terra (“gli astri contempli, mio astro; e io potessi farmi cielo per guardarti con tanti, tanti occhi”), il quale nel silenzio prelude all’esplicitazione di un amore, Marco Onofrio esplicita il silenzio nell’implicazione di un “puro amore” come “semenza immensa della vita”, substrato necessario dell’esistere; e lo umanizza e lo converte in silenzio di meditazione. Qui è la scoperta di queste “istruzioni”, forse in parte ancora latente; ma l’intuizione è dispiegata: che l’io divenga il sé. Sapere come questo possa avvenire, sarà l’autentica scoperta; meglio forse però rimandarla a un prossimo domani, quando una residenza in “terra nostra madre e consigliera” sarà stata trovata e lo slancio meditativo evolutivo non sarà più minacciato dal vuoto che “mi cerca, mi assedia, mi detiene” o dal “mancamento, ubiquo cedimento”, come in alcuni dei momenti più indicativi della svolta agognata in D’istruzioni. Qui mi sembra di vedere anche un ponte tra le due culture, dell’uomo artefice a Occidente e dell’uomo estatico a Oriente. Anima naturaliter cristiana, Onofrio sente questa commistione, che era un tempo la mistica di “ora et labora” e già nell’alto medioevo, educando santi e architetti, contribuiva a fondere l’Europa per rifondarla in una coscienza nuova. Ora, si sa che i poeti sono un po’ artefici e un po’ estatici; perciò venivano anche definiti vati, veggenti, preilluminati. Ecco quindi la “Soglia”: “Le due metà del cielo equidistanti / (…) passo e confine dei regni / (…) fuoco, immobile stupore / diverso da se stesso e sempre uguale / (…) trascendo come estatico interiore”. Il desiderio di estasi ritorna subito nelle due righe, che non sono più di due versi, di Altissimo: Gioia suprema vertigine / estasi, silenzio - eternità…” dove, come accennavo prima, il silenzio si transustanzia in condizione della verità, dopo che persino il “rumore”, o fruscio di metro e ritmo, vengono quasi cancellati - quasi elementi di disturbo - per esaltare unicamente l’effetto del catalogo delle parole. Però, chi sa tace; chi non sa, dice. I poeti vorrebbero tacere e dire insieme; da qui l’ambiguità connaturata a questo tipo di poesia dell’anima: perché i poeti non sono ancora gli illuminati. Allora, il poeta Onofrio come si comporta? Mettendo ora da parte le citazioni (Autologia qui è superata), vale la pena di notare che la composizione verbale si gioca nella intersezione, tra quei due assi quasi cartesiani (paradigmatico e sintagmatico), che è croce, più che delizia, dell’espressione umana, se la definizione geometrico-linguistica sembra gettare un’ombra di razionalismo su misteriosi automatismi espressivi. Peraltro, l’incrocio di due assi mentali sembra in se stesso una metafora, e constatare questo ci rinvia alle origini del pensiero creativo e all’eventuale valore epistemico della metafora medesima. Sembra cioè che la coscienza poetica sia cosa un po’ diversa dal sapere; e sia piuttosto, forse, uno dei modi della conoscenza, con vari gradi di valutazione su dall’inconscio al superconscio. Dove interviene la scelta, più o meno consapevole, dentro il fare poetico? È una domanda ricorrente che accomuna gli autori e gli attori e i lettori e gli spettatori. Autori come Onofrio dimostrano di insistere di più sull’asse della selezione lessicale, privilegiando il campo semantico su quello della combinazione formale. Il sintagmatico appare a volte quasi sopraffatto da quell’afflato metaforico che è urgenza di significato, sfuggente, occultato da un pathos in cui l’io cerca la prova identificativa; e sembra spesso voler lasciare, come scelta metodica, all’ordine significante, uno spazio minore nella costruzione delle frasi, dei metri, dei ritmi: gli endecasillabi sciolti, dentro una forma aperta e talvolta fragile, quasi sempre perfetti, direi classici; altre volte spezzati su due righe o sgretolati in anisosillabismo persistente, teso a valorizzarne le sonorità; rime sporadiche volutamente “casuali”, come le consonanze e le allitterazioni; e ancora la quasi totale assenza di punteggiatura. In tale ambiente mirabilmente rarefatto, finisce per trionfare una inespressa - e forse non avvertita come tale dall’autore - forma di persuasione occulta, che fa apparire tra le righe un’antica e ricorrente allegoria: quella del viaggio. Il percorso compiuto in D’istruzioni si manifesta come un viaggio aereo. Nella mente profonda dell’autore sembra esserci una navicella spaziale. Non la navetta orbitante, che sporca il cielo con scorie di tecnologia, ma una pulita e colorata, non orbitante mongolfiera. Il cervello areostatico si gonfia al fuoco delle sue metafore, galleggia nella stratosfera per uno sguardo provvisorio sull’orizzonte della terra; ma poi, non avvistando un convincente approdo, spegne i bruciatori e lentamente discende, compensando con atterraggio morbido la sorpresa di ritrovarsi dove un promettente decollo era cominciato. Resta il volume di un grande volto ovale, bocca e occhi cuciti, di cui l’autore-attore trova una estrema metamorfosi nel manichino quasi asfittico, troppe volte provato dall’esperienza dell’apnea. Sensazione già avuta, anzi già vista e interiormente elaborata, da quel meditativo pictor optimus che fu De Chirico. È un’impressione non dimostrabile a parole, ma mostrabile forse da una prestazione attoriale capace di animare questa lettura con il gesto. Sarà questo il destino di ogni coscienza metafisica? Non direi sia quello della visione poetica di Marco Onofrio, dove credo che agisca un potenziale metafisico già in atto. Per questo autore la riflessione sui massimi sistemi dell’interiorità è impegno etico e civile, oltre che artistico. Mi sembra bello ed importante che un autore letterario sia giunto a osare, con progressiva consapevolezza, di togliere la metafisica dal ghetto della impossibilità come scienza, per rivalutarla come possibilità di conoscenza oltre il sapere, facendone occasione di poesia drammatica quanto autenticamente lirica.

Raffaello Utzeri

 


www.controluce.it, gennaio 2008

Recensione ad “Antebe”

 

Dell’opera pucciniana “Tosca” fa parte un brano celebre dal titolo “Recondite Armonie”. È al suono di questa musica dolcissima che paragonerei l’opera “Antebe”, l’ultimo regalo che il poeta Marco Onofrio ha fatto a noi tutti. Ma il “recondito” non vive fra le pagine di questa silloge, poiché tutto è descritto in modo magistrale: la trasparente dolcezza dell’armonia fa da scenario a versi così avvolgenti e struggenti che solo le note musicali sono in grado di darci. Marco Onofrio è un poeta che mi fa parlare: rende la mia mente, mentre leggo i suoi versi, come un albero in fiore che emette suoni, colori e sensazioni all’arrivo di una primavera insperata e ancora sconosciuta.Tutto ciò perviene da un desiderio interiore così forte che nessuna parola può esprimere, anche perché impoverirebbe il fluire continuo di un filo di seta, fino a diventare quella parte eterea a cui nessuno può aspirare, se non si compenetrasse e si confondesse tra le liriche di “Antebe”. L’opera di Marco Onofrio, dal sottotitolo “romanzo d’amore in versi”, richiama in modo originale lo stile petrarchesco. Ha il ritmo di un classico dal profumo antico, di un ritorno al “bello” e al “puro”: per questo riesce a distinguersi da altre pur valide sillogi poetiche. Infatti il poemetto si impone mentre sembra suggerire all’orecchio “non dimenticarmi”: e non dimenticare “come sa di sale lo pane altrui”. Marco Onofrio non ama nascondersi, se non dietro pregnanti metafore poetiche. Qui esprime e dichiara l’Amore, nei suoi vari aspetti, come un prisma prezioso dalle mille sfaccettature. Da questo punto inizia lo scritto, e note ballerine accompagnano la liricità dei suoi versi, che il lettore segue in modo trascinante, voglioso di seguire quel famoso filo di seta… Un “Orlando innamorato” in tempi moderni, un poeta che ha disdegnato e fatto tacere la tecnologia dei giorni nostri per far parlare il suo cuore e, fatto ancora più rilevante, spogliarsi della sua anima. Quale tribunale, se non quello terreno, potrebbe dissetarsi così tanto, fino all’ultimo verbo di questa silloge e, dopo aver chiuso l’ultima pagina, avvertire la sensazione di una nuova luce dentro? Perché Marco Onofrio ti lascia anche la voglia di scrivere, e di riflettere, e di mettere un paio di occhiali nuovi con cui guardare ciò che ci circonda. L’Amore, tema principe della silloge, è puro profumo cavalleresco dinanzi alla donna amata, (donna-compagna, donna-amante, donna nelle sue forme corporee perfette, donna-comprensiva, donna-amabile, donna-amica), che partecipa di questo sentimento così forte da non sembrare terreno, ma intriso di soprannaturale, di divino. La caducità della vita porta il poeta a cogliere la bellezza di ogni momento, di ogni emozione: la cattura e la fa sua, per trasformarla in lirica eterna. Tutto è eternizzato, tutto interiorizzato, nel contesto di un tema così difficile da trattare; si rischia facilmente di cadere nella banalità, parola “bandita” in “Antebe”, dove l’amore impera, si impone e travolge come una cascata che si pettina i capelli d’acqua. Altro aspetto bellissimo: l’amore-gioco. Ci si ama correndo attraverso il cosmo, che il poeta conserva come punto fermo e fa girare per il suo e per il nostro piacere, attraverso delicate melodie; ci si ama nel verde dell’erba… “Ti voglio bagnare di me/sarà l’abbraccio della pioggia con la terra”: espressione del dono d’amore che il poeta fa alla donna amata, esprimendo in questo modo la totalità della sua dedizione, riflesso del più completo degli atti d’amore. Ci si ama sulle rive di un orizzonte marino che ne contiene un altro, ed entrambi sono come due versi paralleli che viaggiano insieme: ma questi si incontrano, fanno eccezione alle regole matematiche, e si uniscono come le nuvole, per amarsi sotto un cielo senza fine. L’autore ferma la bellezza della vita e la identifica attraverso l’amore - che mette in fuga ogni angoscia, ogni dolore, poiché sopravvive alle forze negative -, ritrovandolo all’alba del giorno dopo, tenendolo fra le mani come energia vitale e sempre per ricominciare, unendo virgola a virgola, ignorando il punto fermo. Inaspettato, poi, e quanto mai veloce l’alito che spegne il Paradiso, costruito e vissuto insieme con il verso… «Sarà la frase classica di “stanca”, ma/non ci capiamo più da qualche tempo»… La sorpresa! Dopo il divino, tocchiamo il freddo grigio della realtà, che ci porta, peraltro, a non poter interrompere (men che mai ora) il flusso della lettura. Questa la piccola “astuzia” di Marco, il quale parla non a caso di “romanzo”, pensando forse all’incitamento che nasce e si rinnova dal desiderio di conoscere l’epilogo della luce iniziale, che va man mano affievolendosi. Cala il sipario, ora è buio e silenzio: come fiori di loto galleggiano le dolorose “rimembranze leopardiane”. L’abisso e il confine si tengono per mano fra due sole, terribili parole: “È finita”. Da questo punto inizia la dolorosa epopea della “mancanza”. Ed è come entrare in un acquerello che mostra colori spenti: e, attraverso gli occhi di chi lo osserva, c’è solo notte irrimediabile, senza luna e senza stelle, e il cosmo scompare dinanzi a noi, attoniti. La disperazione e l’abbandono che il poeta dichiara sono estremamente sinceri, tanto da fargli cercare l’illusione che, in fondo, il tempo forse potrebbe, come per magia, far tornare il giorno, il Paradiso: perché perderlo, quando si ha la ventura di trovarlo? Emerge, fra i vari sentimenti, l’inevitabile rabbia, che si alterna ad epiteti pensati e mai dichiarati, come una sorta di monologo amletico, che un giorno ti porta davanti alla persona amata, la stessa che ti ha lasciato preferendo un altro a te, e ha il coraggio di farti conoscere il suo nuovo amore. La maschera è d’obbligo e sconfina nella convenienza, nell’usualità di certe parole che si dicono in momenti di gelo come questo, che il poeta vive e di cui scola fino in fondo l’amarezza. Parole che escono dalla bocca senza essere guidate dall’autore, in apparenza un estraneo, quasi assente, come qualcuno che assiste ad una scena di cui non è protagonista, e neanche spettatore. Questo è il momento in cui le rette diventano parallele: il suo pensiero non raggiungerà mai il suo comportamento… L’Ulisse disperato ritorna in patria, senza trovare chi lo accolga, o quanto meno ascoltare il dolore che gli fa ombra. Tutto diventa sogno ancora, sogno dolce, passato nella pagina del ricordo che lo fa ancora soffrire e vive nei suoi gesti quasi rallentati, a dimostrare che per lui il mondo non viaggia più frenetico come prima, quando l’amore gli viveva accanto e dentro: persino il suo viso ha i tratti di una spiaggia invernale. Permane l’armonia, che si fa più pacata ma non ingiallisce come un fiore - bagnato di pioggia, con la corolla piegata dal destino -, e che non lascia mai i versi, anche se pregni di sincera malinconia, accompagnata da lucido equilibrio mentale. Uno specchio, una musa, “Antebe”: qualcosa forse mai esistito per l’autore, che la sofferenza fa parlare per sedare la spina più dolorosa - necessità di un rifugio, nel reinventarsi - e si accomiata in un modo originale e significativo, con una riflessione, con tante riflessioni chiuse in una sola, sorprendente espressione … “Antebe in fondo sono io”…

Patrizia Pallotta

 


“Controluce”, marzo 2008

Recensione a “È giorno”

 

C’è un ruscello in piena che trasporta con sé l’ardore degli anni più belli. Poi c’è un fiume quieto che scorre, riflesso dei desideri che animano tutti e tutto: e una mente che ci aiuta a tradurre dolcezze ed emozioni come forse, singolarmente, non sapremmo fare. Quel fiume sfocia nel mare della maturità, in cui si diventa più consapevoli di aver lasciato dietro attimi che, pur ripresentandosi, si avvertono e si filtrano in modo differente. Questa è la capacità del poeta Marco Onofrio. Un ruscello, un fiume, un mare… Questa la sequenza di metafore più congeniale a È giorno, la sua quinta silloge di liriche - in questo caso elaborate, nel corso degli anni, da un nucleo di ispirazione adolescenziale. C’è una luce da seguire in queste ventitre composizioni: è la luce interiore che Marco trasporta dalla pelle al battito emotivo, per raggiungere il “miracolo” del giorno… Ma, prima del suo avvento, quanti palpiti, quante riflessioni: posati su un sentiero per meglio osservarli, e coglierli, come parte integrante di noi. Il prodigio quotidiano che si rinnova è osservato in modo minuzioso e vissuto profondamente: come il più piccolo dei pulviscoli d’aria che, in un verso della lirica “Eden”, il poeta definisce - suggestivamente - “vestaglia sopraffina”. E avverti palpitare la musica dell’aria, viva della sua delicata purezza, mentre ci avvolge col suo manto trasparente. È una potenzialità non comune, da parte dell’artista, quella di creare immagini incorporee e insieme tangibili. A tal proposito, si cita un piccolo aneddoto su Ludwig Van Beethoven e una signora cieca, che chiese al maestro di descriverle il chiaro di luna. Beethoven si mise al pianoforte, e incontrò il momento magico della composizione che permise alla signora di vedere. Questa silloge segna il trionfo dell’anima che - nella fibra più interiore del tempo, attimo dopo attimo - assapora la quintessenza umana dei suoi dubbi, fra domande mute e riflessioni. E sprofonda dentro il vortice del buio, per afferrare il filo della nuova luce, del giorno che rinasce, ultimissimo ma pure primordiale. C’è il passaggio metaforico dal tormento cupo alla chiarezza, attraverso un inquieto, ondivago vagabondaggio tra buio e luce - dal crepuscolo al fondo della notte alla sua aurora: fino allo splendore del mattino. È l’infinito creare e ricrearsi del cosmo: una dinamica di cui Marco Onofrio si compenetra per regalarci il suo vivido florilegio di luci, colori ed emozioni: musica, in chiave di “adagio”, “allegro”, “allegretto” e “andante con moto”. È un crescendo rossiniano. Un percorso criptonarrativo, di crescita e di formazione, che ci conduce alla porta mentale della pienezza espressiva, ripercorrendo la storia in fieri di un verso già storicizzabile - scrive bene Lorenzo Cantatore in Prefazione - e che si fa spazio progressivamente, come il giorno, nel processo creativo e stilistico del poeta. Il lessico, sempre incisivo, è un lenzuolo che accarezza e imprigiona il vento dei passaggi, il silenzio degli sguardi, il riflesso delle sfumature. Spesso basta un solo verso, perché la sua unicità consente di volare in ogni angolo del mondo, dentro ogni luogo del cielo e della terra, fuori e dentro di noi. Ma lascio al lettore, infine, la gioia di scoprire e gustare, tra le pagine di È giorno, la fluidità del pensiero e il cristallo del verso, la bellezza delle immagini e il mistero dei suoni, lo spessore del contenuto e il gioco della parola.

Patrizia Pallotta

 


“Leggere: tutti”, n. 28, aprile 2008, p. 51

Recensione a “È giorno”

 

È giorno, l’ultima di ventitre poesie di Marco Onofrio raccolte nel libro con lo stesso titolo, edito dalla nuova EdiLet - Edilazio Letteraria per la collana Castalia. L’ultima fatica di un giovane uomo che si cimenta da anni con la scrittura attraverso romanzi, racconti, sceneggiature, critiche d’arte, e versi poetici, come gli ultimi ad esempio che chiudono quest’opera: “Eccomi, sì. / E mi rimetto a te. / Io sono pronto… / Che stiamo diventando di contorno. / Perché la vita è qua / meravigliosa bella cosa buona / sei grande di bellezza e santità. / Basta parole, adesso. / È giorno”.

E poi una preziosa interessante Appendice per mano dell’autore, titolata “Riflessioni di poetica”, che si apre citando Orazio nelle Odi, con “Non omnis moriar” (non morirò del tutto) a commentare il nostro “risibile e dignitoso” eppure tramite la poesia pronta a schernire la morte e “ancora di più le parole stampate in un libro: fisse, definitive, come incise nel bianco…” Marco Onofrio sa che la specie umana è la più feroce e perversa del Creato, ma delega al poeta la funzione - lui scrive- di un Io collettivo, che però non potrà espiare i mali del nostro mondo e del nostro tempo, ma solo raccontarli, cercando di riproporre i misteri della vita. In queste ventisette pagine finali l’elogio all’arte della poesia risveglierà in ciascuno di voi la voglia di leggere o scrivere liriche, ma attenzione che “le cose parlano a chi solo sa ascoltarle con il cuore”. Ad ogni modo, se è vero che il poeta o in generale l’artista è - per l’autore - colui il quale ha la responsabilità etica di civilizzare, o meglio di educare, qualcuno dovrà pur raccogliere questa lezione. Altrimenti saranno belle frasi buttate al vento, nonostante la loro capacità di scardinare “la resistenza opaca e ottusa della materia”, insomma di fare più o meno breccia nelle menti umane. “Nell’attesa del mattino che non viene / l’uomo, fragile belva / la sublime, cattivissima creatura / capisce veramente, infine / quanto sia, / e perché tema, muoia e / nasca / ogni giorno della vita”.

Anita Gioia

 


“Corriere della sera”, 20 agosto 2008, p. 9 (pagine romane)

Recensione a “Ungaretti e Roma”

IL GIORNO CHE BONTEMPELLI SFIDÒ A DUELLO UNGARETTI

 

“Ungaretti e Roma” è una monografia di Marco Onofrio cucita con il filo delle notizie precise e degli aneddoti significativi.

L’episodio più colorito proposto da questo “Ungaretti e Roma”? Un giorno dell’agosto 1926 Massimo Bontempelli, poi padre padrone del realismo magico, irrompe nelle sale gloriose e pettegole del caffè Aragno. “Dov’è Ungaretti?” chiede accecato dall’ira. Glielo indicano, lo raggiunge e lo mortifica con un ceffone. Il poeta, che ha provocato quell’incontenibile furore con un suo articolo su “Tevere”, ironicamente intitolato “Le disgrazie di Bontempelli”, avrebbe fisico e determinazione sufficienti a fare polpette del futuro e fisicamente fragile Accademico d’Italia. I presenti, frapponendosi, evitano tuttavia quell’inutile strazio. Seguirà un duello, dall’esito incruento, combattutosi nella casa romana di Luigi Pirandello. L’Immaginifico è rimasto nell’aria e la sua braveria fa ancora scuola! Il ricordo più godibile quantomeno dai lettori di giovane età? Quello che si ricava da una lunga citazione di Leone Piccioni. Testimone diretto, riferisce d’una serata trascorsa in casa del fratello Piero, musicista famoso. È il 1969. Fra gli invitati, insieme con altri personaggi dello spettacolo, c’è Stefania Sandrelli. Ospite d’onore Vinicius de Moraes. Il celebre poeta e cantante brasiliano suona la chitarra, sussurra le sue canzoni. Ungaretti, ragazzo di ottantun’anni, “s’incanta a sentire, a guardare. ‘Levati gli occhiali’, chiede a un tratto, e Vinicius, pronto, se li leva. ‘Non dico a te’ grida e ride Ungaretti ‘che vuoi che me ne importi dei tuoi occhi. Dico a Stefania…’ Le pagine più garbatamente pettegole? Forse quelle dedicate ai rapporti segretamente competitivi di Cardarelli con il poeta del “Porto sepolto”, analizzati con un pizzico di elegante ironia. “Ungaretti e Roma” (Edilazio, pp. 205, € 12) del trentasettenne Marco Onofrio è una monografia di qualità, cucita con il filo robusto delle notizie precise e degli aneddoti significativi. A questi materiali di studio e di ricerca intreccia, senza supponenza, garbati spunti saggistici. L’insieme potrà così soddisfare lo specialista, coinvolgendo anche un più vasto pubblico di amatori interessati ai poeti e alla poesia. In particolare, poi, i rapporti di Ungaretti col mondo dell’arte e dei pittori sono ricostruiti da Onofrio mescolando al vissuto quotidiano del poeta riflessioni sul gusto, sulla cultura della Roma anni venti e trenta. L’amicizia con Scipione, autore del magnifico ritratto di “Ungà” riprodotto in copertina, è in questo senso il gioiello di un’opera attraversata da personaggi (usati spesso come semplici comparse) che si chiamano Apollinaire, Soffici, Barilli, De Chirico, Cecchi, De Libero, Mafai, Antonietta Rapahel, Longhi e tanti altri ancora. Quello proposto da Onofrio è insomma il profilo d’un Ungaretti riflesso nello specchio della società culturale romana com’era e come purtroppo non è più.

Antonio Debenedetti

 


“Vivavoce”, ottobre 2008, p. 12

Recensione a “Ungaretti e Roma”

 

Questo straordinario libro ha una portata vastissima, che va ben oltre il titolo, in quanto Ungaretti e Roma sono il grimaldello per un' acuta interpretazione dei rapporti fra la letteratura e i luoghi abitati, frequentati dai poeti. Ungaretti ha avuto il suo periodo romano (ma anche castellano, a Marino: Onofrio ne parla a lungo), così come ha portato con sé, durante la vita, la sua nascita egiziana, solare, d'un sole accecante che dissecca e uccide; e Parigi diviene aureola culturale attraverso gli incontri decisivi coi grandi innovatori del Novecento in ogni campo espressivo. Ma le documentazioni numerose e precise, qualcuna anche inedita, dell'itinerario esistenziale che Marco Onofrio ci fornisce, con passione e fiuto rabdomantico, sono solo alcune fra le preziose indicazioni interpretative sul poeta e l'uomo Ungaretti: infatti, il rapporto Ungaretti-Roma, in questo saggio, porta alla ricerca dei segreti attraverso i quali si realizza la poesia (beninteso che ogni capolavoro resta sempre un mistero). Abbiamo così davanti agli occhi un susseguirsi di novità, tracce inedite, osmosi fra estetica del tempo ed estetica dei luoghi, in un serrato e stimolante fondersi di notizie ed esegesi, di polemiche garbate ma nette (si leggano i passi riguardanti, ad esempio, i rapporti di Ungaretti con Mussolini e il Fascismo: l'equilibrio dell'Onofrio-storico dimostra il metodo nel quale si muove la sua libertà di pensiero), ove, nell'impianto canonico della struttura saggistica, si inserisce, credo, un nuovo modo di fare "biografia". Il barocco della città eterna e il suo sentimento del tempo, che Ungaretti farà proprio legandosi a Petrarca e a Leopardi, assumono un significato interiore, divengono una rivisitazione dell' essere nel tempo, ma "sub specie aeternitatis" come la presenza dell'Urbe richiede nella sua logica, extratemporale. Allora Alessandria d'Egitto si ritrova nelle torride estati romane, l'esule Ungaretti sugge il midollo della cultura parigina e ne ricorda le avventure oltre oceano, in Brasile. Possiamo affermare che questo libro è in sé una pagina di riflessione sui fondamenti d'un'esistenza (quella di Ungaretti) e dell'esistenza in generale (anche quella intrinseca ai lettori: e spero tanti), sul mistero fascinoso del tempo e sulla dialettica fra istante ed eternità. Poche opere, come questa, sanno andare oltre la tesi specifica, divenendo storia sì d'un uomo nel rapporto con una città, ma anche documento d'un'epoca aperta al futuro tentacolare che già stiamo vivendo.

Aldo Onorati

 


www.romacultura.it, novembre 2008

Recensione a "Ungaretti e Roma"

 

Giuseppe Ungaretti, uno dei più importanti poeti del nostro Novecento, ha avuto tre città nel cuore, Alessandria d'Egitto, dove è nato nel 1988, Parigi dove è vissuto prima e dopo la Grande Guerra che lo vide combattente sul Carso, e Roma. Roma fu per il poeta un "problema", umano, estetico e storico. Ci mise anni a conoscerla, a farla sua, e mano mano che si appropriava dei luoghi e delle persone la città gli entrava sempre più nel cuore. L'autore, Marco Onofrio, poeta, scrittore e critico letterario con all'attivo nemerose pubblicazioni, ha seguito con attenzione minuziosa ma anche con aperta e dichiarata affettività, i passi di Ungaretti, da una casa all'altra (dapprima ebbe casa a Marino perché lì la vita era meno cara), da un luogo all'altro, alla scoperta dell'archeologia e del Barocco ma anche della Roma contemporanea, con i suoi caffè, i suoi salotti e le sue redazioni. Interessantissime le frequentazioni: da Alessandro Parronchi a Roberto Longhi, da Scipione che lo ritrasse nel 1931 al pittore informale Jean Fautrier, dal cantautore Sergio endrigo a Vinicius De Moraes, il poeta cantautore brasiliano che lo definì "bambino di mille anni". Il libro ci avvicina a questo mostro sacro della poesia e ci avvicina anche a Roma, rivelandoci pieghe nascoste del suo fascino eterno. Il libro è corredato di foto d'epoca, di una ricca bibliografia e di un utile indice dei nomi. 

Ruggero Signoretti 

 

 

“Controluce”, gennaio 2009

Recensione a “Emporium. Poemetto di civile indignazione”

 

Quando Dante, nella foresta del peccato, perde la speranza della salvezza, vede presentarsi di fronte a lui una lupa, scarna per le brame fameliche. Essa simboleggia l’avidità, e si accoppia a molti altri animali; vale a dire: l’avaro porta dentro di sé altri difetti inseparabili dalla cupidigia. Infatti, chi ha sete smodata di denaro arriva all’usura, che è un omicidio a freddo, centellinato. Chi vede solo i soldi al culmine della vetta, giunge all’omicidio. Chi mette il profitto come fine dei suoi sogni, è capace di ogni misfatto. Queste persone pericolosissime, assai diffuse lungo la storia, ma oggi soprattutto moltiplicate dai mezzi tecnologici dell’era moderna, i quali ridanno un senso storico al capitale e altrettanto alla povertà sotto mentite spoglie, si riconoscono dal loro modo di agire: esse fanno del denaro il fine e dell’uomo il mezzo. Sono portate ad asservire gli altri, a schiavizzarli perché “rendano sotto il profilo del lucro”. Al guadagno, esse sacrificano ogni ideale, ogni slancio vitale, ogni ingegno. Esse sono la morte vera! L’avido diviene necessariamente un cinico, ed il cinico è - per definirlo con l’acume di Oscar Wilde - colui che dà un prezzo a tutto e valore a niente. Vicino a un ingordo di denaro non puoi che essere fagocitato vivo! Questo tema doloroso - e, purtroppo, poco preso in considerazione al nostro tempo: chissà perché mai! -, Marco Onofrio lo affronta nel libro intitolato “Emporium”. Il sottotitolo, emblematico, è “Poemetto di civile indignazione”. Marco Onofrio è un autore prolifico (ben 12 libri di valore pubblicati, ad appena 37 anni di età) e poliedrico (si legga ad esempio il suo “Ungaretti e Roma”, saggio storico-letterario edito recentemente per i tipi di Edilazio, di cui per altro Onofrio è direttore editoriale: uno studio ponderoso da cui si sprigiona forza esegetica netta e originale), ed usa con sapienza e spontaneità - sembra un ossimoro, ma non lo è - sia il verso (e ne conosce la metrica, diversamente da tanti sedicenti poeti solo perché vanno a capo a casaccio) sia la narrativa (non uso la parola prosa perché impropria e di sottobordo nelle casistiche dei generi letterari, duri a morire in questa Italia accademica e paludata). In “Emporium” Onofrio sente prepotente l’indignazione contro gli avidi: li descrive con forza polemica, ne traccia il profilo fisico e immorale, interprete dei tempi attuali, tesi unicamente al profitto. E allora, tra i due interlocutori (il capitalista, freddo usurante, e il povero sfruttato) si innesta un dialogo particolarissimo, teso ai limiti del credibile: e invece è reale, perché l’ipertrofico epulone si lascia sfuggire, suo malgrado, la vera natura melliflua e sprezzante, leccapiedi fino a quando il defraudato non ha consegnato nelle sue unte mani l’assegno: dopo di che muta repentinamente espressione, divenendo distante e inaccessibile. Ne ho conosciuti di siffatti tipi, i quali mi hanno riportato alla mente le sagge parole di mia madre: “Meglio lavorare per uno che non ti paga, piuttosto che per uno che non ti valorizza”. Il grido di Onofrio si sublima in Poesia (quella vera, cioè la parola creativa contenente un significato e una profezia, non l’andare a capo che trae in inganno tanti sciocchi - aveva ragione Petronio quando diceva “Multos carmen decepit”, cioè la voglia di far poesia trae molti in inganno). Se dietro una pagina inchiostrata non c’è un Uomo, con la sua passione, la sua ira, il suo amore, le sue speranze, e le sue esperienze, si ha la retorica. Onofrio, invece, è un autore vero. All’interno del verbo significante, in “Emporium”, c’è una denuncia etica, condotta con fermezza espressiva, impeto morale, indignazione autentica generata per germinazione interiore, perché slegata da ideologie strumentali. Chi non riconosce nei protagonisti qualcuno con cui ha avuto la sfortuna di trattare? Chi non si sente dalla parte dell’autore, cioè dell’io narrante? È una cartina di tornasole questo poemetto drammatico, infervorato e nobile, strutturato nel metro calibratissimo: chi non è d’accordo con questa denuncia, è d’accordo con l’impostore in occhiali neri e scudiscio nascosto. Ma io credo che i lettori saranno travolti da questo magna vulcanico.

Aldo Onorati

 

“Poeti e Poesia” – Mappe e Percorsi, aprile 2009, p. 104

Recensione a “Ungaretti e Roma”

 

Il saggio mostra la complessità di un percorso tra vita e scrittura che ha come protagonista uno dei più grandi autori del Novecento europeo. Ungaretti si appropria della città eterna lentamente, si lascia conquistare in maniera direttamente proporzionale a quanto egli stesso riesce a percepire e a prendere con convinzione. Solo dopo alcuni anni riesce a percepire e a prendere con convinzione. Solo dopo alcuni anni riesce a sentirla vicina e accogliente custode della sua emotività. La familiarità arriva solo in un secondo momento, ma resterà per sempre. Roma è un luogo di sovrapposizioni e stratificazioni, di mescolanza di stili architettonici e situazioni culturali, è sfuggente e frammentaria. La volontà del poeta di possederla è però più forte del disorientamento che essa provoca e lo conduce fino al totale abbandono. Il suo è un abbandonarsi consapevole delle conquiste fatte verso una maggiore conoscenza dell’umano.

 

www.ilrecensore.com, 19 maggio 2009

 

Il 18 maggio a Roma, Marco Onofrio ha presentato “Emporium” (Edilet). Del libro hanno discusso Eugenio Ragni, docente di Letteratura Italiana a “La Sapienza” e Paolo di Paolo, scrittore e critico letterario. Una voce “poetica” fuori dal coro. Della scrittura di Marco Onofrio colpisce tutto: la forma, lo stile, i temi. La poesia. I versi hanno un suono melodico ma in “Emporium” la dolcezza delle parole si fonde con la durezza dei concetti: precariato, crisi economica, compromessi, cattiva infomazione. Queste le tematiche che l’autore romano in poco in circa 50 pagine riesce a comunicare al suo pubblico in sala, presso il centro culturale Bibli, con le letture saggiamente interpretate da Antonio Sanna. L’indignazione, l’accusa e il disagio. A prendere subito la parola è il Prof. Ragni, che sottolinea come il volumetto di Onofrio meriterebbe una diffusione più ampia, un rilievo mediatico più che editoriale. È un libro che “deve suscitare dibattito, si tratta di un’indignazione forte per il mondo giovanile di cui ho provato disagio leggendola perché sono parole che avrei voluto dire io”. Per una situazione che non riesce a decollare; anzi è proprio l’immobilità della società italiana, forse, uno dei temi su cui poeticamente l’autore si sofferma. La forza del libro è quella di mettere in evidenza “le situazioni che ci sono dietro” a determinati problemi. Linguaggio sonoro, una nuova performance. Lo scrittore Paolo di Paolo pone l’accento sulla natura camaleontica dell’autore, una continua mutazione che appare “impressionante” sia per la crescita artistica che per la varietà degli ambiti sperimentati. Per l’autore di Questa lontananza così vicina scrivere un poemetto oggi è davvero interessante”. Il linguaggio è sonoro e tutto proviene da un fattore scatenante: il “rancore”. La poesia espressa in “Emporium” riesce a farsi – afferma Di Paolo – “gesto civile ma va oltre riscattando il rancore con la forma della narrazione”.

Stefano Giovinazzo

 

 

“Left - Avvenimenti”, 12 giugno 2009, p. 75

SOTTO IL TRASH, LAMPI DI POESIA

Dopo la stagione ermetica e quella della poesia in prosa Onofrio propone una nuova frontiera

Recensione a “Emporium. Poemetto di civile indignazione”

 

Forse riguardo al linguaggio poetico la situazione si è ribaltata. Per molto tempo si è osservato giustamente che in poesia era permesso tutto fuorché dire qualcosa (Berardinelli), tanto la poesia del ‘900 era prigioniera del dogma moderno dell’oscurità e dell’anticomunicazione. Poi per reazione ha cominciato a includere sempre più l’impuro dell’esperienza, l’opacità della prosa del mondo: sembrava – ingannevolmente – che bastasse mettere in versi la vita quotidiana com’era. Oggi accade che soltanto in poesia si possono dire delle cose senza essere retorici. Prendiamo “Emporium”, poemetto di civile indignazione di Marco Onofrio (EdiLet). Si comincia dichiarando subito la propria poetica: “Boom, è il ritmo. Dentro. / È bello e orrendo al tempo stesso”. Già, perché è il ritmo febbrile della vita contemporanea, degli affari, dei flussi finanziari ed è anche il ritmo – disciplinato e ispirato – della lingua poetica che esprime tutto ciò e sempre, come sapeva Leopardi, accresce la nostra vitalità. Poco più in là leggiamo: “La nostra esistenza scissa, squilibrata, / deturpata, violentata, profanata, / scompaginata, destabilizzata, / frammentata in mille rivoli e brandelli. / E quelli, sempre quelli a comandare …”. Mentre il potere si incarna in un “pupo siciliano”, “È l’uomo marcheggiano e materiale / il greve bottegaio, il grassatore. / Colui che tutto fa dei soldi / la misura, e ai soldi in fondo / tutto commisura”. Onofrio dice l’indignazione, la rabbia, il disgusto, lo scherno, l’invettiva, il sarcasmo… E può dirlo soltanto in versi perché altrimenti la sua parola si confonderebbe con la chiacchiera mediatica, con il talk show, con tutta una serie di discorsi pubblici divenuti irrimediabilmente falsi in quanto pianificati per un’audience e finalizzati a uso marketing. Protestare contro il denaro, contro il primato dell’arraffare e del fare i soldi? Suonerebbe retorico e ipocrita. Lo hanno fatto per ultimi alcuni grandi scrittori nel nostro Paese, testimoni accorati della fine di un mondo, con accenti tragici (Morante, Pasolini, Parise, Volponi). Messo in versi ridiventa, però, qualcosa di vero e ritrova la sua carica comunicativa. Non avrebbe senso distinguere qui i versi belli da quelli brutti,quelli ispirati da quelli meno felici, ecc. Onofrio si immerge intrepidamente trash linguistico e ricorre a vocaboli molto consumati del parlato e del gergo giornalistico (“esistenza destabilizzata…”). In questi casi conta però l’insieme, e dunque l’esistenza del poema stesso, quella energia speciale che innerva ogni pagina. Così come Pagliarani nel mirabile poemetto “La ragazza Carla” usava una sintassi trasandata, un lessico ovvio, ma che esprimevano il ritmo invisibile della metropoli. Onofrio possiede un’estrema sapienza retorica, dissimulata in un metro irregolare ma pieno di echi e citazioni colte. Si può anche immaginare il suo testo recitato da un rapper, con accompagnamento minimo, anche se la “musica” della poesia è intrinseca alla parola scritta. Ma ciò che conta di più è che riesce a trasmettere il ritmo “bello e orrendo” dell’epoca.

Filippo La Porta

 


www.paradisodegliorchi.com, giugno 2009 - Recensione a "Emporium. Poemetto di civile indignazione"

 

Mi sa che la prima volta che ho letto “Emporium” mi sono sentito come l’Ismaele di Melville dopo l’orazione su Giona: non importa cosa, ma ho capito molto sul naufragio, che, del resto è da tutte le parti (si bene calculum ponas, ubique naufragium est). Ora questo non è un discorso che si sbrighi con due parole, però, ci sarebbero delle considerazioni almeno da lasciare a margine, specie stando qui a riflettere su un libro di versi. Voglio dire che siamo un popolo alfabetizzato e che quindi fa comodo che tutti si legga durante l’anno un qualche libro e che, siccome lo dicono pure in tivì, e con certe facce da preti, che bisogna leggere (non importa cosa, l’importante è leggere), significa che leggere è utile, e cioè serve a qualcosa, a un qualcosa che deve essere tipo a farmi piangere, o ridere, o distrarre, oppure a rendermi edotto su come si aggiusta una cosa, o su come la posso pensare su un argomento o, meglio, su come diventare più sano e più equilibrato: più speciale. (Che poi è facile: siamo fatti per l’ottanta percento di acqua, e, per il resto, di cattivi pensieri: levate i cattivi pensieri e, così, diventate delle bottiglie d’acqua: cominciate con l’imitare le vostre bottiglie e in tre settimane, massimo quattro, siete in lizza per la santità). Voglio dire che questi versi qui di Onofrio, come capita quando uno si ritrovi a fare arte (dico roba viva) non ci sta modo di farli servire a qualcosa: né ridere, né piangere, né aggiustare il lavandino, né convertirvi a qualcosa. Ed il caso è interessante perché il libro di questo dardeggiante poeta è calato nella struttura di un lungo monologo teatrale dal possente, terminale, infiammante tono apocalittico: proprio come se ti parlasse qualcuno per muoverti a un qualche conversione. E come tutti gli uomini (ed anzi, focoso di carattere come ce lo mostrano i suoi versi, ancora di più) Onofrio deve certamente muovere da proprie personali convinzioni, spinto dall’ancora umana volontà di essere utile al suo prossimo: ma qui finiscono le motivazioni umane, e cominciano quelle poetiche. Motivazioni che finiscono per fare tabula rasa di tutto il resto, per torcere e sprofondare il pensiero e il sentimento in un terreno fondo e oscuro, una notte, in cui vengono riformati come cadenza, suono, parola: un atto vocale puro. E questa è una riappropriazione della poesia fondamentale: da qualche millennio operiamo questa bizzarra distinzione fra etico ed estetico: ed ora lo sanno pure i bambini che l’etica è il riconoscimento dell’altro, il riconoscimento del fatto che noi veniamo da un altro (non che siamo un altro, che sarebbe come a dire che sono sempre io), che siamo limitati, cioè formati dall’altro; e che questo riconoscimento dell’altro avviene, ovvio, attraverso la sua percezione: percezione, cioè estetica: pure i bambini lo sanno che il primo atto etico è estetico, e Onofrio, che arriva fino all’ultimo degli atti, ha il merito di abolire questa distinzione e di riappropriare la poesia di se stessa. Onofrio fa incetta delle proprie convinzioni ideologiche, ma anche delle proprie amarezze, delle proprie debolezze, delle proprie incongruità, della sua personale cultura, magari delle sue personali rivalità, dei suoi odi, ma anche del mondo tangibile che ha davanti in tanti minutissimi aspetti, e gli dà un ordine: quello della poesia (e con Bufalino possiamo pensare che la capacità di organizzare in una verità, pure fosse interinale, il magma della realtà è non ultima fra le migliore prerogative della migliore letteratura). La storia è un incubo, e il poeta deve stare ben sveglio. Onofrio, allora, si fa accorto nell’uso degli strumenti poetici, e mette sotto torchio, o non so che altro strumento d’artigiano, questo materiale: attentissimo alla declinazione dei segni, attentissimo a farli assorbire dai suoni, nella loro variazione e combinazione continua, esuberante, inanella preziosamente, in una cadenza ora vorticosa e ora perentoria, una serie di figure-parole dall’impatto violento, possente: c’è il barocco rivisto da Ungaretti, certo, e anche il suo medioevo, quello degli amati Jacopone e Dante. Gente che non ha mai confuso una poesia con un manuale per le istruzioni, un santo con una bottiglia d’acqua.

Pier Paolo Di Mino

 

 

www.ibs.it, 10 settembre 2009 - Nota critica su "Emporium"

 

"Emporium" di Marco Onofrio è un monologo/referto che si presenta sotto forma di "discorso" e di "arringa". E' un atto d'accusa radicale alle strutture socio-economiche nelle quali siamo immersi, e lo fa con raffinate assonanze, con ritratti grotteschi, con rabbie post-pasoliniane. L'apocalisse è evitata solo in virtù del perturbante elemento della "letterarietà", che in Onofrio, ottimo studioso di Ungaretti, non manca mai, neanche nei momenti più più feroce rabbia, di tutelare dalla deriva della miseria umana.

Andrea Di Consoli

 

 

“La Città metropolitana”, 2 ottobre 2009, p. 30

Recensione a “Ungaretti e Roma”

 

Grande influenza hanno avuto le città per il poeta Giuseppe Ungaretti: Alessandria d’Egitto, Parigi e Roma; tuttavia, pure il Brasile e i Castelli Romani rientrano nella sua vita. Vedremo come e perché, avvalendoci del volume di Marco Onofrio, “Ungaretti e Roma”, pubblicato da Edilazio (pp. 214, Euro 12) e vincitore, domenica scorsa 27 settembre, a Civitavecchia, della settima edizione del premio Carver per la saggistica. Se recensisco quest’opera, non è solo perché mi dà il destro per parlare dei rapporti poco conosciuti di Ungaretti con Marino, i Castelli, il lago Albano, ma soprattutto perché è un testo di saggistica particolare, tenuto su da serrate documentazioni e intuizioni critiche, le quali, partendo dalla tematica Ungaretti-Roma, spaziano sulla globalità della produzione del Poeta, cercando di comprendere alcuni lati della sua complessa personalità e certi aspetti della sua vita (come i rapporti con Mussolini), nonché le vere illuminazioni artistiche alle quali per molti anni si è creduto di accollare tutto il meglio e il peggio dell’Ermetismo (si badi bene che – come dichiara il grande critico Walter Mauro, alunno di Ungaretti all’Università di Roma, suo amico e discepolo, autore di una bellissima biografia del Maestro – Ungaretti andava sulle furie quando sentiva appellarsi “ermetico”). Onofrio riesce a darci il senso del demiurgo che rinnova l’“origine prima”, l’atto universale di creazione. Quindi Roma è un capitolo, un’occasione per entrare dentro alle segrete cose di un Poeta rivoluzionario quanto si vuole, ma sempre legato alla storia, specialmente nelle prime poesie di guerra, che rappresentano per molta critica l’Ungaretti più personale e autentico. Il “sentimento del tempo” riaprirà le porte al petrarchismo, rinnovandolo nella sensibilità ma dichiarandolo ancora nelle grandi forme classiche della tenace storia della nostra letteratura. C’è un innegabile coraggio in Marco Onofrio esegeta e storico, quando riporta le lettere trascorse fra il Poeta di “Porto sepolto” e Mussolini (leggiamone una, che dimostra come i Vati se la credano davvero senza umiltà, lo dichiarino apertamente o in segreto: “Caro Mussolini, come Poeta, il mio valore è noto. Non credo che ci sia nessun altro che, dopo D’Annunzio, possa starmi di fronte…”: naturalmente, viene di pensare che, non potendo escludere il Poeta Fiumano per ovvie ragioni, dentro il suo cuore Ungaretti si ritenesse superiore allo stesso autore di “Alcyone”). Ma Onofrio va più in fondo, esaminando l’osmosi che Ungaretti ha con le persone e le città. Da qui scaturiscono pagine indimenticabili, dalle quali stralcio qualche esempio, specie appunto sul significato dell’Urbe nella psicologia ungarettiana, l’Urbe con lo stesso sole implacabile d’Alessandria d’Egitto, col suo stupendo e drammatico barocco, ove una forza distruttrice intride di sé la bellezza particolare e universale. La cristallizzazione rinascimentale si scioglie in un cosmo fluido e fluttuante, pieno di contrasti dialettici, sfumature e trasformazioni. Laddove Roma è esplosione di memoria, deserto e grandezza, Parigi è il cantiere della sua formazione poetica, al tempo in cui operavano nella Città dei Lumi ingegni quali Picasso, Apollinaire, Marinetti, Mallarmé, etc. Una cultura europea, una conoscenza del mondo anche come viaggiatore, “Beduino” d’un deserto spirituale che neppure l’amore riempirà pienamente nella sua lunga vita di “uomo di pena”. Mai ricco né benestante, dovette venire ad abitare a Marino Laziale per risparmiare sull’affitto che all’Urbe era troppo alto rispetto alle sue tasche. In Roma aveva girato di casa in casa: da via Carlo Alberto a piazza Poli, da via Conte Rosso a via Piave etc. Nel 1927, il 12 luglio, approda a Marino, in un piccolo appartamento di un antico palazzo del ‘700 sito in corso Vittoria Colonna, al civico 68, di fronte alla Chiesa della SS. Trinità. Il Poeta vi rimane per quattro anni con la famiglia. Quando nasce il secondogenito (1930), c’è bisogno di uno spazio maggiore. Ungaretti lo trova in viale Mazzini n. 7, nella zona dei Villini, ai margini del Centro Storico. La casa è fredda e lascia filtrare l’acqua dal tetto. Ungaretti, fabbro del verso, è manualmente poco pratico, per cui si affida al buon cuore del signor Giuliano de Marchis, un fabbro di Marino che aveva la bottega da quelle parti. La generosità dell’artigiano è ripagata dalla memoria storica: sarebbe stato ben diverso se quel fabbro avesse approfittato della necessità di Casa ungaretti per sfilargli i soldi che il Poeta non aveva. Gli “avidi”, in ogni campo, cadranno nell’oblio, o saranno ricordati con una macchia nera sul volto e sul cuore! Otto anni è il suo soggiorno marinese, con passeggiate nei boschi, sulle rive del lago Albano, quando non c’era l’asfaltata Olimpica e l’acqua arrivava fino alle prime alberate, mentre oggi è molto al di sotto dell’Emissario. Nel 1934, il 27 settembre(profezia dei numeri: Onofrio vince un importante premio lo stesso giorno, 75 anni dopo, con il saggio “provocatorio” e nuovo di cui stiamo parlando), Ungaretti torna con la famiglia a Roma (il sottoscritto avrà l’onore di essere ricevuto personalmente, più volte, nel 1959, a piazza Remuria, dall’ormai celeberrimo Poeta, curvo, stanco, ma dallo sguardo penetrante come la punta d’uno spillo infuocato). È che in queste 200 pagine di “Ungaretti e Roma” si giocano tutte – o quasi, dato che nulla al mondo è mai conclusivo a causa della realtà complessa e contraddittoria dell’esistenza – le carte non solo del rapporto di Ungaretti con la Città Eterna, ma con la vita in sé, i suoi tentacoli, le rinunce, le poche vittorie, i tormenti, le passioni, le vanità e la morte: ma solo pochi uomini sanno fare di questi accadimenti quotidiani un fatto irripetibile, universale. Filtrato fuori del tempo, quasi un effluvio di eternità nel nostro segmento di luce che è l’autocoscienza: e sono i grandi artisti, i santi, i pensatori in genere e gli scienziati, i rari benefattori dell’umanità. Da non molto Marino ha dedicato una lapide al suo momentaneo concittadino. Ma Virgilio Brocchi, scrittore adesso dimenticato, mi disse: “Caro figliolo, l’ammirazione onora più chi la professa che chi la riceve”. Parole su cui meditare, specie oggi.

Aldo Onorati

 


«Poesia 2009», 14° annuario, a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda (Gaffi, 2009), pp. 159-160

 

Forse si ribalta finalmente quel dogma novecentesco che impediva alla poesia di dire qualcosa, tanto doveva essere per principio oscura, anticomunicativa, non referenziale. E anzi oggi solo in poesia si possono dire alcune cose! (…) Se infatti nella nostra prosa quotidiana proviamo ad usare certe tecniche tipiche della poesia – ad esempio di intensificazione ed enfatizzazione della frase attraverso il suo isolamento dal contesto – riusciremo forse a restituire alla lingua tutta la sua espressività perduta. Un esempio. “Emporium, poemetto di civile indignazione” di Marco Onofrio (EdiLet) comincia dichiarando subito la propria poetica: «Boom, è il ritmo. Dentro. / È bello e orrendo al tempo stesso». Già, perché è il ritmo febbrile della vita contemporanea, degli affari, dei flussi finanziari ed è anche il ritmo – disciplinato e ispirato – della lingua poetica che esprime tutto ciò e sempre accresce la nostra vitalità. Poco più in là leggiamo: «La nostra esistenza scissa, squilibrata, / deturpata, violentata, profanata, / scompaginata, destabilizzata, / frammentata in mille rivoli e brandelli. / E quelli, sempre quelli a comandare / [...]». Onofrio, forse non immemore di Giudici, Pagliarani e anche di Patrizia Valduga (La corsia dei moribondi) dice l’indignazione, la rabbia, lo scherno, l’invettiva... E può dirlo soltanto in versi perché altrimenti la sua parola si confonderebbe con il talk show interminabile che accompagna le nostre esistenze, con lo sfogo ovvio e afasico della radio locale, con tutta una serie di discorsi pubblici divenuti irrimediabilmente falsi in quanto pianificati per un’audience e finalizzati a esigenze di marketing. Può anche adoperare parole trite e accostamenti scontati, però l’insieme è innervato da una energia speciale.

 

Filippo La Porta

 

 

l'Unità, 21 marzo 2010, p. 37

Segnalazione di "Dentro del cielo stellare... La poesia orfica di Dino Campana"

 

Esce in settimana il monumentale, affascinante studio su Dino Campana di un poeta-critico neanche quarantenne: si chiama Marco Onofrio e il suo libro s'intitola "Dentro del cielo stellare" (EdiLet).

 

 

www.lietocolle.it, 28 aprile 2010

Recensione a “Dentro del cielo stellare… La poesia orfica di Dino Campana”

 

Firenze, dicembre 1913 Campana «conosce Papini e Soffici ai quali consegna il manoscritto de “Il più lungo giorno” (incunabolo dei “Canti orfici”): Soffici lo smarrisce (...) 1914: a Marradi riscrive il libro, in parte a memoria». In luglio esce in mille copie il volume Canti Orfici. «Il 12 gennaio 1918 varca la soglia del manicomio, a Castel Pulci. Ormai è pazzo davvero». «1° marzo del 1932, a 46 anni muore per setticemia acuta, che si sarebbe prodotta, pare, pungendosi ai genitali con un ferro arrugginito». Il risvolto di copertina recita: «Il libro di Campana potrebbe configurarsi come una sorta di manuale di resistenza all'impatto con la modernità». Ed è appunto il problema dello scontro con la modernità quello che affronta il libro di Marco Onofrio, è qui che si dispiega tutta la passione, l'intelligenza del critico romano per ben più di 600 pagine fitte e ricche. Il libro presenta anche una vasta campionatura delle opinioni dei principali poeti e critici del Novecento fino ai giorni nostri, utile a capire la diversa posizione dello scacchiere dei contemporanei nei confronti del poeta di Marradi. Il lavoro storico-critico di Marco Onofrio su Dino Campana, durato un quindicennio, ci restituisce il ritratto vivo, suggestivo e palpitante del più grande poeta del primo Novecento: lo scontro tra il poeta di Marradi e la cultura letteraria della sua epoca. Scrive Onofrio: «Sono trascorsi otto decenni dalla sua morte fisica: un divario sempre più incolmabile. Che cosa resta, oggi, di Dino Campana?»; il libro del critico romano è la risposta a questa domanda con il risultato di capovolgere il giudizio estetico (e politico insieme), su chi sia stato il maggiore poeta del primo Novecento. La risposta appare davvero scontata: è il poeta di Marradi, con tutto rispetto per le candidature di Montale, Ungaretti e altri minori che sono stati accreditati dal mondo letterario italiano. Così, come è vero che la poesia del secondo Novecento poggia su quella del primo, è anche indiscutibile che senza una lettura davvero intellettualmente libera da pregiudizi della poesia del primo Novecento, non riusciremo mai ad avere la giusta prospettiva per guardare alla poesia del tardo Novecento se non facciamo i conti con il più grande poeta della modernità del primo Novecento: Dino Campana. Dino Campana è l'isolato, è l'irriconoscibile, colui che non può essere assimilato a nessun altro poeta del suo tempo; ma è proprio qui che si cela la trappola e l'equivoco nel quale è caduta la cultura critica italiana: quella «cartografia» della cultura critica del Novecento, quella stilata da Gianfranco Contini, secondo il quale «la caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire "elegiaca" che culmina nella sua poesia. Nel segno della sua "lunga fedeltà" all'amico (Montale), la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione "lombarda" di Rebora)...», (cito da Giorgio Agamben Categorie italiane Bari, Laterza 2010 p. 97). Fatto sta che la graduatoria tutta italiana che riguarda la posizione in classifica di un poeta come Zanzotto (al quale è stata ascritta la posizione di n. 1), comporta la posizione subordinata di un poeta come Dino Campana (al quale viene ascritta la posizione di poeta irregolare, asintomatico, non rappresentativo etc.). Il libro di Marco Onofrio ha il merito di assumere un punto di vista diametralmente opposto, viene messa da parte l'impostazione vulgata: la rivalutazione della poesia di Dino Campana è qui sganciata dalla rivalutazione o svalutazione dell'asse Montale (primo Novecento) Zanzotto (secondo Novecento), la poesia del poeta di Marradi va invece contestualizzata entro l'alveo della poesia dell'espressionismo europeo e non può dipendere da una questione di mera politica letteraria legata ai rapporti delle istituzioni stilistiche del tardo Novecento. Compiuto questo passo, si potrà capire qualcosa di essenziale dello sviluppo degli assi egemonici della poesia del Novecento e della derubricazione in posizioni minoritarie e marginali degli assi non egemonici.

Giorgio Linguaglossa

 

 

“Polimnia”, aprile-giugno 2010, pp. 114-115

Recensione a “Ungaretti e Roma”

 

Libri come questo di Marco Onofrio su Ungaretti dovrebbero essere scritti per tutti i poeti importanti, perché i luoghi in cui essi vivono e si trovano in affinità e stimoli sono un lievito estremamente proficuo che, se studiato, può illuminare molti percorsi e renderli più espliciti e comprensibili. Ungaretti è stato un girovago, nato ad Alessandria d’Egitto, da famiglia lucchese, ha poi soggiornato in varie parti del mondo, soprattutto in Francia e in Brasile, e poi a Roma, a Milano, sempre inquieto, sempre teso a una patria. Credo che lo sradicamento sia stato una parte rilevante delle sue smanie e delle sue trepidazioni. Ed è proprio da queste considerazioni che Marco Onofrio prende le mosse per parlare diffusamente del rapporto che Ungaretti ebbe con la Capitale italiana. Non trascura niente, ogni particolare è annotato e messo in evidenza con un prezioso piglio narrativo che sa dare l’affresco di una città attraverso il ritratto di personaggi indimenticabili. Sono i decenni in cui ancora esisteva la civiltà letteraria, in cui ancora gli scrittori, gli artisti si scambiavano pareri, si scontravano, cercavano soluzioni mettendosi a confronto fino ad arrivare ai duelli. Si pensi ai casi di Cardarelli e di Bontempelli così bene delineati nelle parole di Onofrio. Il libro è una fonte inesauribile di avvenimenti, di aneddoti, e si sviluppa in un crescendo di particolari che vede coinvolti perfino il regime fascista. E su questo rapporto Onofrio insiste e ci porta, con garbo e senza accenni di commenti favorevoli o sfavorevoli, dentro il labirinto di questo eccezionale personaggio sempre teso a cercare le ragioni del suo scontento. Marco Onofrio è documentato e non gli sfugge proprio nulla, al punto da dare al libro una struttura di saggio più che di ricostruzione biografica. Infatti troviamo annotazioni pertinenti e acute sugli scritti critici del poeta e su alcuni suoi testi. Ma che cosa fu Roma per un poeta lacerato e dilaniato da fibrillazioni costanti che lo portavano a sciogliersi a volte in accessi furibondi di ira? Per Onofrio “rappresenta uno snodo cruciale e un varco iniziatico di accostamento umano, verso la maggiore conoscenza”. Ovviamente questa conoscenza si estrinseca in una successione di acquisizioni che lo vedono protagonista di primo piano, un protagonismo cercato e voluto, rincorso, perfino, come certifica Onofrio in capitoli illuminanti: “Ungaretti e il fascismo”, “Mussoliniano più che fascista”, “L’introduzione di Mussolini al Pirto sepolto”. Ma Onofrio sa cogliere anche il lato umanissimo di un uomo che combatte con i fantasmi della sua anima e l’affresco perciò si illumina di momenti davvero belli, soprattutto quando si parla de “La commemorazione di Apollinaire” o dell’amicizia con Vinicius de Moraes, Toquinho e Sergio Endrigo. Le note sono scientificamente perfette ed è molto nutrita e interessante anche la parte delle illustrazioni che presenta, tra le altre immagini, i ritratti di Ungaretti eseguiti da Fabrizio Clerici, da Mino Maccari, da Pericle Fazzini, e da Scipione. Un rapporto Roma-Ungaretti, dunque, non casuale né superficiale, ma pieno e consapevole al punto che sentirà il bisogno di includere anche il Tevere nei suoi fiumi: “Mio fiume anche tu, Tevere fatale”.

Dante Maffìa

 

 

www.polimnia.it, giugno 2010

Una vicenda senza tempo - Recensione a "La dominante"

 

Una vicenda senza tempo quella raccontata da Marco Onofrio nella sua piéce "La dominante" pubblicata da Sovera Editore. Tre filoni narrativi si intrecciano in un vortice raccapricciante che pone il lettore davanti alla realtà dell'amore materno che protegge la specie e la preserva. In che senso? Nel senso che rende la famiglia indistruttibile, salda e compatta. La madre dominante protegge la famiglia intera con la propria gonna, porgendone i lembi a tutti i componenti. Coloro che vi si avvinghiano però sono soltanto i componenti della famiglia maschile; le femmine sono proiettate a crearsi altrove il loro nucleo familiare. Per i maschi è diverso, le madri sanno che i loro uomini corrono il rischio di cambiare famiglia, addirittura di farsene una propria nella quale a governare è un'altra donna, una estranea, una che ignora le tradizioni e l'educazione della famiglia da cui proviene il maschio-sposo. Il proprio figlio maschio perciò rischia pericolosamente di perdere la sua identità, o più precisamente l'identità di sua madre come modo esemplare del vivere. La straniera è pronta ad affilarsi le unghie anche lei per proteggere i valori della famiglia d'origine. E chi vince? In genere mai nessuno, anche se negli ultimi anni il 90% dei divorzi attesta che a vincere sono le suocere, causa principale dello sfascio delle nuove famiglie. Ma "che razza di animale" è la suocera? Di solito la suocera sfascia-famiglie è una donna estremamente curata, che ama i dettagli, e che preferisce vedere morto suo figlio anziché vederlo allontanarsi da sé. Si tratta in genere di donne-commedianti dal sorriso e dalla voce falsa, che hanno usato tutta la vita stratagemmi per ottenere ciò che volevano, e pertanto esigono che ciò che si sono guadagnate con la fatica delle loro carezze ingannatrici non venga loro sottratto mai. E sempre con le solite ipocrite carezze riusciranno a tenersi accanto i loro figli maschi fino alla morte. Figli sottomessi ai voleri della propria regina-madre al cui tono di voce appena più alto abbassano il capo. Non si disobbedisce per nessuna ragione infatti alla madre-dominante. Mai e per nessuna ragione. Le sventurate mogli di queste creature, più vegetali che animali, devono aprire bene gli occhi e mollare la presa: non perdono niente: non sono uomini ma bambini ai quali va cambiato tutta la vita il pannolino! Soprattutto non è accettabile stare con un uomo che al momento dell'orgasmo preferisce rispondere al cellulare anziché eiaculare, perché sa che è sua madre a insistere. Questo tipo di uomo avrà sempre e solo una donna nella sua vita: sua madre.  Ma se, come nell'opera di Marco Onofrio, la suocera viene a mancare, per motivi naturali, si intende, come per una morte accidentale in una vasca da bagno per un fon caduto per caso dalle mani della nuora, allora la situazione cambia. Lo scettro viene impugnato dalla nuova dominante: la moglie-padrona che si incorona regina del suo uomo, della casa e della sua famiglia. Purtroppo però si tratta solo di un miraggio. Il bambino non crescerà mai e la famiglia non si costruirà comunque. Ed ecco spiegato perché Dio, dall'alto dei cieli, ha dato lunga vita alle donne-madri-dominanti, che come avete notato non ne vogliono proprio sapere di morire!

Serena Maffìa   

 

 

www.criticaletteraria.org, 10 luglio 2010 

Recensione a "Ungaretti e Roma"

 

Ci sono saggi che emozionano e fanno sognare, poetici e lirici benchè in prosa. "Ungaretti e Roma", di Marco Onofrio, è questo genere di libro. Lo apriamo e subito veniamo trasportati in un' Alessandria D'Egitto pregna di storia in ogni granulo di polvere, madida di ricordi roventi al sole. Ungaretti fanciullo riempie le pagine. Marco Onofrio dipinge un ritratto del Poeta partendo dalle radici. L'uomo e la sua terra, i suoi viaggi, i suoi incontri, come questo condizioni la visione, l'opera e le scelte di una persona. Soprattutto questo saggio vuole illuminare con tutta la forza delle parole e delle suggestioni l'intenso rapporto di Ungaretti con la Città Eterna. Roma, nella sua grandezza, nel suo essere punto nevralgico di arti e storie, passati, presenti e futuri, vuoti e pieni, splendore e degrado, è una realtà che viene assorbita con difficoltà da Ungaretti. Saranno tre le visite nella capitale ma solo dall'ultima in poi la presenza in Roma significherà nuova vita da costruire. La vita di Ungaretti è dipinta con onestà intellettuale e domande cocenti come quelle relative al rapporto del Poeta con il fascismo, la fascinazione iniziale, il bisogno di credere, la ricerca di una diversa via, la lenta presa di coscienza, il dissenso. Le accuse, la prigionia. Le rinunce. Ad Ungaretti non verranno assegnati determinati premi proprio a causa del suo rapporto con Mussolini. Nonostante tutto quello che accadde dopo. E perderà anche la cattedra a Roma, per un certo periodo, proprio in conseguenza alle speranze riposte nel fascismo. Indipendentemente dal suo ricredersi, dal suo far sentire forte e chiara la sua "voce contro". L'eventuale opportunismo e le scelte legate alla sopravvivenza saranno scandagliate da Onofrio. L'autore ci fa viaggiare: Africa, Egitto, Parigi, Roma, San Paolo del Brasile, Tokyo, Roma, Milano. Ognuna di queste città è stata slancio per nuove consapevolezze. Ungaretti raccontato come spugna che assorbe la vita, che vive, che rompe gli schemi universitari, che paga di persona per la sua diversità. Ungaretti che ama e si emozione e soffre disperatamente. Ungaretti e Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Dante e Virgilio. Il barocco e il vuoto, l'estate romana, la calura romana che squarcia l'anima prosciugando ogni millesimo di acqua presente nel corpo. La ricerca dell'essenza di Roma. Ungaretti come esempio di creatività fatta persona, creatività che si avvale di studio, di ricerca, di incontri, di domande, di riflessione. Emozionante leggere lettere, articoli, pensieri, ascoltare la voce scritta di coloro che lo hanno conosciuto, le sue liriche e immaginarlo docente infervorato dalla passione per la letteratura italiana, spiarlo giocare bonario con suo figlio e con il gattone. Amare la moglie e amare di nuovo, nella seconda giovinezza. Un forte desiderio di visitare la casa sull'Aventino, con lui che dona generosamente il suo sapere e il suo amore per le Lettere. Leggendo ho pensato: "Quanto darei per un giro in metro con Ungaretti!" Questo libro soleltica la voglia di riscoprire Roma. Racconta la Capitale prendendo come punto di vista gli occhi di un uomo che ha faticato ad avere un rapporto con lei ma poi l'ha amata dal profondo. Un uomo desideroso di incontrarla, capace di fare e rifare strade, percorsi per emozionarsi ancora di fronte a monumenti che oggi guardiamo con quella superficialità che nasce dall'avere sempre sotto gli occhi qualcosa a cui, alla fine, ci si è fatta l'abitudine. Ungaretti no. Non dava per scontato Roma e anche quando si allontanò da lei, per la cattedra a San Paolo del Brasile, vi è tornato a cadenze regolari. Esperienze, scoperte, nuovi mondi che allargano la mente e scompagigano le certezze e gli orizzonti. Gli anni duri della guerra e il mondo che cambia per sempre. La televisione e le sue comparse nei programmi, l'incisione di dischi con la sua voce che leggeva poesie, lo sbarco sulla Luna. Liriche struggenti, indimenticabili e fotografie. Fotografie che chiudono un testo prezioso. Talmente prezioso da sentirlo nel cuore e provare nostalgia una volta conclusa la lettura.

Carolina Venturini

 

 

“La Repubblica”, 10 agosto 2010, p. XII (pagine romane)

Recensione a “Ungaretti e Roma”

 

Forse l'aspetto più sentimentale, nel rapporto tra Giuseppe Ungaretti e Roma, è la fedeltà del poeta alla Circolare rossa. Istituita nel 1931, è stata il tram cittadino fino al '75: da ponte Risorgimento saliva verso l'Aventino, scendeva, percorreva Viale Trastevere, passava per Porta Angelica, tornava al punto di partenza. C'è una schiera di ex studenti del professor Ungaretti, che "per chiara fama" insegnò alla Sapienza, disposta a giurare che, a fine lezione, in molti salivano con lui sulla Circolare. Seguitando a discutere di Dante e Leopardi, fermandosi soltanto in caso di transito di belle ragazze. Leone Piccioni, che di Ungaretti curò l'opera poetica, racconta che il professore, alla sua fermata, «tante volte per dimenticanza, tante volte perché preso dal discorso senza aver volontà di interromperlo, altre volte ancora per stare un altro po' insieme ("Dove scendi? A San Pietro? Ti accompagno"), non scendeva, e si faceva, intero, un altro giro di Roma». È una delle testimonianze che un giovane critico e scrittore, Marco Onofrio, ha radunato nel bellissimo “Ungaretti e Roma” (Edilazio, Premio Carver 2009), il contributo più recente e più completo sui soggiorni romani di Ungaretti. Ma Onofrio non si limita a ricostruire indirizzi e traslochi; cerca materiali per una ulteriore messa a fuoco del rapporto poetico con la città dove Ungaretti viene a vivere nell' inverno del 1922. Una serie di dettagli, visioni, scoperte spinge a pensare a una progressiva naturalizzazione di Ungaretti a Roma. Diventa romano per approssimazioni, romano per ragioni del cuore. Il vero, solenne ingresso nella capitale, a quasi trentacinque anni, coincide con quello di Montaigne: «lungo la Flaminia, dalla Porta del Popolo». I primi passi sono dunque tra ombre e memorie letterarie; quelli fatti prima della guerra, nel '12, tra catacombe e monumenti, erano stati troppo incerti, quasi spaventati: da «tante cose inconsuete». Nel giro di cinque anni, tra il '22 e il '27, cambia otto volte indirizzo: via in Selci 84, via Cappellini 3, via Carlo Alberto 8, piazza Poli 23, via Conte Rosso 10, via Amedeo Ottavo 11, via Piave 15, via Malta 16. All'estate del 1927 risale il primo soggiorno a Marino, in un piccolo appartamento di un antico palazzo settecentesco. Sono gli anni dell' Ungaretti mussoliniano: lettere deferenti al Duce («Sono il vostro devotissimo milite»), vivaci amicizie con artisti e scrittori, perfino duelli (con Massimo Bontempelli), apparizioni da Aragno e al Caffè Greco. Roma lo sorprende e lo disorienta; sulle prime la vive e la scopre da straniero. Sa che diventerà uno dei luoghi fondamentali della sua vita, ma «appena arrivato - scrive - mi è parsa una città alla quale non avrei mai potuto abituarmi. I suoi monumenti, la sua storia, tutto ciò che possedeva di grande (...) non aveva per me assolutamente nulla di famigliare». Si ha l' impressione che le "prove di avvicinamento" di Ungaretti alla Capitale passino sì per via letteraria e artistica, ma forse più ancora per una questione sensoriale. Il poeta sente, si direbbe a pelle, la città, con tutta la dolcezza e la violenza, «la naturale violenza delle stagioni che vedevo sposare le ore». Scriverà che «il travertino è a Roma polpa delle stagioni, le incarna, le veste, le nuda, e l' autunno è la sua stagione più felice, quando s' impregna d' oro e d' angoscia». Ma una particolare sensazione la produce l' estate, che di Roma fa risaltare l' anima barocca. C' è qualcosa di allucinato e furioso, nelle visioni estive, qualcosa di mortuario e insieme di sfarzoso. «È l'estate e nei secoli / Con i suoi occhi calcinanti / Va della terra spogliando lo scheletro». La definizione del «sentimento del tempo» (titolo della celebre raccolta del 1933) non può essere slegata dal contatto con Roma: le rovine, la memoria, il senso della perdita. «Una città come Roma – racconta Ungaretti –, negli anni durante i quali scrivevo il Sentimento, era città dove si aveva ancora il sentimento dell' eterno (...). Quando si è in presenza del Colosseo, enorme tamburo con orbite senz'occhi, si ha il sentimento del vuoto. A Roma si ha il sentimento del vuoto». E questo si mescola a un' aria di mito, che non avvolge soltanto la grande città ma l'intero paesaggio laziale, «pieno di storia e con tali seduzioni della natura e tali lontananze nel tempo, da assumere come per prodigio aspetti di favola». Anno dopo anno, stagione dopo stagione, questo paesaggio viene riletto alla luce di nuove esperienze biografiche: il soggiorno a São Paulo (1937-1942), per esempio, creerà – sull' immagine di Roma - strane sovrimpressioni brasiliane; e così anche feroci dolori privati – la morte del figlio Antonietto, nel ' 39; e naturalmente la guerra – agiranno sotterraneamente sulla visione della città, che tende a farsi più cupa, a tratti spettrale. «Mio fiume anche tu, Tevere fatale, / ora che notte già turbata scorre». Tra le case romane di Ungaretti, quella di piazza Remuria 3, è senza dubbio la più memorabile. Il contratto d'affitto viene ceduto al poeta nel 1942 dalla figlia di Tolstoj e l'appartamento diventa un ritrovo di studenti e giovani poeti, che seguono le sue eccentriche lezioni alla Sapienza. Negli anni Sessanta (quelli della popolarità televisiva) si sposterà all' Eur, via Sierra Nevada 1. Il confronto poetico con la città non si interrompe mai. La storia di Roma, che Ungaretti non smette, sino all'estrema vecchiaia, di indagare – anche in dialogo con le ombre illustri, del mito, della letteratura, dell'arte (da Petrarca a Michelangelo) – si stringe a quella del poeta, diventa parte della sua storia segreta.

Paolo Di Paolo

 

“Leggere:tutti”, ottobre 2010, pp. 52-53

Recensione a "Dentro del cielo stellare... La poesia orfica di Dino Campana"

 

Marco Onofrio ha messo – come si dice – il punto e a capo su Dino Campana. Con le circa 700 pagine di uno studio serrato e vasto, a raggiera, sia nella storia dell’orfismo sia nei pro e nei contro della critica sul poeta di Marradi, Onofrio diviene un punto obbligatorio di passaggio nella esegesi campaniana. “Dentro del cielo stellare …”, che apre ai programmi di approfondimento sul centenario della prima pubblicazione dei “Canti Orfici” (apparsi presso una tipografia di provincia, dopo un rifacimento doloroso, poché l’originale era andato perduto nelle mani di Ardengo Soffici – ma poi, troppo tardi, è stato ritrovato), lo studioso romano esplora con metodo, originalità e creatività nel complesso mondo del mito, delle radici dell’orfismo e delle varie interpretazioni che se ne sono fatte, pure quelle a latere del poeta in oggetto. La domanda fondamentale forse si appunta su una questione assai dibattuta ma non del tutto chiarita: quale è l’entità orfica di Campana? L’incompiutezza della sua forte poesia è un limite interno o una peculiare grandezza, ove si intenda che il dicibile è sempre circoscritto e l’indicibile sfocia nei “buchi neri” come l’universo materico? È che la particolare follia di Campana lo ha messo in una competitiva inimicizia con la realtà, e per questo i “Canti Orfici” assurgono a metafora di ciò che la Natura potrebbe essere nel distillato del mito e invece non è, neppure nel sogno stesso. Onofrio ha scritto una lectio magistralis, perché non si ferma al solo ritratto poetico, ma immette la incredibile problematica vitale del Nostro nell’humus antico da cui deriva la logica comune ma anche la nostra stessa irrazionalità: il mito non è molto distante dalla realtà più concreta, cioè l’io contraddittorio e spesso autodistruttivo. Rimarrà colpito, il lettore, dalla citazione, enorme ed articolata, di studi condotti su Campana da critici di ogni estrazione, e soprattutto dai paralleli che Onofrio interseca con autori di ogni latitudine. Per farla breve, dato il poco spazio a disposizione, affermo che dopo la lettura di questo vastissimo esame, dal quale non si può prescindere per ulteriori approcci o approfondimenti, ho ripreso fra mano il libro di Campana, e l’ho trovato un po’ diverso, nelle atmosfere, da quello che conoscevo: potenza della critica letteraria, quando è penetrante, creativa e lontana dalla pedanteria a cui la cultura italiana è tanto ubbidiente!

Aldo Onorati

 

www.specchioromano.it, 23 novembre 2010

"Emporium": il supermercato del mondo

Antonio Sanna e Francesco Sechi portano in scena un poemetto di Marco Onofrio

 

Nell'enorme e alienante supermercato della vita, due uomini cercano di recuperare i brandelli della propria esistenza, districandosi in un mondo surreale in cui è solo il denaro a contare, un denaro facile e al tempo stesso falso: "moneta che non vale niente", "zecchini sciorinati a profusione". Con incredibile bravura, ritmo incalzante, studio dei movimenti, Antonio Sanna e Francesco Sechi, al Seminteatro di via Adelaide Bono Cairoli, 3 (Roma), interpretano fino al prossimo 5 dicembre "Emporium", un "poemetto di civile indignazione" con i cui versi sferzanti e taglienti Marco Onofrio racconta non solo il mercato del lavoro, manche quello dei pensieri e delle speranze. La regia di Antonio Sanna ha saputo trasformare la passione etica e la rabbia salvifica di Onofrio in uno spettacolo teatrale dai toni grotteschi, amari, scanzonati, in cui la poesia prende corpo per descrivere l'angoscia che ci attanaglia e i nostri disperati tentativi di rimanere noi stessi a dispetto di quell'ingranaggio che "ci stritola e punisce e fa a polpette / se solo osiamo essere diversi". Mentre le note della fisarmonica di Roberto Palermo spttolineano e enfatizzano quanto di svolge sul palco, la poesia diventa la storia delle nostre quotidiane paure, della "morsa occulta e misteriosa" che ci stringe e ci soffoca, in un mondo che, nelle mani dell'uomo, è ridotto a "uno spurgo immondo di cloaca", al "covile nel profondo di una tana". Lo spettacolo è realizzato dall'associazione culturale "L'attore in movimento", nata nel 2005, che propone un teatro culturalmente impegnato ma al tempo stesso vicino alla gente e alle sue problematiche. I costumi sono di De.RI.VE, le musiche di Alessandro Panatteri e Roberto Palermo. 

Antonio Venditti

 

 

"Latina oggi", 25 novembre 2010, p. 41

 

"Emporium", grottesca riflessione sulla realtà

"Due uomini, forse due poeti, raccontano e scoprono un percorso dell'anima e del corpo nel grande supermercato che è diventato ormai il mondo: un giardino del denaro facile e finto, un campo dei miracoli dove ogni pinocchio finisce impiccato all'albero degli zecchini". Così dice la presentazione di "Emporium", un "poemetto di civile indignazione" in scena fino al 5 dicembre al Seminteatro in via Adeaide Bono Cairoli 3, a Roma. Lo spettacolo, scritto da Marco Onofrio, vedrà sul palco Antonio Sanna e FRancesco Sechi accompagnati dalla fisarmonica di Roberto Palermo, per la regia di Antonio Sanna. Si tratta di un testo teatrale dai colori grotteschi, scanzonati, amari, ridicoli, occasione per riflettere con la magia dei versi poetici. La rappresentazione è organizzata dall'associazione culturale "L'attore in movimento", nata nel 2005 con l'obiettivo di proporre un tipo di teatro culturalmente impegnato, vicino alla gente e alle sue problematiche; un teatro he abbia un senso di confronto e di crescita sia per chi lo propone sia per chi lo riceve. 

Serena Nogarotto

 

 

"Controluce", dicembre 2010

Recensione a “La presenza di Giano”

Esperimenti di poesia che s'incrociano sono stati, nel recente passato, molto frequenti, ma quasi sempre i due soggetti hanno rappresentato se stessi senza farsi scalfire dal dialogo, andando quasi ciechi per la propria strada. Non dico che sia stata una maniera impropria di proseguire nel cammino binario, certamente non è stata esperienza che abbia fatto scattare la molla di uno scavo che scaturisse anche da provocazioni dell'altro, o da stimoli. La presenza di Giano vede Marco Onofrio e Raffaello Utzeri a confronto, ma si tratta di "Poema bifronte", non di mondi paralleli: vediamo dunque perché diventa interessante seguirli nel loro percorso. Innanzi tutto perché i due poeti si sono tolte le maschere (ammesso che le abbiano mai avute) e sono scesi in campo con la consapevolezza di porre in essere un discorso talmente antico da risultare fresco e nuovissimo, il discorso sull'essenza del senso, sulla qualità del vivere e morire al di là dei segni incomprensibili del male e del bene. Certo, ciò non appare in maniera visibile perché le due parti giocano a volte di fioretto e a volte accerchiando l'avversario o, se volete, l'interlocutore. Un "gioco serio al pari d'un lavoro", una sorta di sfida-non sfida per appropriarsi di quel terzo e terso occhio che porta a comprendere la dimensione della labilità e del divenire. La prefazione di Giorgio Linguaglossa affronta il libro sul piano storiografico e cerca l'interpretazione motivata della presenza di un libro simile in un mondo di indifferenti e di mediocri, senza passato e senza la passione della verità. Verena Penna, in postfazione, cesella analiticamente le posizioni dei due poeti individuando le parti rappresentate, discorsi ottimi per entrare nel vivo dei testi e cercare di capirne le scaturigini e le finalità. Eppure sembra che sia Onofrio sia Utzeri non siano disposti (per fortuna) ad arrivare a una chiusura ermetica che convogli nella verità assoluta i versi. C'è sempre un margine, c'è sempre una sfumatura, c'è sempre una indicazione che rompe gli argini e si assesta su posizioni diverse dalle consuete. Ed è qui che la partita assume la valenza di una conquista che porta a non dare retta alle dissoluzioni in atto, ma a renderle motivo di un fare che, prima o poi, si contorcerà su se stesso per diventare misura nuova del futuro. E se troviamo che questa poesia abbia il sapore aulico e il tono alto, non ci dobbiamo meravigliare più di tanto, perché è ora di ritrovare il cammino perduto, e non per nostalgia patetica e rumorosa, ma per adesione ai valori essenziali che sono stati il fondamento della civiltà. Ecco perché né Onofrio né Utzeri sostano ai bordi del diluvio e della confusione e vogliono essere attori del mutamento; accertarsi che lo spappolamento del senso non diventi una deriva e anzi il senso ritorni nel suo alveo, così come nel suo alveo legittimo deve ritornare il linguaggio e devono ritornare i temi. La poesia ha bisogno di uscire dalle trame fitte e asfittiche del risaputo e della povertà, che appartengono al linguaggio comunicativo e non alla discesa agli inferi o all'ascesa nelle sfere celesti. Libro denso di pensiero, di proposte, di accensioni, di umanità alta e vera, di quel sale greco necessario per rientrare nel circuito della verità che non può più aspettare, altrimenti rischia di morire per inedia.

Dante Maffìa

 

 

“Corriere della Sera”, 8 marzo 2011, p. 10 (pagine romane)

Recensione a “Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti”

LO SCRITTORE POETA CON ROMA NEL CUORE

 

Il vero problema è da dove cominciare. Perché “Nello specchio del racconto. L'opera narrativa di Antonio Debenedetti” (EdiLet) Marco Onofrio ha messo così tanta carne al fuoco, ha composto un ritratto così sfaccettato e completo dello scrittore, maestro riconosciuto del racconto italiano, che ogni segmento della sua vita e della sua opera reclama, scrivendone in una rubrica, la primogenitura. C'è la questione dello stile, personalissimo: dall'iniziale sperimentalismo alla purezza estrema di una prosa nitida, essenziale; c'è il contesto privato: il padre Giacomo innanzitutto, grande critico e protagonista della cultura europea; gli incontri poi, nella sua infanzia, con personaggi straordinari; l'ebraismo (“mio padre era un ebreo laico e mia madre una cattolica osservante”). C'è il suo rapporto con le città: “Sono nato a Torino - dice in un' intervista riportata nel libro - ma sono stato concepito a Roma: nella pensione Villa Borghese, che affacciava su Via Pinciana, di fronte al Museo Borghese, vicino a dove è nato Moravia. Fu proprio Moravia a consigliare a mio padre quella pensione, intorno alla metà degli anni Trenta. I miei, infatti, si stabilirono a Roma nell'autunno del '36”. Uomo rigoroso, lo definisce Onofrio. Un asceta del mestiere letterario, che non lascia nulla al caso. Ma che nella vita non si sottrae alle contraddizioni: “distaccato e appassionato, razionale e irrazionale, rigido e flessuoso, abitudinario e imprevedibile, domestico e selvatico al contempo”. Timido e “come ogni artista autentico”, abbastanza vanitoso. Sono proprio le contraddizioni, filo rosso di ogni esistenza, a offrirgli la materia prima dei suoi racconti. Che hanno quasi sempre Roma come sfondo o personaggio ideale. Giornalista per vivere (“Il culto della precisione mi viene da quell'esercizio professionale, da quel duro tirocinio professionale”) e scrittore per vocazione. Esordi poetici nel '58 con la silloge “Rifiuto di obbedienza” prefata da Giorgio Caproni, “poesie sospese, in qualche modo irrisolte, fra un surrealismo d'antan con aperture metafisiche (Savinio più che de Chirico) e un espressionismo barocco alla Scipione”. L'approdo, negli anni Settanta, ai racconti: “Monsieur Kitsch” e “In assenza del signor Plot”. L'avvio, con “Ancora un bacio” (1981), di un nuovo percorso narrativo, che lo pone oggi tra i protagonisti della scena letteraria contemporanea. Antonio Debenedetti ha fatto i conti con i grandi del Novecento, li ha filtrati e amalgamati dentro sé, sottolinea Onofrio, articolando una scrittura dallo stile personale, “pregna di echi, ricca di velature, calcinata di sedimenti, sapida di umori e di colori”. Come dimostra quello che si può considerare il suo capolavoro: “Giacomino”, racconto-saggio “a cavallo tra lessico familiare e interpretazione storica di una città attraverso la memoria privata/pubblica” del padre Giacomo. E Roma nel cuore. Sempre. Una Roma “magica e complessa”, come la definisce lo stesso Debenedetti.

Giuseppe Di Stefano

 

 

“Vivavoce”, febbraio 2011, pp. 28-29

I VOLTI DI MARCO ONOFRIO

 

Scrittore, saggista e direttore editoriale, Marco Onofrio, classe 1971, figlio adottivo dei Castelli Romani dal 1988 (attualmente vive a Marino), a giorni presenterà il suo quindicesimo libro: “Nello specchio del racconto. L'opera narrativa di Antonio Debenedetti”. Un saggio che in qualche modo, insieme ai precedenti “Ungaretti e Roma” e “Dentro del cielo stellare… La poesia orfica di Dino Campana”, va a comporre una triade di critica letteraria di qualità, nello scenario dei grandi autori contemporanei. Ancora una volta - ma in questo caso con un confronto diretto (Debenedetti è ancora in vita) - Marco Onofrio dà prova della sua capacità di analizzare, scandagliare e giungere fino all'anima dell'autore, con il quale entra profondamente in contatto, quasi ad instaurare un rapporto soprannaturale. Antonio Debenedetti, maestro riconosciuto del racconto italiano contemporaneo, in questa monografia, scritta con impeto e grande coinvolgimento, viene esaminato per la prima volta nel complesso delle sue molteplici sfaccettature. Attraverso un'analisi profonda dei temi e dei personaggi, e tenendo conto dei presupposti e degli sviluppi della sua poetica, Onofrio ci restituisce un Debenedetti inedito, denso di sensazioni, immagini, sentimenti, in un'alternanza di concretezza e fantasia, di tradizione remota e spunti dal nuovo secolo, proponendoci al contempo una selezione antologica delle sue opere che vuol essere "invito alla lettura" capace di emozionare. Ma qual è la spinta che induce Onofrio ad interessarsi di un autore piuttosto che di un altro? Sicuramente lo slancio personale verso il personaggio, ma anche, e soprattutto, la volontà di fornire elementi nuovi che contribuiscano ad una più ampia e completa conoscenza dell'autore attraverso una lettura critica e profonda dell'uomo, della sua vita e delle sue opere. Con questo approccio ha, per esempio, curato, assemblato e prefato l'antologia delle poesie di Aldo Onorati (“Il mistero e la clessidra”), grazie a cui lo stesso Onorati ha riscoperto sotto nuova luce il proprio percorso lirico. Onofrio si avvicina all'autore che ha scelto partendo dalla semplice ricerca bibliografica, e poi, via via, lo fa "suo" attraverso lo studio serrato e intenso dei testi, con cui entra in dialogo utilizzando strumenti critici e processi intuitivi, quasi di “serendipity”. Accade così un fenomeno strano e misterioso, che ogni ricercatore conosce: «è il libro stesso che ti chiama», dice Onofrio «e intimamente sai, senti, che lì troverai qualcosa di importante da sviluppare e da approfondire». Tutto questo, oltre che nel capolavoro dedicato a Dino Campana, emerge in modo chiaro in “Ungaretti e Roma”. Un’opera che, fra l'altro, affronta per la prima volta con serenità il tema del rapporto di Ungaretti con Mussolini, un rapporto che secondo Onofrio non nasce da una profonda convinzione ideologica, ma, piuttosto, da motivazioni opportunistiche: Ungaretti non viveva periodi economicamente felici ed essendo amico personale del duce vedeva in lui una via per avere successo o, quanto meno, riuscire a sopravvivere. La sua vicinanza alla dittatura fascista è, dunque, frutto di una contingenza, più che di un credo. Ma Onofrio è anche poeta e narratore. Scrive già ai tempi del Liceo, e da lì la sua spinta creativa prenderà il via senza arrestarsi. Passando dal romanzo al racconto, dalla lirica al teatro al poemetto drammaturgico, egli darà prova delle sue capacità, conseguendo anche diversi premi letterari tra cui il Montale nel 1996 e il Carver nel 2009. Qualcosa di metafisico sembra ispirare la sua mano; egli afferma che scrive l'opera quando questa "chiede" di essere portata alla luce: non prima che l'opera stessa si imponga come ineludibile necessità. In qualche modo l'opera è già presente dentro di lui come potenzialità, come materia prima grezza che poi, attraverso un processo di fermentazione e decantazione, tenuto vivo magari per anni e affidato a stesure successive, inizia a prendere forma lentamente, come una scultura che da un blocco ruvido emerge levigata e sinuosa, pronta per essere ammirata. Anche le tematiche presentano spunti di riflessione ultraterreni, sia pur rimanendo in una dimensione reale: ecco allora ricorrere la presenza del cielo (“Interno cielo”, “Squarci d'eliso”) e del vuoto, del mistero, dell'invisibile (“D'istruzioni”, “È giorno”, “La presenza di Giano”); ma c'è anche la concretezza umana del confine e del gradino (il salto/la discesa) e l'analisi rigorosa e spietata del soggetto (“Autologia”), e la grottesca rappresentazione dei conflitti familiari archetipici (“La dominante”), e la delicata, struggente sinfonia del sentimento d'amore (“Antebe. Romanzo d'amore in versi”), e il surrealismo fantastico e vertiginoso dei racconti (“Eccedenze”, “La lampada interiore”). Alcune sue opere sono anche state messe in scena, con successo di pubblico e critica: come il vibrante “Emporium. Poemetto di civile indignazione”, rappresentato recentemente al SeminTeatro di Roma. Ciò che infine incuriosisce dell'autore è che della sua passione letteraria ha fatto un'attività professionale. Egli, infatti, è direttore editoriale della casa editrice Edilazio, nonché vulcanico animatore di EdiLet, il settore letterario della Edilazio, che prende vita nel 2007 proprio grazie a Marco Onofrio e che, in 40 mesi, ha già pubblicato autori di prestigio (a parte il classico “Tutti i sonetti” di Shakespeare, tradotti da Raffaello Utzeri) come Roberto Piumini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Andrea Di Consoli, Aldo Onorati e Dante Maffìa. Scrittore-editore: sembrerebbe quasi una contraddizione. Rimane difficile pensare che nella scelta dei libri degli altri egli non sia influenzato dal suo gusto personale, e riesca a mantenersi imparziale nel giudizio. Eppure è proprio così. Lo stesso Onofrio dice di affidarsi anzitutto alla sua preparazione critica (è laureato in Lettere) e all'esperienza maturata in campo editoriale, dove opera da quasi dieci anni, ma anche a una certa dose di intuizione "rabdomantica", che gli permettono di leggere il dattiloscritto attraverso criteri che guardano al bagaglio culturale dell'autore, alla buona scrittura, alla gradevolezza della lettura: pure, talvolta, al di là delle proprie naturali preferenze. Il suo rapporto con i testi inediti, pur quando rifiutati, è sempre costruttivo, e diventa fonte di arricchimento della sua stessa linfa creatrice. Certo, il lavoro di selezione non è semplice, ma anche in questo egli mette passione e impegno, soprattutto perché la EdiLet punta sui nuovi talenti, sui giovani, tra i quali molti originari proprio dei Castelli Romani (come Roberto Pallocca, Silvia Santirosi, Giusi Dottini, Maria Laura Gargiulo). Una selezione di qualità, che risponde a un'ottica di diffusione della cultura, quella vera, a scapito, spesso, del mero profitto economico, con l'obiettivo di mantenere vivo un dibattito culturale che, viceversa, troppo spesso scade in qualunquismo e ricerca superficiale di visibilità fine a se stessa. Non siamo tutti scrittori!

Claudia Recchi

 

"l'immaginazione" n. 261, marzo 2011, p. 26

su "Nello specchio del racconto"

 

Raccontare uno scrittore schivo come Antonio Debenedetti non deve essere impresa facile. E' riuscita a un altro scrittore, classe 1971, Marco Onofrio. Dopo avere sondato i vasti territori della poesia novecentesca italiana (tra i suoi titoli, Ungaretti e Roma e Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana), si accosta ora a un grande narratore come Debenedetti. Nello specchio del racconto. L'opera narrativa di Antonio Debenedetti (EdiLet) è il risultato ammirevole di un'ampia e stratificata analisi: libro per libro, Onofrio evidenzia le linee di quell'«itinerario di coerenza estrema» di cui ha parlato Giulio Ferroni. Lo "scrittore Novecento", come Onofrio ribattezza Debenedetti, viene avvicinato e spiato nel misterioso rigore da «asceta del mestiere letterario». «Inquieto, problematico, ipocondriaco, volubile, meteoropatico»: Onofrio azzarda un ritratto vis-à-vis e centra l'obiettivo, accostando alle parole scritte le tessere fotografiche di Massimiliano Malerba. Qui lo scrittore viene colto nel vivo, nella luce di un preciso pomeriggio di novembre. Roma, l'Aventino: i luoghi del cuore. E tutta la gamma espressiva dell'uomo: gentile, sorridente, pensoso, malinconico, inquieto, curioso. 

Paolo Di Paolo

 

“Poesia” – Mensile internazionale di cultura poetica, aprile 2011, p. 64

Recensione a “Dentro del cielo stellare… La poesia orfica di Dino Campana”

 

Marco Onofrio non è nuovo a imprese colossali, soprattutto non è nuovo nel voler ripercorrere i testi di grandi poeti o di grandi narratori. Valga per tutti il libro su Giuseppe Ungaretti che attraversa un itinerario così vasto e conosciuto con nuove indicazioni. Infatti la scommessa è questa, riuscire a rileggere un poeta cercandone i motivi della durata, quel senso recondito del lievito poetico che è la cifra del loro mondo. Adesso affronta Dino Campana. Su Campana sono stati scritti fiumi d’inchiostro, il poeta e la sua poesia sono stati rivoltati come vecchi calzini da rammendare, forse nessuno si era finora presa la briga di entrare nel meccanismo segreto del poeta, nella sua officina. Marco Onofrio lo fa con una passione sfrenata che ricorda tanto da vicino proprio l’atteggiamento del poeta di Marradi. Infatti scrive circa settecento pagine, da una parte diligentemente fotografando ciò che è avvenuto attorno ai “Canti Orfici” e dall’altra scandagliando le ragioni intime di un personaggio che stava fuori dalle righe e non entrava in nessuna catalogazione del suo tempo. Onofrio non ha trascurato proprio nulla e ha potuto farlo dopo che si è immerso nelle “incandescenze” di un orfico che ha saputo condensare i mondi infiniti di allucinazioni in cui le parole sembrano morire e rinascere come rinnovate. A seguire i vari capitoli si resta sbalorditi sia per la dovizia dei particolari, sia per il giudizio di un critico che non si sbilancia mai, ma che fa nascere dai “fatti” l’essenza stessa del poeta e il suo peso specifico. Dopo una “Lettura critica” dei “Canti” c’è un interessante e curioso capitolo sullo sguardo di Campana. A seguire tutta una serie di interventi sull’orfismo messo in luce da vari punti di vista e confrontato con altre esperienze letterarie. Tra le pagine più forti e più convincenti quelle dedicate a “Istinto o cultura?”. Infine un’appendice, l’indice dei nomi e la bibliografia. Un lavoro di quelli che ormai sono in disuso anche tra gli accademici, e Marco Onofrio lo fa cosciente di ottemperare a una manchevolezza proprio della critica, sia militante sia accademica. Perché Campana è stato una figura centrale nel Novecento sotto moltissimi aspetti, non ultimo quello del rinnovamento del linguaggio.

Dante Maffia

 

www.progettobiblio.com - Recensione a "Dentro del cielo stellare... La poesia orfica di Dino Campana"

 

Il titolo, ricavato da un verso dei Canti Orfici dove rispetto a Il più lungo giorno Campana ha sostituito «cielo serale» con «cielo stellare», introduce bene i contenuti della monografia: Onofrio concentra la sua analisi sul libro del 1914 e interpreta Genova attraverso il frammento noto con il titolo Il secondo stadio dello spirito («la quintessenza del “sogno della vita in blocco” è rappresentata dal sintagma “dentro del cielo” attraverso cui Campana realizza una nuova dimensione del mondo co-me praticabilità fluida e aperta», pp. 19-20). Questa ricerca, presentata dalla casa editrice che l’autore dirige, è rivolta, spiega il sottotitolo, alla poesia orfica di Campana. Il vaglio delle interpretazioni dell’orfismo campaniano è tra i più proficui percorsi intrapresi dall’autore, rappresentativo delle energie spese nel lavoro di documentazione. Le domande che l’autore si pone (Campana poeta orfico per istinto o per cultura? Orfeo vate o poietes? «Ma esiste una “poetica campaniana”?», p. 141) rivelano la sua autentica volontà di decifrazione. Pur constatando «l’impossibilità» di pervenire a «una definitiva soluzione del problema campaniano» (p. 378), Onofrio non rinuncia a esplicitare le proprie conclusioni, e mostra per esempio che nei Canti «c’è in atto un continuo esercizio della logificatio post factum» (p. 125). La biografia di Campana, ripercorsa nell’Introduzione, non scherma la difficoltà interpretativa della sua scrittura, affrontata nella prima parte in una lettura dei Canti Orfici apprezzabile, anche là dove consiste nel riepilogo di tesi note o in un giudizio, giacché pochi studiosi si sono avventurati in un commento integrale dell’opera. Nella seconda parte l’autore tenta di conciliare il grande dilemma, il più ricorrente nella storia della critica campaniana, la dicotomia visivo-visionario, avvalendosi de La Poétique de la rêverie di Bachelard. Indicati tre gradi di percezione, quella sensoriale, extrasensoriale e la rêverie imperfetta, dove più si manifesta la voyance, in due modalità distinte dal difetto e dall’eccesso della visività, l’autore perviene alla conclusione che Campana ambisce alla percezione dell’oggetto in sé, oltre la soggettività. La terza parte, la più sostanziosa, riguarda La qualità orfica di Campana. Inteso l’orfismo in tre diverse accezioni, la religione orfica, l’antica letteratura orfica, la poesia orfica moderna, s’interpreta quest’ultima come «ricerca dell’Assoluto», «materializzazione dell’Assoluto», «poesia metasemantica che privilegia il suono al senso», «poesia-pensiero» (p. 255). L’orfismo campaniano, più che collocarsi nell’ambito dell’evoluzione storica delle poetiche d’ispirazione orfica nella letteratura italiana (di d’Annunzio si ricorda Alcyone ma si trascura il libro più esplicitamente orfico, cioè Maia, e si indica come antecedente Fra’ Lucerta), si affianca invece, conformemente alla predominante tendenza ermeneutica, all’orfismo letterario francese e tedesco e all’orfismo pittorico. Là dove Onofrio e-sprime una possibile spiegazione del titolo Canti Orfici, scrive: «Anche per questo Campana sceglie Orfeo: perché «gli torna utile come “terza via”, di sintesi, tra Apollo e Dioniso» (p. 18); questa tesi, condivisa da chi scrive e già pubblicata, non è stata sufficientemente argomentata: curiosamente, quasi non fosse mai esistito per esempio Creuzer, Onofrio presenta come «interessante proposta» avanzata da Rosalma Salina Borello (Il miraggio e oltre, Roma, Edilazio, 2010) l’interpretazione di Orfeo come «“terza via” dello spirito greco, oltre le opzioni bipolari di Apollo e Dioniso» (p. 213). Si nota una sproporzione tra argomentazione e interpretazione anche quando, riepilogati i punti di contatto tra l’antica tradizione orfica e l’opera di Campana, con prudenza eccessiva l’autore ritiene i propri argomenti (qui numerosi) insufficienti a provare quel legame (p. 521), mentre la fondatezza dell’ipotesi che il titolo discenda dalla definizione di Apollinaire del Cubismo orphique gli sembra garantita da una sincronia («intitolare un libro di poesia Canti Orfici nel 1914 significava inevitabilmente chiamare in causa le recentissime manifestazioni dell’“orfismo” in arte», pp. 507-508). Inoltre meraviglia il mancato riconoscimento della portata innovativa di alcuni studi, per esempio quello di Cudini, nell’interpretazione dell’orfismo di Campana. Nel confronto con la poesia di Apollinaire, inoltre, si dovrebbe ricordare che quel legame, a differenza del legame con Delaunay, è documentato dalle citazioni nell’epistolario campaniano. Più che per l’approfondimento dei singoli accostamenti questo contributo è notevole per il loro numero. L’autore perviene a risultati originali nel raffronto, più che con gli autori francesi (Nerval e l’immancabile Schuré), con gli autori tedeschi, per esempio con Hölderlin, la cui rilevanza in questo lavoro è svelata dall’epigrafe. Non persuade però il discrimine tra Hölderlin e un’arte campaniana nella quale sarebbe meno centrale la dimensione metapoetica (in «Fabbricare fabbricare fabbricare» per esempio è più chiara se si ricorda con quale testo di Carducci dialoga). Soprattutto non persuade l’interpretazione complessiva del progetto di Campana: «Ma non è, la solare armonia mediterranea dell’apollineo, il fine ultimo cui tendono i Canti Orfici?» (p. 397); la domanda è retorica ma la risposta potrebbe non essere af-fermativa. In questo lavoro il confronto con Nietzsche è centrale. L’impegnato parallelo con Nie-tzsche sfocia nella tesi che il progetto di Campana consista nel superamento apollineo del dionisia-co. Onofrio altera l’estetica di Nietzsche isolando quella che nella Nascita della tragedia non è che una fase del processo artistico, e attribuisce la propria interpretazione dell’estetica di Nietzsche a Campana: «L’arte, per Nietzsche, deve giungere alla superiore armonia dell’“apollineo” attraversando e oltrepassando in sé l’ebbrezza del “dionisiaco”. Campana si appropria di questa estetica» (p. 274). Dalla sua conoscenza di Campana, Onofrio deduce che «l’oro di Apollo è e resta l’obiettivo ultimo della sua impresa» (p. 531). Tale obiettivo contrasta con l’estetica di Nietzsche, per il quale il fine supremo dell’arte è al di là di ogni effetto artistico apollineo. Onofrio riconosce l’importanza dell’estetica nietzschiana ma non si avvede che nella sua interpretazione il progetto campaniano è in contraddizione con essa, e dunque non spiega questa divergenza. Appunto perché distorce l’estetica di Nietzsche, Onofrio travisa il progetto di Campana, e poiché la sua ipotesi è che il fine ultimo dei Canti sia l’armonia apollinea, Onofrio ritiene che il progetto di Campana fallisca («Complessivamente, resta impossibile una liberazione orfica», p. 118). Il concetto che il fine ultimo dell’arte sia l’armonia apollinea non è nietzschiano, e l’interpretazione di Onofrio che l’arte di Campana tenda all’armonia apollinea a mio avviso è da rigettare come risultato di un fraintendimento di Nietzsche. L’interpretazione de Il secondo stadio dello spirito come espressione del rifiuto campaniano del misticismo, invece, seppur non inedita, è ineccepibile. Tuttavia, poiché Onofrio ammette la rilevanza de Il secondo stadio dello spirito e in particolare dell’idea dell’arte che scorre sopra la vita, e riconosce «il punto topico della poetica campaniana» nel «sogno della vita» (p. 13), spiace la noncuranza del significato di Gaia Scienza, II, 60 (e dell’autografo campaniano che ne reca la traduzione), da dove Campana ha estrapolato il sintagma sogno della vita e l’idea dell’arte che scorre sopra la vita. La prima delle tre Appendici verte sull’arte mediterranea, la seconda sull’eredità di Campana, infi-ne, nel confronto con Biografia a Ebe di Luzi, l’autore perviene a una toccante interpretazione dell’orfismo come «densità umana» (p. 626). Completano il volume un Indice dei nomi e una Bi-bliografia. La mancata individuazione della riscrittura dei miti di Orfeo e di Zagreo è esplicativa della difficoltà in cui versa lo studio del mito nell’opera di Campana. Nella disamina della sezione 12 del primo poema degli Orfici, contestando l’interpretazione di Bonifazi, e di fatto allineandosi a quella di Ceragioli, Onofrio afferma che «solo a patto di forzare il testo» si può scorgere un legame con il mito di Euridice, perché «il distacco provoca solo “una punta d’amarezza” (e non l’abissale dolore di Orfeo), che inoltre sappiamo “tosto consolata”» (pp. 35, 36). La strategia qui adottata è la dissonanza ironica rispetto al modello, «l’Inconsolé», ma non si può riconoscere la riscrittura senza la consapevolezza delle modalità che governano il trattamento campaniano della materia mitica, che sono tipi-camente novecentesche. Onofrio nota l’animalizzazione (p. 96) delle donne che appaiono come «volatili» e sono «avvolte in pelliccia», e «l’antropomorfismo dei passeri» (p. 108) là dove l’io liri-co è «Solo coi passeri intorno che si commossero […]». Quali donne del mito appaiono in Ovidio «ut aves»? Da quale indumento prendono il nome le Bassaridi nella più antica fonte sulla morte di Orfeo? Quale personaggio del mito appare «Solus» tra gli animali commossi, se non Orfeo? Presentato nella quarta di copertina come «uno dei più potenti, suggestivi e complessi saggi mai scritti sul poeta di Marradi», con le sue 675 pp. il saggio si inserisce nella storia della critica campaniana, che annovera contributi eccellenti, rigorosi, distinguendosi perché è uno dei più voluminosi, ma non solo: se si recuperasse la bipartizione tra titoli buoni e cattivi su Campana, il lettore più esigente senza esitazioni ascriverebbe il contributo alla prima categoria. Ma non si può decifrare l’orfismo di Campana se non si riconosce quello che, riprendendo una definizione di Piero Pieri, chiameremo il classicismo dissimulato della sua scrittura.

Susanna Sitzia

 

"Gazzetta del Sud", 2 giugno 2011, p. 43

Conclusa la nona edizione del Premio internazionale di poesia "Roberto Farina"

 

Consegnato il premio internazionale di poesia "Roberto Farina", giunto alla nona edizione. La kermesse ha visto la presenza negli anni di personaggi di spicco come Alberto Bevilacqua, Maria Luisa Spaziani, Luciano Luisi, Dacia Maraini, Mario Specchio e Sergio Zavoli. Quest'anno, nel Salone del Miramara di Roseto Capo Spulico, è stato omaggiato del primo premio Marco Onofrio, poeta di grande rilievo e critico.

Rocco Gentile

 

 

"Calabria ORA", 3 giugno 2011 - "Al Premio Farina vince "Emporium". Primo posto per il poema passionale-drammatico di Onofrio"


Vincitore della nona edizione del premio internazionale "Roberto Farina" è il 40enne Marco Onofrio, autore di "Emporium", un poema drammatico e dialogico, scritto con rabbia salvifica, passione ed etica. Onofrio approfondisce nel volume la supremazia del profitto (l'emporium, appunto) sul valore; il potere dei media sull'uomo-massa; il lavoro totalizzante e precario; la mercificazione del tempo e dell'essere; la corruzione etica e politica. Si è svolta mercoledì, a "Il Miramare" a Roseto, la manifestazione di premiazione. Il premio internazionale di poesia è giunto alla nona edizione. L'anno prossimo, per il decennale, sono previsti numerosi convegni. Ovviamente con la speranza, ha affermato il presidente della Fondazione, Antonio Farina, che gli enti pubblici e privati sostengano le iniziative in maniera concreta, visto che ormai le attività del premio si sono consolidate portando nell'alto Jonio cosentino personaggi di spicco come Alberto Bevilacqua, Maria Luisa Spaziani, Luciano Luisi, Paolo Ruffilli, Dacia Maraini, Giuseppina Amodei, Mario Specchio, Sergio Zavoli. A riguardo il sindaco Franco Durso ha annunciato il suo pieno sostegno e contribuirà a mettere in rete i circa 60mila volumi presenti nella fondazione Farina per sostenere uno dei loro progetti. Ancora annuncia che recupererà il rudere presente sul lungomare ai piedi del Castello per farlo diventare attrattore turistico, non appena i finanziamenti romani daranno un cenno. Assente il senatore della Repubblica Franco Bruno, che ha inviato una lunga ed emozionante lettera letta per tutti da Dante Maffìa, che ha ricoperto anche il ruolo di coordinatore dei lavori. Il Presidente della giuria, Dante Maffìa, e il presidente della Fondazione, Antonio Farina, hanno premiato il gota del meridionalismo, tra cui Leonardo Odoguardi, Giuseppe Trebisacce, Giuseppe Roma, Giovanni Sapia, Vitale Nuzzo, Franco Maurella, Luigi Troccoli e Massimo Moscatiello. Primo posto, quindi, a Marco Onofrio, poeta di grande rilievo e critico con alle spalle libri dedicati a Campana, Ungaretti e Debenedetti; il secondo premio a Emilio Coco, poeta e traduttore dallo spagnolo e in spagnolo, che da decenni promuove la poesia italiana in tutto il mondo; e il terzo posto a Luca Benassi, giovane ma con esperienze poetiche e critiche ormai consolidate. Il premio dei due presidenti è stato assegnato al professor Francesco Perri, di Vaccarizzo Albanese, sia per i suoi meriti didattici e sia per aver pubblicato di recente un ponderoso volume dedicato a Pasquale Scura, ministro di Garibaldi, che fu il primo a codificare il motto di "Italia una e indivisibile". La manifestazione, inoltre, ha assegnato dei riconoscimenti a due pittori, Giovanni Cataldi e Francesco Basile, e al tipografo Raffaele Galasso, fondatore del "Tiraccio". Ha presentato Isabella Farina, vice-presidente della Fondazione, esponendo la proposta museale: una casa antica, riconosciuta dai Beni Culturali, perché vorrebbe mettere su un museo delle conchiglie. 

Franco Lofrano

 

"Roma Reporter", 17 giugno 2011 - "Emporium" al Teatro Petrolini. Con "Emporium" di Marco Onofrio è di scena il precariato.

 

“Emporium” è il titolo del docu-reading teatrale riproposto in scena a Roma per la seconda volta al Teatro Petrolini. Originale la proposta teatrale dello spettacolo; non si tratta infatti di un semplice reading ma di qualcosa di più. Partendo da un poemetto di Marco Onofrio, giovane autore romano, Barbara Frascà, regista dello spettacolo ha pensato di proporre al pubblico l'ostico e attualissimo tema della precarietà servendosi di un ensemble di strumenti e possibilità multimediali. Poemetto-interviste-ricerche sul flusso emigratorio; questi gli step che Barbara Frascà affronta nello sviluppare l'idea del suo spettacolo. Uno spettacolo multimediale che coinvolge diverse tecnologie: dalla musica alla computer-art sino alle video proiezioni. Barbara Frascà è una giovane attrice e regista di Roma che affronta per la prima volta con “Emporium” la direzione di uno spettacolo di cui è anche attrice insieme a Ernesto D'Argenio e Maria Enrica Prignani. Barbara Frascà ci spiega come è nata l'idea. «Dopo aver letto Emporium poemetto di civile indignazione, di Marco Onofrio, ho subito pensato che potesse essere un manifesto dei nostri tempi. Ho allora deciso di dargli vita e di portarlo in scena. Il poemetto in questione affronta diverse problematiche, tra le quali  ho scelto di soffermarmi sulla questione del precariato». Perché proprio il precariato? «Sono fortemente convinta che il problema di un singolo in una società debba essere un problema di tutti. Se quello stesso problema riguarda più persone, a maggior ragione la questione deve coinvolgere anche chi ne è escluso. Subito ho avuto l'intuizione di sviluppare il poemetto in una forma più completa che andasse al di là della lettura interpretata dagli attori e che avesse quindi un oggettivo riscontro con la realtà». Per questo l'idea di inserire nello spettacolo le interviste? «Esattamente! Interviste a giovani precari e disoccupati, supportate dalla proiezione di dati sul flusso emigratorio. Le ricerche hanno evidenziato lo stato allarmante della condizione occupazionale del nostro Paese, per questo ho deciso di aprire lo spettacolo  con il suono di un allarme. L'allarme precariato è divampato e la speranza è che da queste ceneri nasca un cambiamento».

Roberta Laguardia

 

www.fuorilemura.com, 20 giugno 2011

Emporium al Teatro Petrolini 

 

"Quando torni a casa sei distrutto/confuso, obnubilato ti addormenti/e spegni sul cuscino i tuoi tormenti./Non leggi più./Non pensi più./Solo un pocolino di TV/quel tanto di serale disimpegno,/le cosce sgambettanti al varietà,/e la pubblicità." Questo il ritratto che, impietoso, ci propone Marco Onofrio. Ci parla dei precari, quella categoria che non avrà stipendio, di bamboccioni, di fannulloni, di mammoni, che non può uscire dalla casa di mamma e papà perché senza lavoro, senza certezze, l'Italia peggiore di Brunetta. Il testo ha un ritmoincalzante, irrefrenabile, pungente, che costrige a prestarvi ascolto. Si parla del precario, quasi fosse una specie, quella figura che - così ben descritta - è la vera protagonista dell'Italia oggi. I tre attori - Maria Enrica Prignani, Ernesto d'Argenio e Barbara Frascà (in ordine di apparizione) - con notevoli capacità di coinvolgimento e sensibilità ci accompagnano sulle note di questo documentario, quasi appunto suonando questa civile indignazione di cui al sottotitolo, con il loro spartito davanti durante tutto il reading. Gli spezzoni, ognuno dedicato a un particolare aspetto della precarietà nel lavoro, sono intervallati da proiezioni di interviste a giovani lavoratori, a Roma, ognuno testimone di una difficoltà che non va presa sottogamba, ognuno in balìa dell'incertezza di un rinnovo o meno del contratto. Purtroppo le scelte registiche sono assai discutibili, a partire da una musica in sottofondo durante le letture che corre continuamente il rischio di distrarre lo spettatore fino al video delle interviste proiettate che avrebbero meritato sicuramente molta più attenzione in fase di montaggio. Ciononostante, nel complesso hanno avuto la meglio l'urgenza del tema, le voci degli attori/lettori in scena, il ritmo del testo e le parole usate, inventate, gustate per ben giocare su un registro tragicomico della realtà che la stragrande maggioranza dei giovani oggi vive. "Siamo ostaggi persi, un tempo vivi,/non suscettivi di riscatto alcuno/la nostra esistenza scissa squilibrata deturpata violentata/frammentata in mille rivoli e brandelli./E quelli, sempre quelli a comandare./Non si cambia, non si decide mai./Identiche le facce da imbecilli". Un docu-reading che è anche una partitura musicale, grido di denuncia contro tutti i "bei fasulli (...) intenti ad arraffare, ad ingrassare, incamerando beni ed interessi, infinocchiando i fessi, i buoni buoni".

Daniela Dellavalle

 

 

“Left- Avvenimenti”, 24 giugno 2011, p. 57

Dipingere in prosa

Marco Onofrio analizza la Roma letteraria di Antonio Debenedetti e il suo tocco impressionista

 

Roma è un setting letterario frequentatissimo, da D’Annunzio e Pirandello fino ad Albinati e Lodoli. Ma oggi è in Antonio Debenedetti che troviamo le descrizioni più memorabili di una città che sa farsi «lustra e scintillante per le luci improvvisamente ventose», come ci informa tra l’altro Nello specchio del racconto del critico e poeta quarantenne Marco Onofrio (Edilet). Si tratta di una ricognizione critica puntuale e scritta con vivacità espressiva intorno all’opera di Debenedetti. Il suo nucleo germinativo è l’idea che lo scrittore sia «uomo del passaggio e del commiato», testimone del grande Novecento inquieto travasato nel millennio ipertecnologico: un moderno impenitente e demodé che prova a vestire panni postmoderni. Nella sua scrittura si percepiscono di Bassani e Moravia, di Soldati e Calvino, di Gadda e dello sperimentalismo del Gruppo ’63, in un percorso di maturazione che dall’espressionismo un po’ acerbo dell’esordio arriva alla perfezione artigianale del racconto ben fatto (vedi le ultime raccolte, impregnate di un’atmosfera cecoviana). Una prosa - quella di Debenedetti - elegantissima, «pirotecnica e manierata», composta e nevrotica, una lingua «di cristallo, scabra e scarnificata», che sceglie infine di “dire” il mondo, senza cedere alla stucchevole retorica del silenzio, all’alibi avanguardistico dell’afasia e dell’indicibile. Un’opera narrativa che ha al centro la figura del «maniaco inappuntabile e insospettabile, del mostro in doppiopetto, del borghese che puzza di cadavere», e anche di «un uomo camaleontico e ambiguo, uno Zelig dai molti atteggiamenti» e insomma dell’eterno fascismo della nostra proteiforme classe media. Quasi una rilettura (e attualizzazione) degli “indifferenti” moraviani e delle figure deformate di Bacon entro un contesto ancora più svuotato, in un mondo cui hanno amputato l’anima, per dirla con Orwell. Dopo averci presentato la variegata galleria di personaggi femminili (con una predilezione per la perdita dell’innocenza) Onofrio si sofferma sul colore come interiorità, che Debenedetti ritrae con il gusto impressionista. Ma dicevo all’inizio della rappresentazione di Roma e dei suoi cieli: «Il rosa laggiù, oltre il gasometro, andava cambiandosi in un arancione carico prima di venir inghiottito dall’avanzare d’un violetto…». Lo spettacolo dei tetti, visti dall’alto, sembra rivelarne l’anima: «Il mistero di quelle terrazze romane sempre deserte, alte e silenziose davanti a panorami di una bellezza scolpita dal silenzio direttamente nel grembo del tempo e della luce». E può trattarsi di una metropoli vagamente esotica, con il Tevere che ha «il colore verdastro e oleoso d’un fiume orientale», e ove «l’estate bruciava l’aria», e al tramonto l’aria profuma all’improvviso d’antico, prendendo l’odore inconfondibile dei ruderi. La capitale come città che, specchiandosi nella solennità della Storia, appare «l’anticamera del Giudizio universale» e perciò ci rivela per quelli che siamo. Nell’intervista finale Debenedetti dice una delle cose che gli dispiacciono di più dell’idea di morire è proprio di non vedere mai più Roma…

Filippo La Porta

 


“Corriere della Sera”, 23 luglio 2011, p. 42 (Edizione nazionale)

Il '900 è di casa a Roma con i racconti di Debenedetti

Narrativa Genealogia, formazione e poetica letteraria: un saggio di Marco Onofrio dedicato allo scrittore

 

A partire dalla formula del critico Alfonso Berardinelli, che definì uno dei protagonisti debenedettiani come «personaggio Novecento», lo scrittore e critico Marco Onofrio propone per Antonio Debenedetti il titolo di «scrittore Novecento», e lo fa nella monografia Nello specchio del racconto. L' opera narrativa di Antonio Debenedetti (EdiLet Edilazio Letteraria, pp. 232, 15 Euro), affettuoso ritratto accompagnato da un'intervista con l'autore nell'appendice «Roma è Roma» e illustrato dalle fotografie di Massimiliano Malerba. Proprio dal legame stretto di Debenedetti con la grande cultura del secolo breve, a cominciare dal legame con il padre, il grande critico Giacomo Debenedetti (Giacomino, nel volume che gli ha dedicato il figlio), per passare attraverso il milieu della famiglia, con le frequentazioni e le vicinanze con Saba, Caproni, Moravia tra gli amici più assidui, Onofrio prende le mosse per raccontare un autore «per molti versi emblematico di una certa essenza novecentesca» fin nella solidità della formazione e nella schiva serietà della ricerca. Il percorso letterario di Debenedetti, «rigoroso», è ricostruito fin dalle prime esperienze poetiche e dagli «esercizi di stile» dei racconti giovanili, in cui ancora «si torcono come serpenti le eredità di Landolfi, Manganelli e Gadda», scrive Onofrio, lungo la strada che conduce l'autore alla svolta della «rarefazione concentrata» precisata nei racconti di “Ancora un bacio” e divenuta ricerca della «forma assoluta» in raccolte della maturità come “Se la vita non è vita”, “E fu settembre”, “In due! (e ancora si riverbera nell'antologia curata da Paolo Di Paolo “E nessuno si accorse che mancava una stella”, edita da Bur nel 2010). Via via Onofrio approfondisce la «stratigrafia» limpida del racconto debenedettiano, ed esamina a tutto campo le radici e gli sviluppi della sua scrittura, cogliendone elementi essenziali come l'eredità di «moderno» in era postmoderna e il realismo, ma anche il rapporto con l' identità ebraica e il dolente, novecentesco senso del tempo. Per poi percorrere in rassegna i suoi personaggi, gli uomini spesso fermati nella loro «più inaccessibile, tremenda dimensione» e le donne «più spesso epidermiche, e istintive, e languidamente umorali». Nel dipanare l'immaginario debenedettiano, Onofrio conduce una continua partita di rimandi alla biografia e al contesto dell'autore nato a Torino nel 1937 ma cresciuto a Roma, e tale analisi culmina nella terza parte del saggio, «Se la vita è una città: Antonio Debenedetti e Roma». Qui il critico rintraccia quella «lettura di Roma attraverso lo spazio aereo, la vertigine, il vuoto, il mancamento» così tipica dello scrittore, in cui si muovono personaggi come l'Enrichetto di “E fu settembre” e il ragazzo di nome Fischio di “In due”, e dove il destino umano e la città fatale sembrano mescolarsi l'uno all'altra in quella «dimensione atmosferica» che è in modo acuto indicata quale cifra inconfondibilmente debenedettiana.

Ida Bozzi

 

www.lankelot.eu, 6 settembre 2011

Recensione a "Nello specchio del racconto" 

 

I libri di critica letteraria, per i bibliofili, sono una bella opportunità. Quando sono belli, come questo, portano alla conoscenza di due buoni scrittori: quello oggetto (dell’opera) e quello soggetto dell’azione (l’autore). Le due entità, nell’opera, si fronteggiano. Danno vita ad un incontro-scontro, che tanto dice e tanto rivela della personalità e del talento di entrambi. Da un lato abbiamo uno scrittore monumento, Antonio Debenedetti, ammirato e coccolato negli ambienti letterari, forse un po’ trascurato dal grande pubblico. Dall’altro Marco Onofrio, critico, scrittore, ma soprattutto letterato dalla sconfinata passione, dalla curiosità inesauribile e dai gusti mai troppo scontati. Con la sua casa editrice, la EdiLet, Marco Onofrio compie una vera operazione di contro-mercato. Apre una parentesi sulla letteratura di lungo respiro, soprattutto italiana, pubblicando studi e opere di narrativa. In special modo di quella narrativa sommersa, lontana dai circuiti commerciali, che ha per unici riferimenti la qualità dello scritto e l’opera in sé e per sé: spesso al di fuori delle logiche di vendita. Perché un libro su Antonio Debenedetti? Per una serie di motivi che adesso andiamo a riassumere. Il primo: Debenedetti è di quegli intellettuali che fanno ancora amare la letteratura. Come scrittore e come critico, ha sempre o quasi sempre, fatto scelte impopolari. Specie nella narrativa: scegliendo quale forma espressiva il racconto, a dispetto dei più comodi romanzi. Sulle pagine del Corriere, come firma autorevole, ha raccontato vezzi e virtù del mondo letterario, sviscerato i segreti di questo e quello scrittore, ma anche costruito, negli anni, un ritratto culturale che resterà – anche per merito di testimoni come Onofrio – nella storia della letteratura nazionale. Perché, oltretutto, la vita di Antonio Debenedetti è infarcita di letteratura. E somiglia ad un racconto debenedettiano essa stessa. Lo scrittore nasce a Torino, ma si trasferisce prestissimo nella città dei suoi racconti, nella casa di quello che per molti è il più importante critico letterario del Novecento: il padre, Giacomo. Per quella casa sull’Aventino, che Onofrio descrive in modo romantico, passa tutta la buona società letteraria del periodo. Sono amici del padre, solo per fare qualche nome, Carlo Emilio Gadda, Umberto Saba, Emilio Cecchi, Maria Bellonci e Giorgio Caproni. Ma all’appello, tra le semplici conoscenze o le frequentazioni abituali della casa, non manca nessuno dei grandi letterati di quella Roma. Così, se c’è un aspetto per cui Debenedetti sarà ricordato, oltre che per la sua attività di scrittore, è proprio per il suo status di “portatore sano di letteratura”. Di custode di una memoria che, anche per la sua natura aneddotica, in parte è destinata a disperdersi. I temi cardine, nell’opera di questo scrittore, sono molteplici, ma di una semplicità disarmante. Uno per tutti la città, Roma, un crogiolo di storie e di storia che Debenedetti racconta (sviscera) nei suoi aspetti più controversi. Dai racconti degli esordi, fino ai più elaborati esempi della sua produzione, Debenedetti narra questa grande “innamorata” con un’indole intimista, complice e perennemente incantata. Per trovare un’affezione così forte in un contemporaneo romano, dobbiamo ripensare a Moravia o al rigoroso Siciliano, che del “collega” Debenedetti, era amico e sincero estimatore. Con lui tutta una generazione d’intellettuali, amici e sodali, che assieme a questo torinese trapiantato hanno animato una lunga stagione letteraria, tramutatasi nel tempo in epopea. La stagione dei Bassani, Moravia, Pasolini, Bertolucci, Flaiano, Fellini, e anche di Giacomo Debenedetti. La stagione che avrebbe fatto di Roma, tra gli svaghi di Via Veneto e la miseria delle periferie, il cuore narrativo dello stivale. Eppure, attribuire a Debenedetti un ruolo di semplice testimone, magari da gregario di lusso, è di sicuro un errore. Sin dagli esordi di poeta e in quelli successivi di narratore, Debenedetti è stato uno scrittore assediato dalla critica. Sempre sotto la lente d’ingrandimento. Per via di uno stile complesso, articolato, da “vero” artigiano della parola. Walter Pedullà e Nino Borsellino ne tessono le lodi a più riprese – l’ultima nella monumentale Storia generale della Letteratura Italiana (Federico Motta Editore, 2007) – dove viene annoverato tra gli scrittori maggiori del periodo sessanta - ottanta: “Debenedetti che ha avuto eccellenti maestri di bottega, è un artigiano di quelli che sanno costruirti a regola d’arte l’oggetto più complicato, intarsi audaci, cromature smaglianti, rifiniture perfette. Un barocco il cui disegno non annega nelle dorature, un abile accordo tra le sue due scuole di formazione: Gadda e Emilio Cecchi”. E partendo dal concetto di un Debenedetti come autore maiuscolo, destinato a restare, a passare incolume il vincolo del tempo o lo spazio (angusto) degli autori “scaduti”, Marco Onofrio ne compone il ritratto: lanciandosi nell’analisi di un’opera e di una vita romanzesche, sul modello di Debenedetti senior. Quello che, per rubare una citazione a Giovanni Contini, è stato “Il primo critico italiano di questo secolo, il solo, forse, che al servizio del genere critico abbia piegato le qualità di un vero scrittore”. Per Onofrio, rimodulando una celebre definizione di Alfonso Berardinelli su Piero Ceriani “il personaggio Novecento”, Debenedetti junior è lo scrittore Novecento, quello che riassume, in un’opera complessa, una moltitudine di caratteri e di destini imprescindibilmente legati al volgere del secolo breve. Dalla natura dei personaggi, diversi sono di origine ebraica come l’autore, alle tematiche, fino allo stile: che è il frutto di un lavoro continuo, estensione del suo modo d’intendere la vita. Di Debenedetti, sfogliando questa “autentica” biografia artistica, conosciamo un aspetto ulteriore, apparentemente lontano dall’immagine di dandy che spesso gli è stata appiccicata: l’umiltà. Onofrio, che deve averlo tampinato per settimane, né racconta gli sforzi quotidiani davanti alla macchina da descrivere, i pomeriggi passati nella fucina creativa dello studio e le suggestioni che hanno alimentato tutta una vita di scrittore. Fino a svelare le ragioni. I motivi (o le conseguenze) che ne hanno influenzato le scelte. Quale immagine emerge dall’indagine di Onofrio? Più di una. Quella del Debenedetti autore complesso, diviso tra modernismo e postmodernismo. Sperimentale, manierista – nel senso buono del termine – ma anche sentimentale e comprensibilmente romantico. Con lo scrittore scopriamo l’intellettuale, raffinato, insolito, portatore di una cultura internazionale che per la sua generazione e desueta. E infine scopriamo l’uomo. Affabile, curioso, sedotto da passioni spontanee (il calcio e il cinema) e perdutamente innamorato della vita. Marco Onofrio ne traccia un bellissimo ritratto. È bravo, oltre che a farne la critica, a raccontarne la storia personale: che a tratti somiglia ad un romanzo riuscito.

Giuseppe Mammetti

 

"Cronache cittadine", 16 settembre 2011, p. 15

Pregi e difetti dietro le quinte della cultura - Intervista di Luca Onorati al Prof. Fabio Pierangeli

 

Chi pensa fa paura al potere; i racconti consolatori, banali, sono in auge. Lei che è dentro e informato di ogni novità, può farci qualche nome valido, che non rientri nelle mode?

"Sono perfettamente d'accordo con questa analisi, e il primo nome che voglio fare è proprio quello di Aldo Onorati, poeta, prosatore, saggista di statura internazionale. Accanto a lui cito subito Marco Onofrio, per continuità su una stessa linea di area romano-laziale, di denuncia attraverso la poesia. Segnalo di Onofrio almeno Emporium".

 

 

"La Civiltà cattolica", Quaderno n. 3872, 15 ottobre 2011, pp. 206-207

Recensione a "Nello specchio del racconto"

 

Secondo Lukàcs lo scrittore oggi non è più in grado di comprendere la totalità del mondo, sotto il profilo sociale ed esistenziale. Era il romanzo realista dell'Ottocento che descriveva la vita dell'uomo e del suo contesto storico, fiducioso di possedere uno strumento cognitivo universale. Oggi, usando una metafora, lo specchio è andato in frantumi. Così allo scrittore è rimasta la sola possibilità di coglierne un frammento, senza la certezza di una visione unitaria. Alla necessità, che si diluiva nella narrazione effettuata dal romanzo, si è istituita la probabilità degli accadimenti, certificata dal caso e che trova nel racconto lo strumento euristico e privilegiato di scrittura. In tale contesto va annoverata la pagina di Antonio Debenedetti, sia nel profilo ideologico sia nella prassi della scrittura. Se non altro nella sua referenzialità. Ce ne parla Marco Onofrio, che ha da poco congedado un suo ritratto, scritto con la simpatia dell'amicizia, la precisione documentaristica e critica e anche corredato da una sua intervista. Debenedetti ha avuto la fortuna di respirare sin da giovane la letteratura, sia nei libri della biblioteca del padre, grande critico del Novecento, sia per le conoscenze dirette con grandi scrittori che frequentavano la sua casa. Due le città che hanno lasciato un segno nella sua pagina: Torino, dove è nato, e poi Roma, nella quale vive da tanti anni. Alla letteratura si è affacciato attraverso la poesia, con Rifiuto di obbedienza (1958), una silloge poetica che risente di tracce ungarettiane e surrealiste, ma anche di aperture metafisiche. La poesia, per sua natura, richiede di porre al centro della ricerca personale la parola, contrassegnata da un costante lavoro di rifinitura, rarefazione: un'esperienza forte che Debenedetti non dimenticherà quando farà la scelta di campo ideologica di privilegiare il racconto. Anche nel ritmo della pagina ci sono i segni degli sviluppi successivi: la presenza di una parola violenta e di una sintassi spezzata, in un percorso metalinguistico, denuncia sia la crisi esistenziale sia quella culturale e politica; la delicatezza di alcune immagini sembra presagire differenti esiti. Questo humus giovanile si arricchirà nel corso degli anni di successive stratificazioni a causa di nuovi fermenti ed esigenze. Sono le domande di tipo esistenziale che si intrecciano a letture ideologiche, è la volontà di salvare la tradizione a fronte di cambiamenti radicali che a partire dagli anni Sessanta comportano trasformazioni e cesure. Il boom economico, la teorizzazione in negativo del '68, l'avvento della televisione e da ultimo l'ingresso virulento della tecnologia spingono verso un mondo plastificato e compulsivo, che mette in discussione i nessi tra politica e cultura, morale e società, passato - che non si vuole abbandonare - e presente. La figura dell'intellettuale cambia e, di conseguenza, nasce il bisogno di una chiarificazione intellettuale, affrontata con passione e vigile coscienza. Questi fattori, nella pagina esplodono in modo contraddittorio, nella violenza dei personaggi maschili o nella delicatezza di quelli femminili, nella propensione a una crudezza realistica quanto nella gentilezza soffusa delle descrizioni naturalistiche, nella terrestrità di un linguaggio forte, spezzato, talora crudo oppure in quello che si apre al sogno, al mistero, al probabile squarcio metafisico, ai cieli, alla delicatezza del tratto. Tensioni concentrate nel breve spazio di un'illuminazione, di una piccola certezza, illustrata dal racconto che trova la sua energia nel circoscrivere un momento della vita in uno spazio chiuso. Pregio e limite. Una scelta quella di Debenedetti che affida alla parola, immune dagli sperimentalismi e dalle mode, il compito di gestire una vigile coscienza etica. 

G. Pignatari  

 

 

www.anobii.com,  22 ottobre 2011

La centralità di Roma nella poetica di Ungaretti

 

Il saggio critico di Marco Onofrio analizza il rapporto tra Ungaretti, Roma e la sua poetica. Roma è rappresentazione e sublimazione della memoria, il barocco romano con la sua carica liberatrice è il codice che permette a Ungaretti di sintetizzare una proposta poetica unica e innovatrice. La memoria che annichilisce testimonia l'incenerire della storia, l'horror vacui, ma allo stesso tempo permette di 'ricostruire' e rinnovare. Il libro dà modo di conoscere anche l'Ungaretti-uomo. Da leggere.

Fabio Masetti

 

 

"Controluce", dicembre 2011, p. 10

Premio del Senato e nuovo libro per Marco Onofrio

 

Letterato finissimo, critico letterario dalle intuizioni fulminanti, editore, poeta e scultore della parola, Marco Onofrio, classe 1971, è uno dei talenti artistici più limpidi e originali dei Castelli Romani, dove - benché originario di Roma - vive e opera da oltre vent'anni (attualmente risiede a Marino). L'occasione per parlarne è duplice: il recente conseguimento della medaglia del Senato (I classificato al Premio CAPIT "Terzo millennio") per la sua monumentale opera su Dino Campana, e la pubblicazione del suo sedicesimo libro, il volume di poemetti "Disfunzioni", in uscita proprio questi giorni per i tipi di Edizioni della Sera. Onofrio è, come si suol dire, un autore "a tutto tondo": scrive poesia, narrativa, teatro, saggistica, critica letteraria. Tra le sue opere ricordiamo la tragicommedia grottesca "La dominante", il poemetto di civile indignazione "Emporium" (rappresentato con successo in alcuni teatri romani e precorritore del movimento mondiale degli indignados), i saggi critici "Ungaretti e Roma" e "Nello specchio del racconto" (la prima monografia sull'opera narrativa di Antonio Debenedetti, maestro del racconto breve). "Disfunzioni", l'ultimo nato, è il suo ottavo libro di poesia, dopo le sillogi "Squarci d'eliso", "Autologia", "D'istruzioni", "Antebe", "E' giorno", il poemetto civile "Emporium" e i poemetti filosofici "La presenza di Giano". Onofrio ha ottenuto riconoscimenti e riscontri critici a livello nazionale e internazionale. Tra i premi vinti il Montale, il Carver, il Nabokov, il Farina. Della sua opera si sono interessati e hanno scritto, fra gli altri, critici del calibro di Giorgio Bàrberi Squarotti, Filippo La Porta, Aldo Onorati, Walter Mauro, Elio Pecora, Arnaldo Colasanti, Dante Maffìa, Emerico Giachery, Eugenio Ragni. La scrittura di Marco Onofrio è vulcanica, visionaria, fiammeggiante: colpisce e lascia il segno proprio perché lontanissima dagli standard di appiattimento commerciale imposti oggi dal mercato. Scrive Dante Maffìa, a proposito di "Disfunzioni": "Ogni cosa, in questo libro, ha una dimensione nuova, una voce che scatena l'urlo di altre voci, un desiderio di rompere per agevolare la rinascita. C'è, in Onofrio, la necessità di scavare nel profondo dei significati per trarne una linfa priva di scorie, illibata di memorie. Onofrio è un prestigiatore che si abbandona al risucchio del dramma incentrato sul vuoto e ne percorre fino in fondo i solchi, incurante delle lacerazioni. Il mito della modernità si rispecchia in tutto il progetto, ma naufraga via via, come se l'impalcatura si scordasse e finisse in un polverio di rovine. Si può risorgere dalle rovine? Onofrio non esplicita nulla in proposito e il magma fluorescente dei versi fa intendere il contrario". 

Ugo Gentile  

 

"Punto libero", dicembre 2011, p. 12

EMPORIUM: Marco Onofrio lancia un grido nel buio per ritornare alla luce

 

Questo è uno di quei libri che divori. Si legge senza prendere il respiro, trattenendolo. La prima cosa che sorprende è il ritmo: la frase  d'apertura, come una dichiarazione d'intenti, lo afferma chiaramente. E' un crescendo incessante e profondo, che si pone in risonanza col cuore del lettore e con la sua rabbia. Già, perché il libro parla di questo. Della nostra rabbia, di noi. Di ciò che, consapevolmente o inconsapevolmente, ci siamo lasciati sottrarre. Il poemetto, ad una prima lettura, potrebbe sembrare incentrato su problemi che ci angosciano oggi enormemente e che sono stati tanto decantati e discussi da divenire logori: il precariato, il lavoro, il salario, i padroni, il fine mese, la società della mercificazione totalitaria. Cose di cui si parla sul'autobus, sulla metro, nei bar, nelle palestre, all'ufficio della posta, o sulla spiaggia, o mentre si fa pesca subacquea, scrivendoli sul fondale sabbioso, tanto sono pressanti e attuali. Lo sappiamo tutti: c'è la crisi. Tutto vero. Ma nessuno, se non Marco Onofrio, ha avuto finora il coraggio di parlare di un'altra Crisi, quella vera. Quella che ci mangia il corpo sotto la superficie, quella che non si vede, che si diffonde come un male cancerizzante sotto la pelle della società. Perché, oserei dire, quei problemi di cui la gente parla nelle suddette palestre e uffici postali e spiagge, non costituiscono propriamente la causa ma, semmai, la sintomatica manifestazione, maculata e superficiale, di quella malattia interiore di cui davvero il libro parla. Ciò di cui parla Marco Onofrio è il tramonto delle facoltà intellettive ed emotive, creative, dell'uomo. La degenerazione di quello che chiamiamo Umanesimo. Non c'è lavoro, è vero, è una difficoltà pratica e tangibile, la avvertiamo. Ci sfruttano, è vero, dobbiamo fare i conti con straordinari non pagati e 10 ore al giorno a 800 euro al mese. Ok. Ma poi, quando la sera si rientra a casa, e si ha a malapena il tempo per ingollarsi un piatto di pasta e due pomodori al riso, per poi filare a letto e prendere velocemente, nervosamente, le proprie mogli (o i propri mariti), ci si addormenta senza chiedersi il perché si è vissuta quella giornata, per poi ricominciare il giorno dopo esattamente allo stesso modo, con le stesse azioni, come la copia carbone di se stessi. Senza aver lasciato neanche uno strascico di sottile bava sul mondo, per dire che noi siamo stati qua. Avere paura, o vergogna, di professarsi Uomini, intellettuali, o scrittori, o solo appassionati di quelle piccole e superflue cose che sono la poesia, l'arte, la letteratura, la cultura. Superflue per la società della produzione, ovvio. Oppure, semplicemente, dichiararsi portatori sani di domande, di quesiti che non siano banali, che vadano un metro di più verso il cielo. Creare, fare qualcosa che esca dal recinto di morte del "lavoro-produzione-dieci ore-ritorno a casa-se ho la forza do un bacio a mia moglie-dormo" (oppure dormo da solo, come "una cosa posata in un angolo e dimenticata"), dirsi uomini, dire agli altri che lo siamo, tirare fuori un alito ancora, fare qualcosa, farlo, che permetta a quell'alito di appannare un pezzo del vetro del cosmo. Questo, ci dice Marco: ci dice di svegliarci. Ci dice che è tempo di non vergognarsi più, che non bastano quelle dieci ore di fogli excel o di risposte al telefono, per fare un uomo. Un uomo è perché dentro ogni uomo c'è un cielo. Questo dice. Faremmo bene ad ascoltare. Faremmo bene a creare una corazza di dignità, e anche di orgoglio, intorno all'"essere umanisti", nel senso più ampio; intorno alla creatività, allo spazio vitale. Che non ci tocchino: che nessuna catena produttiva e incessante macina-umani alla "Metropolis" si permetta di spegnere quella scintilla per sempre. Questo vuole Marco Onofrio. Che torniamo ad essere ciò che fummo, e che siamo: creatori di nuovo, di vita, di cose belle e buone, che non servano solo per rimpolpare le tasche dell'azionista d'oltreoceano, anzi: che non servano a nulla e basta. Creiamo cose che non servono, punto. Se non a noi stessi, a farci stare bene. A cosa servono le stelle? A cosa serve un sonetto di Shakespeare? Provate un po' a sostituirlo ad un robot della catena produttiva della Fiat. Al posto di un macchinario, un bel sonetto di Shakespeare. Che ne verrebbe fuori? Un migliaio di "Grande Punto" in meno, certo. Ma poi? A cosa serve, Shakespeare? Perché si è tanto prodigato a scrivere? Chi glielo ha fatto fare? Perché ci dobbiamo sbattere a scrivere, creare, dipingere, suonare, danzare, imbrattare muri e tele, fogli di carta, intrecciare fiori all'Ikebana, fare girandole nel vuoto, cosruire enormi specchi di dieci meri per osservare la volta stellata? Perché? Leggetevi il poemetto, Marco lo dice chiaramente. La società autocostituita dalla produzione ad ogni costo è un Leviatano scatenato dagli uomini, che mangia gli uomini. Nessuno, apparentemente, può fermarlo. E' come un enorme motore a razzo: una volta acceso, non lo si può arrestare. Questo mostro si chiama economia. Ma qui nessuno dice di fermare l'economia, o di non lavorare. Si dice (si implora) solo (!) di riaccendere il motore della vita. Di uscire dal sacello, come Christopher Lee, e di tornare alla luce del sole. Anche sottraendo tempo al sonno, anche spingendo come tonni furiosi sulla rete che ci opprime, lacerando le lamiere che ci avvolgono. Anche cercando tra i rifiuti. Purché si riesca a connettere di nuovo i tendini al cuore, per creare la forza eletromotrice dell'ingegno, per scrivere anche una sola riga di quaderno o dipingere una sola macchia su una tela, o qualsiasi altra cosa; purché non esista prima, purché sia "Noi".

Massimiliano Malerba

 

 

"Controluce", gennaio 2012, p. 22

Recensione a "Disfunzioni"

 

Con “Disfunzioni”, ottavo libro di poesia di Marco Onofrio, siamo di fronte ad un moderno “Don Chisciotte” o, se si vuole, “Don Sognatore”, o “Don Combattivo”. Lancia in resta, l'autore esprime nei sette tambureggianti poemetti che compongono il testo la “sua” verità. In questo caso l'insieme delle verità si addiziona e forma una sorta di versione aggiornata dei quattro “novissimi” (morte, giudizio, inferno e paradiso) e delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità), mantenendo l'indirizzo e la magia capaci di rappresentare la realtà spogliata di ogni mistero, sviscerata senza indugi, urlata con certezza, e pure mai pacificata, mai catartica. La lettura dei precedenti testi poetici di Onofrio ci rende partecipi del suo cammino artistico, aiutandoci a interpretarlo come una “via maestra” irta di difficoltà, di canti d’amore, di solitudine, di amarezza, ma anche di immagini traboccanti luci e colori prismatici, come vettori diretti verso strade asfaltate o bianche, costellate di bivi. Questo nuovo libro di Onofrio segna un incontro-scontro tangibile di energie che attraversa, nell’astrazione distillata della parola, i molti ponti della materia, della concretezza, con un tracciato prospettico che consente di vedere le cose da angolazioni del tutto insolite. La prima parte di “Disfunzioni” rappresenta la fuga simbolica da un palazzo, descritta con lenti d'ingrandimento tenebrose che cercano il vuoto. Il timore di affrontare il “nuovo” e lasciare il sicuro è trasparente; ma quale il sicuro? cosa il certo? L'autore scava e trova assenze che guardano davanti e dietro di sé, assenze che lasciano spazio al crollo dei valori umani, vissuti interiormente, tanto da desiderare un nascondiglio sicuro, la valva di una conchiglia. Ascoltare le mutilazioni dell'anima non significa evadere da una forma qualsivoglia di “impegno”, altro nome dato alla verità, quanto piuttosto attraversare sino in fondo lo sfinimento della crisi, sotto un fuoco di domande che martellano, pur non togliendo al poeta uno spiraglio di forza combattiva. Le immagini della “crisi” sono fosche o invisibili, sospese in aria o soffocate da un baratro sconosciuto. L'importanza del vuoto è parte integrante di Onofrio: sostiene il desiderio di distruggere tutto per trovare un punto da cui rinascere. Il diagramma dei “corsi e ricorsi” della storia segna il percorso ondivago dello sguardo di Onofrio, la sua incapacità di accettare una realtà da lui accusata di falsità manifeste. Vaghi e nebulosi sono i momenti di ritorno alla speranza, che però ricade tra le caligini della follia. Per questo la visione si apre sui deportati, “i mille nessuno, gli uomini usurpati”, pigiati dentro un vagone, in viaggio verso il comune destino di morte, di insignificanza. Non manca, nel dissidio interiore di Onofrio, lo sguardo di riprovazione etica per certi rappresentanti dell’Autorità costituita, ad ogni livello delle sue Istituzioni (Chiesa compresa), e per le posizioni indebite che vengono occupate da personaggi spesso poco consoni al “seggio” che difendono con forza, solo perché garantisce loro privilegi e potere. E allora è un profluvio di ironia, di sarcasmo, di iperboli parodistiche. Le denunce si scagliano come frecce acuminate contro i personaggi dell'Intermezzo, tra motti partoriti da una fantasia fervida, al calor bianco, fino alla noncuranza di chi si associa banalmente, rimasticando il “si dice”, con superficialità... “Ma sì, dài,/ ma che te frega.../ Clap, clap, clapclap”. L'autore non risparmia dai suoi strali l’invadenza tecnologica dei nostri giorni, già elemento proteiforme e inafferrabile, benché strumento necessario per la comunicazione di ciò che non sappiamo e forse non abbiamo più da dire. Il mondo, secondo la visione apocalittica di Onofrio, è stato privato d'ogni valore dagli stessi uomini. Siamo noi i colpevoli, noi che non abbiamo saputo fare da perno ad alcuna ricucitura umana, ad alcuna riparazione. Non esistono le luci dell’avvento: anche quelle sono state spente da noi. La voce del poeta Marco Onofrio è unica e, al contempo, rappresenta l’ordito e lo schermo di un coro unanime. Il suo messaggio è partecipativo e coinvolgente, al punto che dovrebbe scuotere il pensiero di chi non vede o volutamente ignora, nascondendosi dietro maschere e apparenze.

Patrizia Pallotta

 

www.ilrecensore.com - 25 gennaio 2012

Recensione a "Disfunzioni" 

 

Vorrei muovere alcuni interrogativi a questo nuovo libro di Marco Onofrio. Il primo riguarda il rapporto tra poetiche e opere d’arte: il proliferare delle poetiche nel Novecento, si è detto, è il segno del dibattito, del dialogo che sorge intorno all’opera, proprio in quanto istitutiva di un «nuovo mondo»; ma è anche vero che il fenomeno delle poetiche ha la sua spiegazione nell’orizzonte del «vecchio mondo» per creare il «nuovo mondo» che l’opera inaugurerà: il fenomeno delle poetiche non sarebbe tanto un modo dell’abitare e del dialogare con l’opera, ma ciò che rende possibile, oltre il mondo dell’opera, la fondazione del suo mondo. Se così è, il linguaggio-parola assume un carattere super-eventuale, sottratto alla relatività dell’ambito di mondo e diventa ciò che domina la pluralità dei mondi e li mette in comunicazione: una conclusione simile che assegna al linguaggio un valore trascendentale e meta-mondano, peraltro, forse non dispiacerebbe a Marco Onofrio; si tratta di capire in che termini, però, giacché se l’essere-linguaggio è una dimensione trascendentale, l’opera poetica sarà semantizzata in termini di struttura permanente, immutabile, il che è ben lontano dagli intenti del poeta romano. Onofrio, invece, credo, si limiti a semantizzare l’esperienza mutevole del mondo; è convinto che questa sia la giusta metodologia di intervento nell’apertura del mondo, nell’ambito del quale non è data alcuna posizione dominante al carattere veritativo dell’essenza come di un rivelarsi e di un darsi. Così come non c’è una essenza autentica se non nell’inautenticità generale del mondo semantizzato, così la poesia di Onofrio accetta la semantizzazione del mondo per riportarla entro i canoni della metratura dell’endecasillabo e della marcatura (rigidamente controllata) a strofe, come ben rilevato dal saggio in post-fazione di Aldo Onorati. Marco Onofrio accetta l’assunto secondo cui la forma-poesia accetta, è costretta ad accettare, la condizione e i limiti di una situazione ontologicache riserva ad essa un mondo già semantizzato, ma per stravolgerne i semantemi secondo la ribellione dell’«io» che non accetta, non può accettare l’imperialismo della comunicazione total-mediatica.La seconda interrogazione riguarda la nota tesi della mitologizzazione dell’opera d’arte. Gianni Vattimo, per rispondere a questa domanda, sostiene che poche opere d’arte possono essere considerate come fondatrici di mondo, e tra queste ritroviamo, ad esempio, la Bibbia o la Commedia di Dante. Ma, a rigor di termini, nemmeno esse possono essere considerate fondatrici di mondo: se proviamo ad abitare il mondo della Commedia ci rendiamo subito conto di essere circondati da un tessuto simbolico che non possiamo capire, vivere, utilizzare, se non in riferimento a qualcosa di esterno al mondo dell’opera, cioè il contesto storico. Vattimo ci taccerebbe di sociologismo spicciolo, ma si tratta allora di capire in che termini un’opera è abitabile e se essa possa costituirsi anche come territorio ostile, inabitabile, radicalmente refrattario a qualsiasi tentativo di ermeneutica: non è un fatto secondario che un’opera sia più abitabile in un periodo storico e meno in un altro; questo fa pensare che il mondo di ogni opera sia inscritto sempre in un mondo più ampio secondo una geometria concentrica di mondi. Tuttavia, la definizione dell’opera come fondazione di mondo ci sembra calzante, in via del tutto eccezionale, a proposito di opere collettive, vere «enciclopedie tribali», come i poemi omerici o la Bibbia: in questo caso l’opera rappresenta la genesi culturale di una civiltà e di un popolo, la struttura del suo ethos. La terza domanda riguarda la semantizzazione dell’essere e del mondo che l’opera di Marco Onofrio annuncia e denuncia. Per un verso sembra che l’essere sia solo il suo eventualizzarsi, ma per l’altro l’essere è identificato con la riserva di significati, con la forza originante della terra. Se nel primo caso è fatta valere l’esigenza di distaccarsi dalla tradizione metafisica che intende l’essere come presenza data, nel secondo caso sembra che non ci si possa staccare da questa prospettiva presenziale, tanto che per rendere ragione del divenire delle interpretazioni entro il mondo, si deve postulare una possibilità permanente di significazioni oltre l’accadere dell’evento e del mondo: certo questo «oltre» non ha i caratteri della attualità presenziale, ma quelli della possibilità presenziale, il che non toglie che sia necessario ammettere un già-dato, un già-posto, pur nella sua accezione di posizione di possibilità. Allora Disfunzioni, questo poemetto a gironi infernali suddiviso in strofe dove si mostra un «io» in un mondo ostile e belligerante contro cui la vocabologia disperata dell’autore si abbatte come un fiondare e lacerare il tessuto della versificazione, è un poemetto «antico» che qui viene riproposto sotto mentite spoglie. La poesia di Disfunzioni promana da un paesaggio-messaggio crivellato e bombardato; è una testimonianza allarmata, testimonianza di un vaticinio apotropaico, è rebus e cifrario di un armamentario debellato. È ovvio che si intende qui una liturgia laica e addirittura disperata per quella assenza del divino (e del politico, come politica della polis) di cui  questa poesia esibisce la propria carta di identità. Ciò che è visibile all’esterno, ovvero, alla prima lettura, è proprio ciò che si nasconde e che deve restare rimosso, sepolto. Le «parole» di questa poesia sono le tessere semantiche, le semantizzazioni, gli strumenti di un mondo semantizzato, post-tecnologico  che  ha già superato lo stadio della iper-produzione per riversarsi nel moto di ritorno dall’entropia. In questo senso, e solo in questo senso, è un libro che ricade nel demanio della nostra epoca della stagnazione politica, economica e spirituale. Il linguaggio del discorso poetico di Marco Onofrio si nutre dello stesso procedimento «fagocitatorio» che regna nel libero mercato della produzione semantizzata: contestualizza nel nuovo sistema segnico gli elementi de-contestualizzati del «vecchio» sistema semantico. Come lo strumento rivela l’essenza della tecnica soltanto quando s’inceppa e si guasta, come lo strumento è trasparente finché lo si utilizza entro il circuito della produzione; ecco che esso diventa pienamente visibile soltanto quando s’inceppa o si guasta e diventa infungibile alle esigenze della produzione per il mercato semantico. Analogamente, il «furore poetico» di Onofrio è simile ad uno strumento andato fuori uso, inservibile, ai linguaggi apotropaici dello sciamano in preda all’estasi. È una macchina logomachica che tritura il nulla. Veri e propri zombi, soltanto dopo morte le «tessere semantiche» di Marco Onofrio si presentano come possibilità eventuale di una posizione di potenza dell’«io». Non sarebbe azzardato affermare, in generale, che tutta la poesia veramente significativa del post-moderno sia «cannibalica» e totemica fin nelle sue ultime fibre, nella misura in cui essa si nutre di un mondo già semantizzato e strutturato. La poesia algida ed ilare, post-sacrale del “Dopo il Novecento”, rivela la propria vera natura di discorso testimoniale dell’impotenza del «soggetto» di cui è spia, in questo libro, un certo impiego dell’iperrealismo disseminato a piene mani. C’è iperrealismo perché c’è un eccesso di reale.

Giorgio Linguaglossa

  

"Le città", 22 marzo 2012, p. 25

La presenza invisibile di Giano in un poema dalle sonorità marine

 

“La presenza di Giano” è una delle opere che, ultimamente, più mi han dato da pensare. A partire dal fatto che Giano, nel corso del testo, non è mai nominato. Dunque? Che può voler significare, Giano, per gli autori – Marco Onofrio e Raffaello Utzeri – che ne evocano la presenza? Forse si tratta della vita della letteratura: ove essa trova origine e, al contempo, trova la sua eterna infinità (perché il linguaggio, la letteratura, in fondo, nonostante la voglia di ogni autore di appropriarsene, sono di tutti, quindi di nessuno) e forse la sua fine. Il primo passo è quello di rievocare la figura di Giano: prettamente romano, era il dio del principio e della fine e, cioè, anche dei passaggi e delle soglie. Interessante, a questo proposito, notare come sulla copertina del libro sia riprodotta una foto dell’Arco di Giano a Roma. Se dunque Giano viene spesso rappresentato bifronte, con due facce che si danno la nuca e di cui ognuna guarda in senso inverso, il tempio a lui dedicato è quadrifronte, quasi a voler dire: Giano al quadrato. E dunque il titolo del libro è, piuttosto, un ossimoro: come fa il dio del passaggio e della soglia a potersi afferrare? Egli sarà sempre altrove, come sempre altrove è la letteratura rispetto al presente. La sua “presenza” è più virtuale che reale. Ciò che colpisce del poema è il senso di spiazzamento che esso produce e dona: sembrerebbe di entrare in quell’evanescente post-moderno di cui tanto si parla. Lo spiazzamento deriva, anzitutto, dalla particolare impaginazione dell’opera (a due voci, cioè ad elica di DNA: le strofe a sinistra di Onofrio e quelle a destra di Utzeri, alternate senza soluzione), dallo “strano” uso dell’italiano e dagli enormi stimoli culturali evocati dalle parole. Ad ogni modo, è questo un libro certamente sonoro, come ci mette in chiaro fin dal primo verso del primo componimento, “Genesi” («E suono fu»). È un libro leggero e puro nella sua sorprendente sonorità marina che rimbomba ed echeggia, anche in controcanti pluridirezionali, in dolby stereo surround, si direbbe. La multiversa complessità dei metri e dei ritmi produce un affievolimento dei confini tra quelle che un tempo, a scuola, si chiamavano “materie”; si assiste alla de-territorializzazione dei campi di conoscenza, mentre sempre più, in contrappasso, si va affermando una specializzazione dei saperi. Ed ecco che appare l’afflato rivoluzionario di quest’opera: essa è forse una sfida alla letteratura monarchica, ma non in nome di una letteratura democratica (lo attesta la lettura non facile del testo, che certo ha ben poco di popolare). Ed è qui che si riscontra una delle classicità di quest’opera-libro; una classicità che nello stesso tempo ci fa annusare profumo di futuro. Classica? Sì, perché infine essa non fa che richiamarci alla più classica delle storie: l’incontro con un’ammaliante creatura in tutte le sue sfaccettature; una creatura che si chiama letteratura, che è stata chiamata Beatrice, Laura, Clorinda, Dora, e che in questo libro assume varie figure, a partire da un’ispirazione vegetale, da una “natura” contrapposta alla “storia”. E che forse non è più letteratura, ma linguaggio, nella fusione dei concetti di parola e di lettera. È forse qui il punto in cui Giano si manifesta, continuando a non essere presente.

Simone Carunchio

 

www.persinsala.it, 27 marzo 2012  

Indignez-vous! In scena il poemetto di indignazione civile di Marco Onofrio. Tra arte e denuncia il teatro si fa testimonianza.

 

Il testo di Marco Onofrio, poliedrico e prolifico autore, è la risposta italiana dell’esplosivo pamphlet Indignatevi! di Stéfane Hessel. Emporium, come recita il sottotitolo, è un poemetto di civile indignazione, un’invettiva contro un sistema capitalistico che spazza via la dignità umana.Un’opera necessaria al panorama italiano, in cui si racconta la difficile condizione dei lavoratori precari, partendo dal dato oggettivo per arrivare alle esperienze personali di ciascuno degli intervistati. Che cosa succede nella vita di precari e disoccupati al confronto con un mondo che si basa quasi esclusivamente sul profitto e sulla soddisfazione professionale? Quali sono le conseguenze soggettive della crisi? Emporium è indignazione che si sublima in poesia, con l’obiettivo di circolare tra la gente come polline in primavera. La messa in scena del poemetto è un docu-reading per la regia di Barbara Frascà; uno spettacolo che merita di essere visto per due motivi. Il primo perché l’arte quando parla di società ha un valore maggiore dell’art pour l’art e in secondo luogo perché oltre a essere una lettura è un documentario che include interviste a disoccupati e precari. Le parole di Onofrio sono forti, generano indignazione, ma le immagini sanno esserlo di più. Dovere del teatro e delle arti visive è dare un volto a queste parole. Opera multimediale quindi, introdotta da un allarme che prefigura lo stato di allerta e di attenzione in cui gli spettatori-cittadini devono porsi davanti alla realtà. È infatti il quotidiano a essere entrato in uno stato ed esige di essere percepito come tale. Occorre che la voce e le parole provochino un incendio che bruci una società capace di sfornare privilegi per i privilegiati e angosce per una working class sempre più estesa. Non è retorica e nemmeno ideologia. Esiste e si allarga sempre di più il divario tra l’élite e la maggioranza dei cittadini. Deve partire da quest’ultima la reazione a cambiare un ingiusto dislivello. Emporium è anche arte nell’arte. Un’arte che si interroga sul patrimonio storico-artistico italiano. Un repertorio importante, ingombrante per un presente incapace di sostenerlo. Un’opera civile per non perdere la speranza e lottare per un futuro dignitoso, degno di confronto con un illustre passato remoto. Le immagini accompagnano il ritmo serrato del testo, un testo che percuote il senso critico per chi ha la fortuna di ascoltarlo.

Daria Bellucco 

 

 "Punto libero", aprile 2012, p. 10 - Recensione a "Disfunzioni"

Marco Onofrio, scrittore e poeta affermato, ha di recente arricchito l'elenco dei suoi volumi pubblicati con l'uscita di “Disfunzioni", per i tipi di Edizioni della Sera, poema suddiviso in sette poemetti . Il nostro autore vive a Marino e in precedenti articoli ho avuto già modo di sottolineare come i Castelli Romani siano culla e luogo di elezione per personalità di spicco non solo nella letteratura ma anche per esempio nella musica e in molte altre arti. Nel leggere i suoi versi, i quali assumono anche se in forma anticonvenzionale le forme metriche tradizionali, mi sembra che l'autore si identifichi in un nobile cavaliere, ormai appiedato, che si aggira in un paesaggio surreale e percorre strade assurde e luoghi angosciosi. Come un Don Chisciotte, ma senza lancia e senza cavalcatura, è tutto impastoiato nell'immensa matrioska delle cose che si susseguono apparentemente senza né capo né coda. Le sue armi sembrano essere l'abbondanza di neologismi insoliti ed intriganti da lui stesso creati ed i frequenti e per nulla assurdi ossimori. Ma tutto ha un senso in questo mondo del non senso. L'epica del racconto è prepotente e potente. Il cavaliere ne è fattore e fautore perché subisce e al tempo stesso in qualche modo domina gli accadimenti. Il cavaliere disarcionato giuoca a dadi con i fatti, sì sono fatti anche se surreali e assurdi, e sembra non vincere mai. Ma la sorte apparentemente avversa gli dà molte possibilità inaspettate. L'ironia tagliente dell'impossibile è in qualche modo dalla sua parte. Il cavaliere è paladino di se stesso. Non cerca sconti, non cerca aiuti. Le sue elucubrazioni mentali si poggiano su solide inconsistenze: - Sospeso da ogni parte nell'abisso: è un ponte che si regge senza arcate! Sostegno insostenuto trabiccolo di assenti congiunzioni... L'andare errando del cavaliere, che però non è senza paura, permette la visione di scorci di orrenda miseria umana e voli di sublime elevazione e allontanamento dalle terrene pastoie: - A fagiolo vennero gli uscieri.../ a farmi guadagnare l'estrusione,/ a riveder le stelle... Gli inevitabili vincoli di un percorso aspro, partoriscono la suprema (tra le molte altre) disfunzione di un tribunale assurdo e assolutamente Kafkiano che emette la sentenza finale di espulsione del protagonista da un mondo che così come descritto appare irreparabilmente contaminato e quindi non più ambito dal cavaliere appiedato: - Ah, sì, gioia immensurabile e blasfema!

Paola Meschini

 

 www.castellinotizie.it - 2 maggio 2012 - La guerra di Onofrio. "Emporium" a Palazzo Savelli.

Boom, è il ritmo. Dentro./ È bello e orrendo al tempo stesso’. Questi i primi versi di ‘Emporium – Poemetto di civile indignazione’ di Marco Onofrio, e si entra subito in sintonia col battito di un rabbioso amore che fa vibrare l’animo del poeta. Pubblicato nel 2008 con Edilet (Edilazio Letteraria) nella collana Elsinore diretta da Raffaello Utzeri, con l’introduzione di Eugenio Ragni, la prefazione di Aldo Onorati e la postfazione di ‘Malifax’, il poemetto ti taglia il respiro e insieme ti ridà vigore. È una corsa trafelata e quasi suicida verso lo spiraglio d’una verità che quando ti colpisce non ti atterra, ma ti scuote dall’inerzia che tu, prodotto di una società meccanizzata e avvilente, quasi non riconosci più come tale. È uno schiaffo sonoro al sistema che ti vuole passivo e indifferente e solo teso alla sopravvivenza. Il libro, anticipatore di tempi sempre più violenti e situazioni sempre più aggrovigliate, è stato riproposto sabato 28 aprile alla Sala Nobile di Palazzo Savelli ad Albano. Relatori Massimiliano Malerba, Aldo Onorati e Carmelo Ucchino, presente Alessio Colini consigliere delegato alla cultura che ha portato il saluto del sindaco Nicola Marini. Interventi di grande efficacia nel rendere sostanzialmente il messaggio di allarme ma anche d’incitamento lanciato da Onofrio. Malerba pone l’attenzione su questi nostri giorni caratterizzati da una guerra infida e alienante per un arrivismo che sottrare tempo e risorse allo sviluppo e alla crescita umana, e non prevede riscatto se non mediante uno stop forzato e rigeneratore. “Chi crea qualcosa crea un mondo alternativo” dice Onorati, che apprezza la combattività dell’autore in cui egli stesso si ritrova. “In un mondo di scrittori di parole oggi abbiamo a che fare con uno scrittore di cose” e citando Domenico Rea conclude: “Dietro Marco Onofrio c’è l’uomo, e che uomo!” Ucchino evidenzia dell’opera lo straordinario impegno civile che ci coinvolge in un sussulto a muoversi e ad agire in un Paese silente, anestetizzato. “Un libro manifesto di una rivolta non solo letteraria, ma anche civile. Un urlo contro il mercimonio della nostra vita”. E poi ecco che la poesia si fa teatro, ed entrano in scena Antonio Sanna e Francesco Sechi per la lettura drammatizzata del testo, accompagnati dal Maestro Roberto Palermo alla fisarmonica, co-autore con Alessandro Panattieri per le musiche. Ed è un viaggio andata e ritorno nell’inferno dell’oggi, per riscoprire il senso di una esistenza scandita dal suono sintetizzato di una cassa mangiasoldi perennemente in funzione. “E la tua anima? E la tua luce vera?/ e le esigenze dello spirito interiore?/ E le energie che ti fanno uomo?” Domande belle sode che Marco Onofrio butta nella mischia, si direbbe con l’intento di sbaragliare ogni illusione, ogni ingannevole certezza, e far germinare il dubbio che porta alla rivolta.
Maria Lanciotti

 

"Le città" - 10 maggio 2012 -  Recensione a "Senza cuore"

Un romanzo di parola e di immagine. Ma non semplice descrizione di scenari, non solo; perché spazio e tempo sono qui calibrati da sequenze oniriche, dialoghi surreali, rivelazioni dell’inconscio, dolorose confessioni. Non si tratta di fotogrammi in successione lineare sulla pellicola, bensì di vero e proprio montaggio cinematografico diretto con maestria e spregiudicatezza, senza alcun timore reverenziale né incertezza. Un film d’autore, insomma, impreziosito da un cast di osceni talenti sconosciuti, a metà strada tra Fellini e il Neorealismo. La forza straordinaria di questa lucida follia letteraria si accresce poi di una forma a metà tra la poesia e la prosa, geniale miscellanea di citazioni colte e refrain musicali, statiche proposizioni del presente narrante e fughe vertiginose nei flashback. Superando la forza di gravità del pudore e del tabù, Marco Onofrio costruisce un’architettura complessa di situazioni emotive che coinvolgono il lettore nella vertigine di una memoria profonda, fin dentro la carne ed il suo odore, fino al cuore appunto, ideale punto di non ritorno del viaggio intrapreso dall’io narrante, significativamente espresso in forma di “refuso” nell’incipit del libro. Onirico è dire poco, troppo poco. Senza cuore è Il Processo di Kafka inscenato da Orson Welles nel fantasmagorico Palazzaccio di Roma; è una sceneggiatura degna del miglior Quentin Tarantino, del suo trash d’autore, il solo in grado di raccontare la fisiologia del male ben oltre l’evidenza oggettiva del dolore. Onofrio ci immerge nel liquido amniotico della nostra coscienza profonda, senza remore o pentimenti; ci guida con il suono della parola e del verso, come fa il battito cardiaco della madre con il feto, fino alla genesi rivelatrice e catartica che restituisce il respiro. Sino al refolo d’aria che sospinge lontano il cuore espiantato, libero di volare come un palloncino. Una immagine, questa, la cui ingenua innocenza sigilla definitivamente il tono surreale del racconto, quasi evocando la melodia del celebre brano di Renato Rascel e il di lui inconfondibile gusto per il non sense. Dentro, nelle pagine del libro e lungo il viaggio, una moltitudine di volti e di suoni, di odori e di sensazioni tattili, in un’orgia sinestetica che impedisce perfino di staccarsi dalla riga, di abbandonare il paragrafo per tirare il fiato. Fino all’ultima frase, a quel silenzio che – persa l’identità dell’io – diviene forma e contenuto di una reale e profonda metamorfosi, ben oltre l’immagine evocata e la fantasia letteraria dell’autore. E molto al di là dell’osceno ed impudico che ristagna in ogni nostra, più segreta, verità nascosta.

Fulvia Strano

 

"Il Tempo", 14 giugno 2012

Ore 18, a Palazzo  Valentini il romanzo "Senza cuore" firmato Onofrio

Alle 18 presso Palazzo Valentini - Sala Peppino Impastato (in via IV Novembre, 119/a) presentazione del romanzo "Senza cuore" (EdiLet - Edilazio Letteraria, 164 pagine - 12,00 euro) di Marco Onofrio. Interventi di: Filippo La Porta, Fulvia Strano. Letture di Francesco Sechi.

 

"La Repubblica", 14 giugno 2012

TRA PROSA E POESIA

Alle 18 Palazzo Valentini Via IV Novembre 119 "Senza cuore" di Marco Onofrio, interverranno Filippo La Porta e Fulvia Strano, letture di Francesco Sechi.

 

"Controluce", luglio 2012 - Recensione a "Senza cuore"

"Senza cuore", un capolavoro di Marco Onofrio

 Sto preparando una monografia per questo piccolo-grande libro di Marco Onofrio, perché nessuna recensione, a causa del ristretto spazio giornalistico, può esaurirne la portata. Per ciò, anche i cenni che verranno fuori in questa breve esegesi, vanno letti come una serie di appunti da sviluppare. Infatti, Senza cuore (EdiLet, pp. 164, E. 12,00, bandella di Dante Maffìa e quarta di copertina di Filuippo La Porta) è un allucinante spaccato di vita non facilmente incasellabile in qualche genere letterario canonico (e per questo, credo, Marco Onofrio inaugura un modo inusitato di fare letteratura, in alternativa a tanta asfittica, crepuscolare, ripetitiva, vuota narrativa contemporanea). Delle cinque parti in cui è diviso il libro, la prima si apre con la parola "io" - e il punto fermo - al minuscolo: un emblema polemico a significare la scarsa importanza che Onofrio dà alla prima persona singolare, a cui tutti, invece, conferiscono la massima ampiezza e crisonanza (da qui i molteplici mali dell'umanità). Questo "io" ipotrofico è sospeso e mescolato fra la realtà e il sogno (come scrive Dante Maffìa, è una delle cose 'più pazze' che si siano lette: il che determina una parentesi a favore di Onofrio, al quale bisogna tributare il merito - almeno - di un'invenzione che non lascia respiro, e che è quasi impossibile schematizzare in un riassunto della trama, poiché i piani di lettura sono diversi e i livelli appaiono inclinati e intersecantisi). Il testo va goduto facendosi trascinare dal vulcano narrativo, che alterna momenti di pensiero assoluto a matasse di poesia, in frasi complesse o spezzate, piene di termini di conio personale: un gusto spiccatissimo per la lingua: ed è fondamentale, perché non esiste scrittore vero senza un proprio tessuto lessicale (quasi tutti i libri dei debuttanti - fortunati, da premio Strega! - usano un pentagramma linguistico esangue, oppure tronfio, ma anonimo: il grande autore inventa la sua lingua, come fanno Domenico Rea, ad esempio, Gadda, Federigo Tozzi - ma non Moravia, nonostante la sua altezza di narratore). Onofrio scrive con tutti e cinque i sensi, specie l'odorato, per cui ti ritrovi immerso nel mondo che ti ha accolto dalla nascita, e in più vieni trasferito di volta in volta in quello che Marco inventa, con la sua forza d'impatto, la sua capacità di equilibrio fra il limite del lecito e il massimo della liricità: quasi un dono naturale. In questo magma vulcanico, in cui accadono tutte le cose impossibili - ma rese possibili dall'arte - l'odorato è il senso più forte, nel sortilegio vano delle cose ("si sono aperte le cateratte dello spazio interiore, vuoto e abissale. Il punto cieco del mondo"). E' che la nullità dell'essere umano è dimostrata proprio nella sua paradossale grandezza, nel nonsenso della vita, per cui la realtà è sogno e questo realtà, fino allo squilibrio delle cose che fanno la base d'una poesia straordinaria, folle, in cui tutto vola, tutto cade, tutto si converte in polvere. Il senso della pochezza e della vanità umana lo avevamo trovato anche nel poemetto Emporium, sempre di Onofrio, ma qui lo sdegno civile che alimentava i versi dell'altro passa il testimone al tragicomico sentimento del mondo (si sottolineino i rapporti della madre col figlio, le lettere, i sogni incestuosi, e, soprattutto, un inedito modo di descrivere il sesso, tra il provocatorio e il repellente, l'erotico e il crerebrale, quasi una forza primigenia con la quale si misura la parabola d'un io sarcasticamente riflessivo, focosamente impulsivo e al contempo distaccato, come un doppio ego che si narra e si vive: "Chi sono? Esisto? Posso censirmi? Posso definirmi? Ha un senso questo punto di coscienza, questo minuscolo-maiuscolo 'quanto' di luce...?"). Onofrio penetra implacabilmente, con un bisturi da chirurgo che opera il paziente in anestesia locale (e perciò conscio di quello che accade, senza sentirne il tormento), nella sensibilità esaltante d'una forza espressiva e gnomica molto rara nel guazzabuglio della straripante produzione contemporanea, in cui non è più possibile storicizzare un autore. Ma i dialoghi sono un punto da decifrare: sembrano anfratti che nascondono la serpe. E non è assente neppure la poesia metaforica vetero-testamentaria (Il cantico dei cantici, nella bellissima terza parte) né la visionarietà d'un Kafka, né l'ambiguità di un Bulgakov o la problematicità dell'uomo nudo di fronte a se stesso tipica di un Dostoevskij. Insomma, abbiamo a che fare con un vero capolavoro: un'opera molteplice, aperta, cioè sospesa anche nella tecnica della chiusa, che spezza la parola "silenzio", proprio perché dobbiamo restare al di qua di esso (oppure oltre il nulla?) .

Aldo Onorati

 

"Il Messaggero", 31 luglio 2012, p. 43

"Forse, tra i Castelli, Marino è riuscita più di altri a mantenere la sua identità. Gli abitanti hanno molto a cuore le tradizioni, e ancora si respira quell'aria confidenziale dei posti in cui ci si conosce tutti", spiega Marco Onofrio, scrittore ed editore romano che ha scelto Marino come suo luogo di residenza. "Marino riesce un po' a smarcarsi da quel continuum metropolitano che è diventata l'area intorno alla Capitale. In un saggio di qualche anno fa, "Ungaretti e Roma", Onofrio ha ricostruito tra l'altro il soggiorno marinese del grande poeta. "Visse qui per sette anni. Una lapide di palazzo Colonna ricorda questi anni, tra il 1927 e il 1934. E' il periodo in cui Ungaretti lavora alla raccolta "Sentimento del tempo". Il paesaggio dei Castelli, del Lazio, è fondamentale per la sua ispirazione. Attraversa con l'immaginazione le profondità mitiche di queste terre". Onofrio condivide questa fascinazione: "Lo spettacolo del tramonto visto dall'alto di Marino, con lo sguardo verso Roma, è una delle esperienze più emozionanti che si possano provare".

Paolo Di Paolo

 

"Pragmatica", settembre 2012, p. 92 - Recensione a "Senza cuore"

Tra cosmo e individuo un geniale best-seller

 Poeta, scrittore, critico letterario, direttore editoriale. Marco Onofrio ha conseguito riconoscimenti letterari a livello nazionale e internazionale tra cui il "Montale" e il "Carver". Predilige la composizione poetica ma non esiste materia in cui non abbia voluto porre il suggello della sua creatività dove tutte le forme sono possibili. La scrittura è spiazzante, difficile, esplora le profondità dell'io. Senza cuore è il suo diciassettesimo  libro. Con toni e ritmi di poesia, il romanzo è la proiezione dell'esistenza dell'individuo percepito nella condizione di frammento del cosmo, dell'infinita divinità. Il linguaggio torrenziale, fluido, affonda nel magma incandescente della sua coscienza, non si sa quale rotta prenda l'io narrante. Un esibizionismo isterico fa schizzare le parole in tutte le direzioni. Le espressioni arbitrarie, reinventate beffardamente, sono insieme sfogo e protesta. Il soggetto è in preda alla paura. Fantasie oniriche, eccitazione, ansia. Parla di muro perfido che lo respinge, di orci, di canne di benzina, di larva fetale di bambino. La materia e il suo vischiume sono i brandelli della disperazione. Disperazione che gli impedisce di trovare la via d'uscita in un universo per il momento a lui incomprensibile. Cosa c'è al di là del muro, perché gli si impedisce di vedere? Sono le sensazioni a guidarlo, non le immagini. Non gli occhi vedono, ma il cuore che lo apre a una "visione" superiore che diventerà essa stessa vita. Quali sono gli strumenti che permettono di viaggiare insieme all'autore, di affrontare con lui l'inconoscibile? Il vino di Dinisio è un vino d'anima. La chiave mitologica apre le vie dell'inconscio, ma è l'allegoria a spiegare un discorso solo apparentemente sconclusionato, in realtà importante e profondo. Quanti sono gli autori che hanno discusso del dolore e del piacere, del bene e della felicità, in modo così intimo, fitto, denso, intricato? In modo così viscerale fino ad indurre l'autore a creare parole, forse anche sgradevoli, per fare conoscere l'impenetrabile, l'inaccessibile. Per iniziare questo viaggio folle, quasi dantesco, la condizione dell'io deve essere una tabula rasa su cui riscrivere tutto. Il corpo trasformato dalla fiamma in cera, la meria più duttile da cui ricavare tutte le forme, fa intuire che c'è stato l'intervento della volomtà: farsi puro vuoto per voler volare nel vuoto. 

Antonello Colli      

 

"Italia Sera", 31 ottobre 2012, p. 9 - Recensione a "Senza cuore"

Un Marco Onofrio "Senza cuore". Il nuovo romanzo di un funambolo della parola 

 Sarà presentato martedì 6 novembre alle 18, nella prestigiosa cornice della sala del Carroccio, in Campidoglio, il volume di Marco Onofrio “Senza cuore” (Edilet – Edilazio Letteraria, 164 pagine, 12,00 euro). Interverranno il consigliere comunale Dario Nanni, lo scrittore Paolo Di Paolo, la psicologa e psicoterapeutaMariolina Palumbo ed Eugenio Ragni, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università Roma Tre. Coordinerà la giornalista Cinzia Dal Maso. E’ un romanzo completamente fuori dagli schemi quello di Marco Onofrio: ricco di immagini, di suoni, di colori, persino di odori. Da vero funambolo della parola, l’autore riesce a farci sprofondare nel buio vischioso dell’inferno, per poi farci conoscere soavità paradisiache, indagando senza falsi pudori i più reconditi recessi dell’animo umano,meschino e sublime al tempo stesso. Come spiega Dante Maffia, “con la sua scrittura saporita e densa di umori, talmente accesa da diventare casta e luminosa, si muove tra pastiche colto e sonoro, poetico e starei per dire filosofico, a cominciare dall’iniziazione. Tutte le pagine grondano sensualità e lasciano un alone di buona compagnia, uno strascico di desideri, di accesioni”. Come quando l’autore ci parla della “languida, sensuale, selvatica, ispida arrendevolezza di una donna che gioca con te, maschio, il gioco più antico del mondo”. Poeta, scrittore e critico letterario, Marco Onofrio è istintivamente orientato alla composizione poetica, che gli ha fruttato numerosi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. La sua prosa sperimentale, grottesca, antifrastica e visionaria, è fondata sul multilinguismo e sull’espressivismo.

Cinzia Dal Maso

 

www.mangialibri.com - novembre 2012. Recensione a "Disfunzioni"

La nostra vita fatta di “sagome intagliate dentro al nulla”, di “scale interrotte che si affacciano sul vuoto”, di statue d’aria invisibili/ dal gesto solenne e sospeso”, di “leggi d’attrazione e repulsione,/ gorghi avvoltolati ed estroflessi”, di “cupe voragini di cerchi:/ caos, baratro, orrore,/ bilico e timore, fondo/ buio e nero: fulmini e saette” è poco più di un corrimano, lungo il quale procedere o retrocedere, quando non indugiare tra conforti a morire e persuasioni a vivere. In queste esperienze, che non hanno nulla di mistico: “Dall’infinito raggio scendo male/ e mi spatollo e cado in fondo al sale/ ridotto a una prosa quotidiana/ e ad una feccia, a un vivere banale:/ a musica che suona ma non vale” fatta di opportunità che non si colgono e di cose che non s’incontrano, ciò che esiste è anzitutto perché resiste: “ Esisto in un ricordo senza tempo/ che non ha più forma né memoria./ Come un appuntamento mai fissato/ di cui, però, non si è sicuri/ e ci si va lo stesso ad aspettare”… Ed ecco Marco Onofrio – autore prolifico di testi in versi e prosa, di saggi e critica letteraria molto noto nell’ambiente culturale – tornare in libreria con una nuova silloge poetica dall’emblematico  titolo Disfunzioni. In esso l’autore romano conferma la qualità della sua esperienza poetica, il suo stile asciutto e incalzante, sarcastico e irriverente, diretto e comunicativo che già avevamo avuto modo di apprezzare nelle sue precedenti opere. In questa affabulazione o cavalcata sempre deliberatamente confusa ci si smarrisce nell’illusione di apparenze criptiche ed enigmatiche, nell’atmosfera fosca di un poema dell’orrore, nella follia inquieta di desideri inappagati ma non per questo rinnegati e riposti a tacere. La sua scrittura, sovraeccitata e tutta lapilli, fosforescente di onomatopee e di termini gergali, è una marea dell’intolleranza che straripa in situazioni al limite del grottesco, percorrendo la strada della nostra stessa fremente angoscia nei confronti della vita, giù nell’oscurità. Dove insieme con la poesia c’è la nostra stessa anima.    

Gian Paolo Grattarola

 

"Italia Sera", 14 novembre 2012, p. 9


Presentato in Campidoglio “Senza cuore” di Marco Onofrio - Un libro tra introspezione e vischiosa corporeità


Una serata all’insegna della buona letteratura e dell’introspezione psicologica in Campidoglio, alla Sala del Carroccio, in occasione della presentazione del volume di Marco Onofrio “Senza cuore” (Edilet – Edilazio Letteraria, 164 pagine, 12,00 euro). Sono intervenuti il consigliere di Roma Capitale Dario Nanni, che ha fatto gli onori di casa, lo scrittore Paolo Di Paolo, la psicologa e psicoterapeuta Mariolina Palumbo ed Eugenio Ragni, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università Roma Tre. Ha coordinato l’incontro la giornalista Cinzia Dal Maso, che ha definito quello di Marco Onofrio un romanzo completamente fuori dagli schemi, ricco di immagini, di suoni, di colori, persino di odori. “Avevo chiamato l’autore – ha spiegato - un funambolo della parola. Ora aggiungerei che è un missionario della scrittura, cui dedica tutte le sue energie, rinunciando ai facili guadagni che gli potrebbe fruttare nell’immediato una produzione letteraria più conformista, piatta, banale, obbediente alle regole del mercato e della mercificazione. Marco Onofrio sarebbe perfettamente in grado di scrivere uno di quei romanzi che affollano le vetrine delle librerie, fatti di carta patinata priva di veri contenuti, che piacciono tanto al grande pubblico. Invece ha scelto ancora una volta di sperimentare, di stupirci, magari di scioccarci, facendoci sprofondare nel buio vischioso della nostra corporeità, indagando senza falsi pudori i più reconditi recessi dell’animo umano, con una prosa grottesca, antifrastica e visionaria, fondata sul multilinguismo e sull’espressivismo”.“Se non accetti il patto che Marco Onofrio ti propone, sei tagliato fuori da questa narrazione”, ha avvertito Paolo Di Paolo. “E’ uno scrittore – ha continuato – insofferente a qualsiasi regola di bon ton. Eppure nelle sue prime opere si coglieva un’innata vocazione a descrivere il cielo, poi sovvertita nella produzione seguente, con la sua meditazione sulla corporeità del mondo. Quindi Marco Onofrio sa guardare in alto e al contempo sentirsi ancorato alla terra, in una sorta di saldatura tra linea petrarchesca e linea dantesca”. Per Mariolina Palumbo – specialista in terapia familiare, disagio giovanile, tutela dei minori - in “Senza cuore” si ritrova la storia del paziente, dello psicoterapeuta e della terapia. “Ho deciso – ha detto – di sottoporre questo libro ai miei pazienti del Centro di Psicologia e Psicoterapia Contemporanea. Quello che accade nelle pagine di Marco Onofrio è lo stesso che si verifica in una psicoterapia, che è un’introspezione così profonda da toccare il peggio di se stessi senza vergognarsi, arrivando alle viscere più profonde dell’essere. Non dimentichiamo che essere felice non vuol dire adeguarsi agli schemi. può anche voler dire uscire fuori da quegli schemi. E se oggi si vive quasi sempre con superficialità, dobbiamo ricordarci di dare voce ai nostri sogni e di non vivere per omologazione”. Mariolina Palumbo ha poi letto un breve ma significativo passaggio del romanzo: “Mi ritrovo davanti ad uno specchio. Di quelli lunghi, a parete intera. Mi guardo e mi vedo, anche se non ci sono. Lo specchio riflette il vuoto di una stanza, io sono qui davanti, fatto di vuoto. Invisibile a me stesso, eppur mi vedo. Riconosco la forma di vuoto che sono”. Eugenio Ragni ha riscontrato nel volume di Marco Onofrio una ricchezza di linguaggio un po’ perduta nella società attuale, in cui c’è una marea di libri inutili. “Marco – ha continuato – ha una cultura straordinaria che si contrappone a un imperante piattume linguistico. Il suo lessico è ricchissimo, grazie anche a una intensa frequentazione di libri. Può permettersi il lusso dimettere nel testo non una ma 20 metafore significative. Il tutto reso con una prosa straordinariamente musicale. L’intero intreccio è una liberazione e una rinascita. Il travaglio dell’esistenza umana che esce dalle pagine di questo libro mi ha fatto pensare a uno dei sonetti più tragici del Belli, ‘La vita dell’omo’: “Nove mesi a la puzza: / poi in fassciola / tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni: / poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola, / cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni”. Tra i presenti in sala anche lo scrittore Dante Maffia, secondo cui Marco Onofrio, “con la sua scrittura saporita e densa di umori, talmente accesa da diventare casta e luminosa, si muove tra pastiche colto e sonoro, poetico e starei per dire filosofico, a cominciare dall’iniziazione. Tutte le pagine grondano sensualità e lasciano un alone di buona compagnia, uno strascico di desideri, di accensioni”.

Antonio Venditti

 

www.prismanews.net - 19 novembre 2012

La vita della scrittura, la scrittura della vita - Recensione a "Senza cuore"

Senza cuore (EdiLet) è il diciassettesimo libro di Marco Onofrio, scrittore prolifico, poeta, critico letterario e direttore editoriale. Un testo singolare, complesso, contrassegnato da un'inesausta, strabordante performatività linguistica, ricco di invenzioni, cambi di registro e contaminazioni lessicali, sorretto da un ritmo ora disteso e lineare, ora franto e sincopato. Un rapinoso pullulare di immagini sostanzia queste pagine inquiete («Le immagini fluttuano e accorrono, in corsa vertiginosa»), percorse da un lirismo che non disdegna la materia più greve e quotidiana, in un pastiche che a tratti richiama, complice l'espressività stilistica e un evidente multilinguismo, la letteratura di Carlo Emilio Gadda. Cuore del romanzo è il processo di superamento e trasmutazione, esplicito fin nei titoli che ne cadenzano i vari capitoli, che investe l'io del protagonista, agito senza posa da desideri e frustrazioni, ansia di auto-affermazione e dolorosa consapevolezza della propria fragilità. È, quello intrapreso dall'io narrante, un percorso irto di ostacoli, deviazioni e false partenze che si addentra nelle pieghe più riposte della psiche, sovente raccontato attraverso inserti onirici e costruzioni di rilevante densità simbolica. Un errare sofferto che conduce l'indicibile e il non detto oltre le soglie del linguaggio, porta il magma onnipervasivo dell'inconscio a estrinsecarsi nel conscio («Agisco senza un motivo apparente, senza un perché. Sono l'inconscio che lavora nel giorno cosciente dell'esistenza, senza vergogne, senza paraventi. Mi vive, mi agisce. Mi ritrovo a fare quello che non voglio, ciò che non decido e non conosco») fino a trascendere la finitezza dell'uomo e delle sue pulsioni e ad approdare alla vastità totalizzante di una conoscenza senza orizzonti. Romanzo coraggioso, sperimentale, personale, «Senza cuore» rinsalda lo stretto legame che intercorre fra la vita, scandagliata fin nei suoi anfratti più intimi e insondabili, e la scrittura, una scrittura avvertita come urgenza espressiva che non conosce requie né reticenze: «Lascia che sia la vita a scriverti, a scegliere te per farsi scrivere, per venire alla luce del mondo, per durare in una forma, per salvarsi. C'è l'infinito da scrivere. Il mistero di ciò che si vede. L'invisibile nel quale siamo immersi. Sensazioni sottili e inafferrabili che ci passano attraverso. Correnti di energie. Passaggi, superstizioni, bestemmie involontarie. Cose che spariscono e che appaiono. La forza che tiene unito il mondo. Tutto, tutto».

Orlando Trinchi

 

 Vivavoce, dicembre 2012 - pp. 44-45

Recensione a "Senza cuore"

 

È davvero notevole la complessità di intenti e snodi che offre il romanzo "Senza cuore", la nuova opera di Marco Onofrio. Si passa dalla "poppa" alla "prua" di una nave potente e affilata (la narrazione) che si percorre, ponte dopo ponte, attraverso 164 pagine di grande intensità, che rubano lo sguardo e avvincono il pensiero. Dentro questo viaggio in fondo agli occhi misteriosi del silenzio (la realtà quale è: l'alterità irriducibile del mondo) Onofrio racchiude a cerniera moltissime elaborazioni personali, accordando la sua fervida fantasia con una spiccata attitudine filosofica e una realtà umana estremamente tangibile, sanguigna, tutta cose. Questo libro è come un policordo (strumento a più corde) dal quale Onofrio riesca a strappare suoni strani e suggestivi, comprensibili con il potere di un'inventiva che sfocia nell'arte alchemica di maneggiare e accostare parole, dando vita a fatti e personaggi singolari, diversi, ma sempre autentici, fra i quali l'autore assume le vesti di ideale "direttore d'orchestra". In gioco c'è la vita in bianco e nero, con i suoi drammi interiori portati ad un estremo apertamente dichiarato, un eccesso che riflette la crisi quotidiana dell'identità: il domandarsi della propria esistenza, toccando i tasti delle possibilità personali, del dubbio, del rischio, del fallimento: chi realmente noi siamo? come pensiamo di essere o come gli altri ci vedono? «Per me che mi conosco o per lui che crede di capirmi? Secondo le sue aspettative? O le mie? La mia realtà? La sua?» Onofrio si propone a mo' di Gulliver contemporaneo: fantasia e satira si rincorrono, come nel romanzo di Jonathan Swift, per sfociare in una parodia apocalittica dei nostri tempi, dei meccanismi inconsci che ci muovono. È un autore scomodo e dissonante, un "guastafeste" che utilizza la scrittura non solo per sfogare la sua acredine contro le cose inautentiche di cui siamo ingombri (e quindi per muoverci alla verità), ma anche per offrire "grattacapi" da sfilacciare, senza bandolo della matassa, ovvero senza soluzioni alla portata: come un dolore non altrimenti localizzabile, che è meglio acuire - piuttosto che rimuovere - per capirne finalmente l'origine. Onofrio esige lettori coraggiosi: non quelli in cerca di consolazione, o di facile intrattenimento. Occorre imparare a scrutare nel fondo del bicchiere comune. Bere la cicuta fino alle ultime gocce. Questo "poema in prosa" metafisico che è "Senza cuore" disegna dunque un percorso grottesco e surreale attraverso gli strati inferi e infernali della solitudine, dell'inettitudine, dell'incomunicabilità; dell'idiosincrasia al mondo dei "normali" che si adattano e si accontentano, senza farsi tante "inutili" domande. È, per certi versi, il "diario di un folle" che parla con tagliente, visionaria lucidità. Dalla scansione labirintica che contraddistingue la parte iniziale del libro, l'antieroe protagonista si immerge nel magma putrido della materia e rivisita, in guisa di flashback, i mattoni fondanti della sua (nostra) costruzione umana: una costruzione sempre aperta e "in divenire", perché «di cose da imparare è pieno il cammino, come di stelle in cielo». E il cuore? Il cuore incontra le donne, i palpiti, gli affanni, i primi approcci: la fame di terra e di vita. E attraversa i limiti della libertà, e gli estremi confini del sogno. E poi, alla fine, trova la sua strada per uscire dal petto, per sciamare nel mondo e andare via: «come il palloncino dei bambini, quando sfugge loro dalle mani. E sale, e sale... » Qualunque bambino piangerebbe quando il palloncino si perde e va verso il cielo. Non l'io narrante: ora che è "senza cuore", ha imparato finalmente a sostenere «tutto quello che si è perso e non c'è più». Il romanzo è, per gran parte, il referto di questo faticoso apprendistato della vita, che procede al rinnovamento dei suoi presupporti e dei suoi contenuti universali attraverso la catabasi battesimale, l'immersione creativa nel non essere di una presunta totalità. C'è un grande silenzio da riconquistare, fuori e dentro noi, se si aspira ad una liberazione autentica, malgrado i rischi che questo comporta. Vanno apprezzati testi coraggiosi come "Senza cuore" per la capacità che hanno di mettersi, e metterci, "in cammino".

Patrizia Pallotta

 

www.moltinpoesia.blogspot.it - 27 dicembre 2012

Marco Onofrio preferisce poltrire nel piano basso del linguaggio, adopra l'eloquio plebeo per sortirne pasticci inconsulti mescendolo sapientemente col vino dell'eloquio nobile della tradizione. In questo frangente la vis polemica a politica di Onofrio trova il modo di scodellare tutte le stoviglie stilistiche e scandagliare in tutti i repertori semantici e lessicali. Perché là dove c'è un serbatoio lessicale, sembra dirci Onofrio, c'è anche un combustibile ideologico (e semantico) che promana da quel serbatoio; giacché ogni semantica è legata a doppio filo col combustibile ideologico e iconologico. Anche qui c'è un punto fermo della poetica di Onofrio: una sorta di anarchismo senza anarchia o una anarchia senza anarchismo, una competizione di tutti contro tutti (poiché ogni competizione è sostanzialmetne ideologica e lessicale ad un tempo), giacché qui è la totalità ad essere indicata di abominio, è la ratio della ragione ad essere defenestrata quale ratio meramente proposizionale che milita per l'Ordine proposizionale (che altro non è che l'Ordine della Ragione). E così via in una competizione a 360 gradi contro tutte le posizioni acquisite e da acquisire. Lungi dal porsi come poesia civile, questa di Onofrio è la posizione di un incivile, di un impolitico avverso all'ordine della civiltà e del Buon Governo della seconda Repubblica finita in un buco nero senza fondo... e, forse, senza possibilità di sortirne fuori in qualche modo. È una poesia di Fine del tempo, di Fine della Storia, Fine dei conflitti, Fine della finta competizione parlamentare che si divide in Opposizione e Governo...

Giorgio Linguaglossa

 

"Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea", Firenze, SEF, marzo 2013, pp. 115-116

La poesia del romano Marco Onofrio si pone come palcoscenico della simulazione del "reale" (che oscilla tra la "magia", l'"incantesimo", l'"incanto", l'"eccesso" e la "fantasmagoria"); un imbuto di vertigine che fagocita tutto ciò che non espelle, un meccanismo di autofagia vocabologica che corrisponde alla logica dell'informazione probabilistica e stocastica delle società total-mediatiche; l'affinità per contiguità, l'omologia e l'eterologia della cartellonistica pubblicitaria fanno parte del discorso poetico onofriano. Una vampiresca vocabologia si preannuncia in un clima di belligeranza lessicale, simbolica e immaginifica, una sorta di curvatura linguistica spazio-temporale che ruota attorno al buco nero dell'autofagia: un'enorme entropia di energie simboliche, lessicali e semantiche si dispiega da questa sorta di buco nero per dirigersi verso il nulla. Ed è questo il "reale" che la poesia di Marco Onofrio decide di rendicontare, quel "reale" terminale che sta alla "massa" come la post-massa sta al post-reale. In questo flusso di materiali verbali non c'è, propriamente, alcunché da circoscrivere o descrivere come "campo semantico" o "sistema simbolico" secondo una "antiquata" iconologia del poetico, non siamo più nel genere del pastiche, ma siamo in una forma-poesia che ha fatto esperienza del punto di rottura, del punto critico della post-massa, il punto critico della forma-poesia del Dopo il Moderno. In Disfunzioni (2011) è raccontato l'incubo della labirintite dell'"io" (la disfunzione) che ha definitivamente smarrito l'orientamento nel "Palazzo". La forma-poesia implode (è il testamento della scomparsa del genere lirico) con l'elegantissimo abbigliamento dell'endecasillabo tonico e eccedente secondo la logica dis-combinatoria del feed-back, secondo cui "la forma di abolizione del mondo 'quaternario', cibernetico e combinatorio, è l'implosione" (Jean Baudrillard). Con Autologia (2005), E' giorno (2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013) il poeta romano allestisce lo spettacolo del "parolismo"  quale forma di abolizione delle condizioni di realtà del reale: alla ricerca della "disfunzione" ultima, originaria, dalla quale sarebbe sortito quel maledetto clinamen che ha prodotto l'implosione dell'Amministrazione total-mediatica dell'epoca della stagnazione universale. Poesia-simulacro, quella di Onofrio, che frigge come una aragosta in padella, che sta dirimpetto alla poesia del Novecento come la post-poesia sta alla poesia di genere. 

Giorgio Linguaglossa

  

"Controluce", aprile 2013, p. 13

La poesia bifronte di Marco Onofrio e Raffaello Utzeri

I due poeti, Marco Onofrio e Raffaello Utzeri, potremmo anche chiamarli Marco Utzeri e Raffaello Onofrio. Due poeti, una sola voce. O meglio, due. Sublimate, metamorfizzate, per dare fiato e vigore a una mitologia dimenticata dagli uomini e dagli dei: quella di Giano. Li abbiamo ritrovati al teatro Bernini di Ariccia nel pomeriggio di sabato 23 marzo 2013, per la bella rappresentazione de “La presenza di Giano”, opera in versi recitata dagli stessi autori e accompagnata dalle musiche scritte (ispirandosi al poema) ed eseguite alla chitarra acustica da Marcello Appignani. Sono intervenuti, a presentare l’evento e descrivere gli intenti e lo spirito dell’opera, Domenico Gilio e Daniele Ricca. Il piccolo teatro, ricavato da una chiesa sconsacrata, si riempie di silenzio, luce e vita. Risplendono le parole. La poesia si fa carne e suono. Conosciamo le “gianiche”, ma ascoltarle dal vivo è altra cosa. Le due linee poetiche si intersecano in una vita simbiotica, autosostenentesi nell’abbraccio quasi “desossiribonucleico” dei versi: un DNA nel quale i ritmi del metro e le metafore, come catene di timine e acitosine, si legano a spirale, si avvolgono, si cercano fronteggiandosi da una costante vicinanza, pur senza raggiungersi mai: è la coda di un cane cercata ostinatamente “ad infinitum”, è un’orbita di due anime intorno a un comune, invisibile baricentro. Una danza quasi astrodinamica di lettere e parole, in volo intorno a se stesse, come stelle binarie. Le voci si inseguono, simili a raggi di luce catturati da un prisma: procedono in linee affatto divergenti, quasi repulsive, eppure ne escono per qualche alchemico sortilegio coerenti, coese, inspiegabilmente ritornanti sul luogo delle loro fonti emissive a formare un’iride circolare completa, chiusa e, pur sempre, illimitata. “Eco a capo”: questo il demone poetico evocato dall’amico Raffaello, che inventa, e-venta anzi, tirandolo fuori dal vuoto potenziale, un formulario metrico tutto nuovo. L’andare a capo diventa dunque criterio cosmogonico, demiurgico: esso termina e definisce un mondo, accendendone un altro, pompando linfa come scintilla primigenia nel verso successivo. Che a sua volta vive, fiorisce, muore; come ogni uomo. Difficile definire i due canti: trattasi di onde di portata diversa, mosse da energie tra loro lontane, abitanti ai margini opposti dello spettro poetico: onda lunghissima l’uno, Marco; onda breve, pulsante, l’altro, Raffaello. Come a dire, infrarosso e ultravioletto; tratto e punto di un Morse elegiaco; effusione magmatica contro esplosiva eruzione lapillica; pensiero e azione; legge e braccio; amore tantrico contro elettrico sonar di getti orgasmici; avvento e crocefissione. Eppure essi riescono co-riempienti, complemento dell'Uno che è equilibrio “in dunamis”, moto perenne per non spegnersi e morire. Respirano, questi versi in movimento. Sono, per così dire, armonici: la portante offerta dal verso dilatato di Marco, che costituisce il telaio del mezzo, la dorsale poetica del significato; la modulante rappresentata dal verso di Raffaello, i cui picchi di suono alla Dirac si innestano nel nastro connettivo sottostante e ne definiscono le altezze; si fanno portatori di informazione che è tale solo quando è “difformazione”, stacco lampeggiante dal buio di una radiazione monocroma di fondo, elegia in forma di punteggiatura sul nero del vuoto; astrazione dalla stasi che altrimenti è morte, perché priva di logos. Nella poetica di Giano la parola scritta, cercata, tornita con maniaca compulsione, sostenuta dal ritmo dei respiri, non esprime più evocazione (o almeno, non solo): essa si fa non già portatrice di un messaggio, ma innesco; lo ingenera nell’interprete in virtù di un'autocombustione. La poesia non è creata dal mondo, la poesia crea il mondo. Nulla del contenuto codificato nelle forme poetiche esiste durante la trasmissione, non più di quanto esista il calore dentro una radiazione elettromagnetica. La poesia forgia l'Universo, anzi il Multiverso dell'Uomo all'interno dei gangli ipodermatici del ricevente, nell'attimo stesso in cui essa viene percepita. La poesia non informa, non evoca, non comunica. Essa induce piuttosto la creazione e la solidificazione dell'atto cosmogonico intorno alla gabbia esistenziale dell'uomo; nell'agglomerato quantico più profondo del suo Essere, dove è incastonato lo Specchio, dove la menzogna non resiste più di qualche picosecondo, dove il non-vero vive meno di una particella subatomica. È dentro questo brodo attivo, ricco di strutture organiche, cognitive, emotive, che si innestano le scintille dei versi di Marco e Raffaello. Guardiamoli da un punto di vista più universale: cosa rinvenire se non la linfa primordiale di Lucrezio, l’eco darwiniana di cellule mute e guizzanti, affamate di vita, pronte a fagocitare mangiare divorare altre cellule per poi abbandonarsi a splendide e panorgasmiche mitosi? Raffaello e Marco sono due uomini che non hanno paura di rimboccarsi le maniche per immergere le esperte mani dentro questo sangue bianco, pieno di cellule vive e pesci abissali, pronto a ricevere scosse galvaniche e lampi di energia, necessarie scariche a dar vita a mostruose visioni, raccapriccianti visuali sporte su verticali abissi, agghiaccianti agnizioni sugli strapiombi della nostra anima. Lo fanno con cognizione, con convinzione, con pervicacia, con la visionaria determinazione, si lasci dire, dell’assassinio premeditato. Marco e Raffaello riescono in questo intento, a prima vista impossibile: conglobare dentro il verso poetico l’eternità di un Io più vasto, un dilatato, un verme esteso all’intero spazio-dominio dell’esistenza umana, indietro fino agli urli del silenzio precambriano, ai cicalecci degli astri, quando i proto-uomini osservavano le stelle da pozze di acqua sterile e fredda, giù fino a catturare la presenza asfissiante dell’Oggi, adsorbire le dinamiche post-socio-atomiche, contenere la fitta pioggia di cenere e messaggi pubblicitari, l’orrore del vivere quotidiano, la simbolica auto-“vomitio” che ci permette di rigurgitarci a fiotti nel vuoto delle solitudini urbane, mano nella mano, all’interno dei centri commerciali, con gli occhi sbarrati sul vuoto, come mandrie di gnu che hanno perso la via. Tutto questo vive nella cosmogonia dei versi di Giano. Perché Giano è niente, ma è anche tutto: è bicipite, è quadricipite, è onnicipite, è testa moltiplicata fino a osservare se stessa dalla nuca; è vita e sostanza, è morte e finzione, è autocelebrazione, è riverbero di astri sepolti, è specchio e specchiato, è cerchio e confine; è Escher che disegna se stesso con le sue mani autocreanti, è fine e inizio, staccionata per contenere e – infine – liberare quei sogni che belano ormai a testa bassa da tempo immemore.

Massimiliano Malerba

 

"Le Città", 18 aprile 2013, p. 22 - Onofrio riflette su Debenedetti

Recensione a "Nello specchio del racconto"

L’attività letteraria di Marco Onofrio è frenetica e multipolare: versi di raffinata fattura, opere narrative di spiazzante originalità, ma anche prove saggistiche che scandagliano con analisi ficcanti autori di livello internazionale; senza parlare dei suoi dottissimi articoli su aspetti insoliti della cultura romana. Dopo i saggi critici su Ungaretti e Campana, Onofrio ha pubblicato “Nello specchio del racconto”, una ricca monografia su Antonio Debenedetti, scrittore e giornalista con all’attivo diversi libri di narrativa e un numero sterminato di interventi sparsi su testate prestigiose, e anzitutto il «Corriere della sera». Occorre subito sottolineare che Onofrio mette in risalto come l’opera di Debenedetti abbia saputo, di volta in volta, prendere le distanze dalla scrittura giornalistica che, si sa, è giocata sull’immediatezza d’impatto, e quindi, spesso, relegata a un piano superficiale. Debenedetti, quando narra, sa allontanarsi dal mestiere, ponendosi nelle condizioni di uscire dalla referenzialità del messaggio, per farsi creativo efficace. Non era facile riuscire a cogliere questa qualità dello scrittore, a causa dei pregiudizi accumulatisi ultimamente sui troppi giornalisti che hanno invaso le redazioni delle case editrici. Non era facile anche per un’altra ragione: Antonio è figlio di Giacomo, uno dei maggiori critici letterari del Novecento, e alcuni lettori si sono fermati a questo rapporto, subendone un condizionamento. In realtà Antonio Debenedetti ha saputo prescindere dalla lezione del padre, comunque metabolizzata, riuscendo a trovare una sua strada autonoma, sia di narratore sia di recensore; e lo si può verificare con evidenza mettendo a confronto le due concezioni letterarie, i due stili, i diversi modi di aprirsi al mondo. Marco Onofrio, come sempre fa, è partito dai testi, ha evitato di farsi influenzare dalla critica - che attorno ad Antonio Debenedetti ha tessuto un pentagramma di giudizi non sempre pertinenti - e ha dimostrato come la ricchezza espressiva dei suoi libri gli abbia meritato un posto non secondario nel panorama della letteratura contemporanea. Scandito in tre parti, ognuna delle quali affronta aspetti significativi di tutta la produzione (“Tratti di un ritratto”, “Il tuffo spezzato del Novecento”, “Se la vita è una città: Antonio Debenedetti e Roma”) e seguito da un’Appendice che ci fa conoscere da vicino lo scrittore, e da una ricca Bibliografia delle opere e della critica, questo saggio potrà servire a illuminare non solo la figura di Debenedetti narratore, ma anche quella degli ultimi decenni della cultura italiana e romana in particolare, perché Onofrio non si limita a raccontarci le opere, né a dilatare o avversare le affermazioni critiche degli altri: ragiona sulle pagine cercando di comprenderne le ragioni letterarie ed estetiche, quelle umane ed etiche. Da qui un affresco probante che si fa voce ferma di una storia le cui radici affondano lontano, ma che ha saputo liberarsi dai pregiudizi per divenire tramite di una narrazione ricca e variegata, ben al di là delle facili suggestioni. Un critico capace di ritrarre così bene un artista è davvero encomiabile, perché non si perde nelle teorie inutili e sofisticate: Onofrio entra nel vivo, nella polpa dei testi, e ne trae quel necessario lievito che fa brillare il senso spesso recondito di chi scrive. C’è bisogno di opere così serenamente “oneste”, per dirla con un’espressione di Umberto Saba, molto caro ad Antonio Debenedetti. Attraverso libri come questo è possibile entrare nell’officina segreta degli scrittori per intenderne le motivazioni concrete, al di fuori dei meccanismi astratti di chi, al contrario, vuole scrivere senza averne la necessità.   

Dante Maffìa

 

www.moltinpoesia.blogspot.it - 23 aprile 2013

L’ASSENZA DI UN SIMBOLISMO ITALIANO

(Marco Onofrio Ora è altrove, Lepisma, Roma, 2013)

 Facciamo un passo indietro. Per parlare della poesia di Marco Onofrio dobbiamo ritornare agli inizi del Novecento: concentriamo la nostra attenzione sul movimento simbolista che in Italia non c’è mai stato. Perché?, che cosa ha impedito al simbolismo europeo di attecchire sul corpo della tradizione poetica italiana?, che cosa significa «assenza di un simbolismo italiano»?, che cosa comporterà nel prosieguo del Novecento questa vistosa assenza?. Appunto, la poesia italiana del Novecento si apre con un «grande vuoto», una «grande assenza» e con un secondo fenomeno direttamente connesso al primo: la mancanza di un movimento di reazione al simbolismo, la mancanza di quei movimenti che, come ad esempio l’acmeismo russo e l’imagismo americano e anglosassone, permetteranno la costruzione della poesia moderna tipicamente novecentesca a partire da Pound, Eliot e Mandel’štam. Il libro di Marco Onofrio si apre con una citazione di Giorgio Saviane: «l’attimo è chiuso come l’atomo, ma dentro e intorno ha universi di spazi. A percorrerli da un attimo all’altro ci vogliono secoli o decimi di secondo in bilico e il vuoto può succhiarti». Leggiamo l’incipit della poesia di apertura del libro:

 

Nascere vivere, far nascere morire

mutare restando, crescere passare

in un deserto limpido fiorito.

Morgana è terra che svanisce

nel cielo, alla sua stessa duna

sui bordi del Tutto: eclissi

evanescente degli abissi, è

l’incerto stare in equilibrio

fra l’amore e l’orrore

la miseria e la meraviglia:

carovana che muove nell’ignoto

corpo di due tempi che non sono

catena, autopoiesi, evoluzione

attiva dentro il turbine del mondo.

 

Lo «spazio atopico» entro cui si costruisce questa poesia è uno spazio privo di direzionalità, come nella fisica subatomica, regna sovrana l’indirezione delle particelle elementari, lo scontro di tutte le particelle in tutti i luoghi e la loro disparizione, e la loro ricomparsa in altri luoghi e in altri istanti; il «Tutto» è questa molteplicità di direzioni: l’apparire non indica più una fenomenolgia dell’essere, ma è un segnale semaforico che indica tutte le direzioni possibili e compossibili. L’indirezione regna sovrana, e l’ellissi e il traslato ne sono gli equivalenti nel piano delle retorizzazioni: non c’è metafora che non sia indicata se non attraverso un impianto di fuga. Esattamente l’opposto della metafora che indica il ponte tra due enti. Esattamente l’opposto dell’allegoria che indica un Essere immutabile soggiacente sullo sfondo delle immagini. Il ritmo fondamentale è dato dall’andante con brio; qui il correlativo è liquido, simbolico, simbiotico, non indica un referente che sta nel mondo degli oggetti ma un movimento in tutte le direzioni: è «Morgana», «è terra che svanisce», un mondo che c’è e non c’è, che appare e scompare. La poesia di Onofrio si muove nel piano di un irrealismo magico: la poiesis è gioco di specchi che si illuminano e si accecano a vicenda, la storia è fantasmagoria che si accende e si spegne; «l’arciere è ovunque… è una forza cieca, egoistica, insensata / che non significa e non vuole nulla / oltre di sé». Siamo nel mondo privo di volontà e di rappresentazione: «la verità resta indecidibile», ed Euridice «scompare dentro il nulla». Siamo all’interno una filosofia del «nullismo» (per usare una dizione di Roberto Bertoldo), dove tutti gli enti scompaiono dentro il «nulla», senza dolore, senza storia, senza «reale». L’«istante» è il motore della Storia come di questa poesia, che non si lascia catturare né dallo sguardo immobile né da un occhio in movimento, legata ad un’onda che è al contempo sonora e insonora, che trasporta e non porta in alcun luogo; la «trasformazione» non trasforma un bel nulla, la «trasformazione» è il «nulla», «l’arciere è ovunque». La poiesis è strumento di razionalizzazione del «nulla». La forza della razionalizzazione è l’impulso del traslato. Non c’è una datità perché nulla si dà, non c’è più un oggetto perché non c’è più un soggetto (almeno come lo abbiamo conosciuto). Non c’è più un paradigma (metrico, tecnico, stilistico) cui si possa fare riferimento: dietro c’è il «vuoto» e davanti l’«ignoto»: Euridice che «scompare dentro il nulla», ne è l’emblema più eloquente. A monte, non c’è più il complesso di Edipo ma il complesso di Telemaco, il soldato che aspetta su un’isola deserta che il «padre» ritorni per liberarlo dalla solitudine dello «spazio atopico». Scrive Onofrio: «Musica, musica / ho sete di musica / in ogni fibra dell’anima / vibro d’assenza». È qui chiaro il discrimine di un verso sonoro e cantato che intende sedurre e indurre il lettore a seguire l’autore nei meandri dei suoni e delle sue fantasticherie, rispetto al verso in-sonoro e prosastico di un’altra direzione della poesia contemporanea; è la seduzione che vuole portare il lettore in un «altrove», che lo vuole dis-togliere dal suo «ora». Il verso musicale di Onofrio vuole colmare la distanza che si apre tra l’«ora» e l’«altrove», in questa accezione il suo è un verso post-simbolistico, che si fa erede della lirica di Mallarmé e Valéry e di un certo D’Annunzio ma senza lo sdoppiamento, senza alcuna duplicazione di mondi e di simboli; in Onofrio la restaurazione lirica va intesa entro la cornice categoriale di una poiesis che si faccia «epifania nel suono», perché «la vita è l’arte dell’addio (…) istante dopo istante / un grande addio»; l’addio non è esilio, è separazione consensuale tra due viandanti, perché «È bella di tormento la poesia / del riverbero, dello scomparire / in un tramonto. Come vivere / altrimenti? Quale alternativa?» Appunto, non c’è alternativa alla seduzione dell’abbandono e all’attesa (ancora una volta ritorna il mito del complesso di Telemaco), e la Storia fa parte integrante dell’attesa; così l’utopia, così il soggetto e l’oggetto; «il grande silenzio dell’universo» è qualcosa di agghiacciante, di non nostro, solo la «parola» fa dell’universo un universo per noi comprensibile, ma è  una parola «senza referente». E qui l’ateismo del poeta romano sconfina con il suo personale «nullismo» filosofico.

 

L’universo è una parola:

l’unica non vera,

l’unica non nostra.

 

Giorgio Linguaglossa

 

"Controluce", maggio 2013, p. 22 

Recensione a "Ora è altrove"

 

Mi immergo nella lettura di questo libro (Lepisma Editore, 2013, pp. 108) e ho una prima sensazione. È come assistessi alla ricostruzione della casa di tutti, la casa originaria, la culla dell’uomo. Culla biologica e culturale. La parola che vedo emergere non si limita a indicare e neanche ad evocare. Offre se stessa con la forza dell’atto creativo, si impone e raggiunge il senso della bellezza. Si impone usando il modo della sentenza, quello che torna in ogni epoca. E questo coraggio genera un clima sapienziale. Come si può, oggi, maturare un simile modo poetico, emanare messaggi secondo un’antica fede, fede negli uomini e nella vita? Solo attraverso forti metafore. Una sorta di oro, uno strumento dorato, la metafora di questi versi, che dà diritto a chiamare gli altri, parlare alle genti agli angoli delle strade. Si legga “La foglia”, dove si metaforizza il pensiero stesso e dove il rumore contro il silenzio parlante si fa “divorante bruco”. L’autore, sto pensando, si è venuto a trovare in un modo d’essere con la poesia pienamente compatibile. Una corda che non è facile sostegno, ma condizione felice e nobile in sé, per cui nascono doveri e diritti. Il diritto per esempio a produrre pagine incalzanti, dove scrittura è pensiero e pensiero è sentimento. Ciò fa l’uomo autentico, e Marco Onofrio infatti qui compie un’azione storica. Lascia scolpito un segno, una testimonianza: su carta, su tavoletta e infine su pietra. Si coglie in lui un senso di gratitudine per il possesso di un tale sentire, una tale condizione. Trovata con lui la sintonia, il lettore può abbandonarsi: non certo per stanchezza, ma come cavalcasse i versi che incontra, che diventano sempre più canzone. E la canzone allinea gli oggetti e i temi. Dal tempo, un elemento infinito, alla quantità delle nostre presenze. Presenze passate, passanti e future, senza posa, di noi abitatori di un solo piccolo pianeta. Si trova molta anima in questa opera, in quanto ci si può alimentare con gli elementi del corpo e liberarla. Dallo “sperma”, al “fiato”, all’“ossame”. Svetta il personaggio “amore”, legame, confine e congiunzione fra le due parti di ogni singola vita, la provvisoria e l’eterna, quella percepibile e quella dello spirito. L’amore infine recita se stesso, cioè canta in proprio e riempie di note l’aria, quando si arriva alla poesia “È l’amore”. Anche i titoli delle singole poesie risentono di un modo di assoluta invenzione: “Rosso femmina”, “Ai bordi delle nuvole”, “Stelle a mezzogiorno”. Non si può che giungere all’analisi paradossale, cioè poeticamente esclusiva, del “mito” e della “morte”. Come altrimenti entrare nell’“altrove”, promesso dal titolo del libro? Già il moto diviene volo e la voce si fa più ferma. Dopo l’unificazione in se stesso, Marco Onofrio inizia il cammino inverso, che consiste nello sdoppiarsi. Arriva a interrogare Dio, a fare della parola il verbo, la fede nella grande “memoria”. Il qui ed ora è divenuto il sempre e in ogni luogo.

Alberta Bigagli            

 

www.poesia2punto0.com, 5 luglio 2013 
Recensione a "Ora è altrove" -  Il simbolismo utopico di Marco Onofrio 

Lo «spazio atopico» entro cui si costruisce questa poesia è uno spazio privo di direzionalità, come nella fisica subatomica, regna sovrana l’indirezione delle particelle elementari, lo scontro di tutte le particelle in tutti i luoghi e la loro disparizione, e la loro ricomparsa in altri luoghi e in altri istanti di tempo; il «Tutto» è questa molteplicità di direzioni: l’apparire non indica più una fenomenolgia dell’essere, ma è un segnale semaforico che indica tutte le direzioni possibili e compossibili («la verità resta indecidibile»). L’indirezione regna sovrana, e l’ellissi e il traslato ne sono gli equivalenti nel piano delle retorizzazioni: non c’è metafora che non sia indicata se non attraverso un impianto di fuga. Esattamente l’opposto della metafora che indica il ponte tra due enti. Esattamente l’opposto dell’allegoria che indica un Essere immutabile soggiacente sullo sfondo delle immagini. Il ritmo fondamentale è dato dall’andante con brio; qui il correlativo è liquido, simbolico, simbiotico, non indica un referente che sta nel mondo degli oggetti ma un movimento in tutte le direzioni: è «Morgana», «è terra che svanisce», un mondo che c’è e non c’è, che appare e scompare. La poesia di Onofrio si muove sul piano di un irrealismo magico, di un ipnotismo: la poiesis è gioco di specchi che si illuminano e si accecano a vicenda, la storia è fantasmagoria che si accende e si spegne («l’arciere è ovunque… è una forza cieca, egoistica, insensata / che non significa e non vuole nulla / oltre di sé»; «Nascere vivere, far nascere morire / mutare restando, crescere passare in un deserto limpido fiorito»). Siamo nel mondo privo di volontà e di rappresentazione: «la verità resta indecidibile», ed Euridice «scompare dentro il nulla». Siamo all’interno una filosofia del «nullismo» (per usare una dizione di Roberto Bertoldo), dove tutti gli enti scompaiono dentro il «nulla», senza dolore, senza storia, senza «reale». L’«istante» (la temporalità) nella poesia di Onofrio è il conduttore della Storia, non si lascia catturare né dallo sguardo immobile né da un occhio in movimento, legata ad un’onda che è al contempo sonora e insonora, trasporta e non porta in alcun luogo; la «trasformazione» non trasforma un bel nulla, la «trasformazione» è il «nulla», «l’arciere è ovunque». La poiesis è strumento di razionalizzazione del «vestimento delle cose» («Cercavo l’asola del tempo»). La forza della razionalizzazione è data dall’impulso del traslato. Non c’è una datità perché nulla si dà, non c’è più un «oggetto» perché non c’è più un «soggetto» (almeno come lo abbiamo conosciuto), se non liquidiformi; infatti nella poesia di Onofrio le metafore e i simboli liquidi abbondano. Non c’è più un paradigma (metrico, tecnico, stilistico) cui si possa fare riferimento: dietro c’è il «vuoto» e davanti l’«ignoto»: Euridice che «scompare dentro il nulla», ne è l’emblema più eloquente. A monte, non c’è più il complesso di Edipo ma il complesso di Telemaco, il soldato che aspetta su un’isola deserta che il «padre» ritorni per liberarlo dalla solitudine dello «spazio atopico». Scrive Onofrio: «Musica, musica / ho sete di musica / in ogni fibra dell’anima / vibro d’assenza». È qui chiaro il discrimine di un verso sonoro e cantato che intende sedurre e indurre il lettore a seguire l’autore nei meandri dei suoni e delle sue fantasticherie. C’è qui una chiara presa di distanza dal versante in-sonoro e prosastico di un’altra direzione della poesia contemporanea: è l’idea di seduzione che vuole portare il lettore in un «altrove», che lo vuole dis-togliere dal suo «ora». Il verso musicale di Onofrio vuole colmare la distanza che si apre tra l’«ora» e l’«altrove», in questa accezione il suo è un verso post-simbolistico, che si fa erede della lirica di Mallarmé e Valéry e di un certo D’Annunzio ma senza lo sdoppiamento, senza alcuna duplicazione di mondi e di simboli come avveniva nel simbolismo; in Onofrio la restaurazione lirica va intesa entro la cornice categoriale di una poiesis che si faccia «epifania nel suono», perché «la vita è l’arte dell’addio (…) istante dopo istante / un grande addio»; l’addio non è esilio, è separazione consensuale tra due viandanti, perché «È bella di tormento la poesia / del riverbero, dello scomparire / in un tramonto. Come vivere / altrimenti? Quale alternativa?». Appunto, non c’è alternativa alla seduzione dell’abbandono e all’attesa (ancora una volta ritorna il mito del complesso di Telemaco), e la Storia è il luogo integrale dell’attesa; così l’utopia, così il soggetto e l’oggetto; «il grande silenzio dell’universo» è qualcosa di agghiacciante, di non nostro, solo la «parola» fa dell’universo un universo per noi comprensibile, ma è una parola «senza referente». E qui l’ateismo del poeta romano sconfina con il suo personale «nullismo» filosofico.

 

L’universo è una parola:
l’unica non vera,
l’unica non nostra.

 

Di recente, ad una mia sollecitazione sul blog moltinpoesia.wordpress.com Marco Onofrio mi rispondeva così: "tu sei intensamente e compiutamente “postmoderno”, cioè ti riconosci in un mondo che dà ormai per assodata e scontata la scomparsa delle “cose nobili”. Infatti, appena uno aderisce “toto corde” a una posizione implicante altezza e integrità dei “valori” (ma anche la loro parvenza, velata o sperata), lo tacci subito di ingenuità. Non potrebbe darsi, invece, che – perfettamente consapevole della frattura moderna – costui/costei aderisca a quei valori non per ingenuità, ma per lucida volontà mirata? Forse ti sei troppo imbevuto alle acque torbide dei “maestri del sospetto”, dimenticando che quella fase del pensiero occidentale si rese necessaria come contraltare storico alla tracotanza delle metafisiche autofondanti, che pure hanno generato mostri ed eccidi inenarrabili; ma, in quanto tale, è una fase ampiamente superata, cui contrapporre le possibilità evolutive di una nuova integrazione e, diciamolo pure, di una nuova fondazione di valori. Non siamo più ai primi del Novecento! Non c’è più un Ottocento monolitico da smantellare: sarebbe assurdo affrontare i problemi estetici e poetici con lo stesso atteggiamento che ebbero a suo tempo le avanguardie storiche (come se, appunto, non ci fossero state – e poi, di seguito, le loro spesso sbiadite e rimasticate propaggini degli anni ’60-’70). So che guardi con sospetto la lirica e l’elegia, ad esempio, a prescindere dai risultati ottenuti, come forme espressive irrimediabilmente obsolete. Invece io credo che la vera risposta evolutiva al postmoderno preveda un superamento olistico di qualunque forma di assolutismo, di “a priori”, di griglie preconcette, anche nel modo di fare critica. Come sai, esiste il conformismo dell’anticonformismo; e anche una visione rigidamente relativistica finisce per trasformarsi, suo malgrado, in una forma più o meno cieca di assolutismo. Al bando dunque i preconcetti: tutto andrà esperito e valutato, di volta in volta, con apertura mentale e capacità di discernere l’appropriatezza del mezzo al diverso fine espressivo. Nessun ostacismo aprioristico nei confronti delle forme tradizionali, compresa la metrica. I bagagli tecnici devono servire ad ampliare la gamma delle potenzialità, non fungere da ostacolo paralizzante. La metrica va studiata e metabolizzata – fra gli altri strumenti della tradizione – per ricavarne e ricrearne una propria, cioè personale, originale, funzionale al ritmo e alle vibrazioni del proprio respiro espressivo (ogni poeta autentico lo ha: come le impronte digitali). E non per forza questo processo di assimilazione deve portare alla “sconfessione” della metrica, cioè al grado zero del problema. Si vedrà caso per caso, poeta per poeta. E anche chi si ostinerà ad usare in modo ortodosso forme canoniche della tradizione – come ad esempio il sonetto – non andrà giudicato per la scelta in sé, ma per i risultati espressivi che saprà trarne. E viceversa: non basterà abbandonare tout court i vincoli metrici per essere dichiarati “poeti”…"

Si comprende come all’interno di questa petizione di poetica non si dà né si può dare alcun correlativo oggettivo; già parlare di «oggetto» in questa poesia è un contro senso. La teoria del «correlativo oggettivo» in Eliot ed il concetto di «metafora tridimensionale» in Mandel’štam, sono strumenti di razionalizzazione e di semplificazione della forma-interna della poesia, introducono un dispositivo concettuale ed estetico che riordina (rende più complesso), ad un piano estetico più alto, il modo di «rappresentare» in arte il «reale»; introducono una procedura «tecnologica» che riordina in modo «nuovo» la forma-interna della poesia come era giunta ad essi dalla civiltà del simbolismo europeo. I nuovi dispositivi estetici impiegano una serie di «complicazioni» e di accorgimenti tecnici il cui risultato finale è una straordinaria «velocità» della «nuova poesia» rispetto alla verbosa «lentezza» e al descrittivismo della poesia simbolistica. Procedono, insomma, ad una «ristrutturazione della visione», e non solo, ma anche ad una «ristrutturazione della forma-interna» della poesia. Iniziare il Novecento poetico con Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio senza dar conto delle ragioni che determinarono l’assenza di un simbolismo italiano, significa rendere omaggio ad un certo indirizzo accademico quantomeno acritico e aproblematico. Un errore metodologico e un errore critico. Pascoli e D’Annunzio sono, dal punto di vista del simbolismo europeo, dei perfetti estranei; come non fanno parte del simbolismo essi sono i punti terminali dell’Ottocento poetico italiano. Concludono l’Ottocento?, ne aprono uno nuovo?, ma il problema qui si complica: di fatto, nel Novecento italiano, accade che un autore pre-simbolista come Pascoli sia quello la cui influenza si è rivelata più profonda e duratura. Come è possibile che un fenomeno del genere sia accaduto?. Fatto sta che Marco Onofrio preferisce ripartire dalla poesia di Dino Campana: la restrutturazione lirica del poeta di Marradi vive di eccessi linguistici e di scarti semantici, intensità impressionistiche e affondi espressionistici; è una strada presto abbandonata, che non verrà più calcata nel Novecento, e ciò per varie contingenze storiche: la poesia campaniana resterà un unicum, priva di svolgimento: un vicolo cieco. Per i paradossi del destino storico, i Canti orfici offrono adesso la griglia concettuale e simbolica alla poesia del poeta romano. Ma facciamo un passo indietro. La «rivoluzione inconsapevole» operata dal Pascoli in Italia nel primo Novecento ha il suo corrispondente nella «rivoluzione consapevole» introdotta dai grandi poeti europei d’inizio Novecento: così è da intendere la «rivoluzione modernista» (gli «ossimori dialettici» indagati da Jakobson) introdotta da Pessoa nella poesia portoghese; così è da intendere la rivoluzione modernista nella poesia spagnola introdotta dai poeti della generazione di Lorca e Machado; così è da intendere la rivoluzione introdotta nella poesia ceca da Macha, e così via. Ciò che in altre letterature e in altri contesti culturali è avvenuto attraverso una rivoluzione consapevole, in Italia si verifica invece mediante un fatto straordinario e perfettamente in controtendenza: l’unica «rivoluzione» possibile è quella «inconsapevole» operata dal poeta di Romagna. L’operazione di Pascoli, pensata su una scelta di tematiche circoscritte a un cabotaggio di tematiche rurali, ha avuto sulla poesia del Novecento una influenza e una durata davvero sorprendenti; non è senza significato che quel traliccio stilistico e lessicale costituirà il paradigma del riformismo moderato della poesia italiana del secondo Novecento. Paradigma duraturo e inestirpabile proprio a causa di quella inconsapevolezza. Pascoli fornisce il cliché, il traliccio, il paradigma (metrico, tecnico e stilistico), di ogni futura operazione estetica in poesia. Tutto ciò è alquanto paradossale ed inspiegabile se non riconnettiamo questo fenomeno a quello costituito dalla insufficiente penetrazione nella poesia italiana del simbolismo europeo. Marco Onofrio fa due passi indietro: salta all’indietro la «poesia degli oggetti» perché non sa che farsene degli oggetti, salta lo sperimentalismo perché del tutto inutile ai suoi fini; salta, sempre all’indietro, quel po’ di orfismo che ancora resiste e ritorna all’endecasillabo del primo Novecento come unità di misura e unità di mediazione del pentagramma dei toni. Dietro il suo endecasillabo c’è la poesia di Dino Campana, visto come poeta fondatore in chiave anti montaliana e antisperimentale; così, Onofrio è costretto a inventarsi un verso sonoro e un proprio simbolismo psichico. Onofrio «scioglie» l’iconologia palazzeschiana per fonderla con l’espressionismo della poesia di Dino Campana. È significativo che un poeta tipicamente novecentesco come Aldo Palazzeschi inventa un suo personalissimo «simbolismo psichico e iconico» come antesignano di un simbolismo poetico che non c’è mai stato: Palazzeschi pubblica, a vent’anni, la sua prima raccolta, I cavalli bianchi, nel 1905, la seconda Lanterna nel 1907, a proprie spese e L’incendiario nel 1913. In realtà, più che di «realismo lirico» o «psicologico», come è stato chiamato, più che di «crepuscolarismo» o «futurismo» del primo e secondo Palazzeschi, come è stato detto da una parte della critica, sarà bene sgombrare il campo dalle terminologie fuorvianti e definire lo stile del primo Palazzeschi come irrealismo magico, espressionismo utopico con capovolgimento della iconologia poetica della poesia primonovecentesca. La finta cadenza narrativa o criptonarrativa di Palazzeschi opera una completa de-psicologizzazione della sua poesia, la sottopone ad una rigorosissima procedura di riduzione marionettistica. Palazzeschi si libera in questo modo, e per sempre, dalla tendenza alla psicologizzazione e all’aura del poetico presenti nei due modelli italiani: Pascoli e D’Annunzio. Palazzeschi reinventa un suo personalissimo simbolismo, sottoponendolo ad una rigorosissima procedura di carnevalizzazione e teatralizzazione; riduce la cartografia e la iconologia del simbolismo a mero catalogo di figurazioni onirico-archetipiche: il «grande castello», il «grande cancello», il «grande viale», le «cento colonne di ferro», le «due monache nere», i «cavalli bianchi», il «Signore», «le tuniche bianche di coppie danzanti», con effetti di prototipico pre-espressionismo onirico: «fiamme gialle ne la nebbia densa», «fiamme di viola ne la nebbia densa»; tutto un repertorio palesemente irrealistico e naif camuffato con movenze e cadenze criptonarrative. Allo stesso modo, Onofrio de-psicologizza la sua poesia nel mentre che costruisce il suo spartito sonoro, innesta nel suo albero gentilizio Palazzeschi su Dino Campana, ottenendo un risultato singolare. Per Onofrio il secondo poeta con cui inizia il Novecento poetico italiano è Dino Campana (Canti orfici, 1914); anche qui, sia in Palazzeschi che in Campana, siamo di fronte ad una «rivoluzione consapevole» di portata strategica dirompente: l’adozione da parte del poeta di Marradi del genere del poemetto in prosa come sortita dalla difficoltà di fuoriuscire dalle secche della koinè pascoliano-dannunziana. Campana ha la necessità di alzare il tono, innalza lo stile ad un diapason difficilmente compatibile con quella koinè; è questo il motivo per cui il poeta di Marradi adotta un genere allora poco in voga nella poesia italiana: il poemetto in prosa e il genere innico. Per la prima volta nella poesia italiana del Novecento viene elaborata una poetica del lutto e della perdita in analogia con ciò che avveniva in altri paesi europei (basta pensare alla poesia di Trakl e Stefan George in Germania, Holan e Halas in Cecoslovacchia). Con l’ingresso del ventesimo secolo, il processo della poesia moderna entra in una fase nuova. Nei primi dieci anni del Novecento il mondo artistico dell’Europa fu scosso da una serie di esplosioni letterarie a catena. Oggi di tutto ciò è rimasto l’eco del verso cantato e sonoro di Onofrio come il mare è racchiuso nei solchi interni della conchiglia. Onofrio riparte, come può, dal verso cantato della tradizione senza poter più contare su quella catena significante che ne costituiva l’ossatura, senza l’intelaiatura di simboli e di corrispondenze che due secoli fa nutriva la poesia di Baudelaire. Quello che resta è un ricalco sonoro, ristrutturato, del verso cantabile del primo Novecento tradotto nei termini di una poesia che ha adottato stabilmente la via maestra del colloquio narrante.

Giorgio Linguaglossa

 

"Leggere:tutti", luglio 2013, p. 54 - Recensione a "Ora è altrove"


Non è facile che Giorgio Bàrberi Squarotti usi espressioni entusiastiche nelle prefazioni, specie a sillogi poetiche. Questo accade, invece, per la raccolta di Marco Onofrio "Ora è altrove", di cui il celebre critico scrive, dopo aver dato una sintetica e precisa panoramica delle mode poetiche odierne, anzi "post-moderne": "L'opera di Marco Onofrio è esattamente l'opposto di tale moda, ne è la confutazione grandiosa e possente". Bene. Cosa aggiungere? E' che Onofrio, studioso a cui va ascritta almeno una duplice prova basilare su due autori del secolo scorso (Campana e Ungaretti), ha fatto sua la problematica sostanziale della vera poesia, la quale è piena di perché dolorosi che tornano come boomerang dal muro del mistero a noi, accresciuti. La poetica di Marco Onofrio è un attonito interrogativo dell'uomo posto di fronte all'universo, ma un universo non ostile al modo degli ermetici, bensì vitale, dolcemente impenetrabile, unica nostra parola possibile. Il grande silenzio del cosmo, verbo che lo segue, è parola che noi stessi gli dobbiamo porre e da noi stessi dobbiamo rispondere. Siamo veramente di fronte a un poeta - Onofrio - poderoso, filosofo che usa il canto, ad esempio, come fu per il divino Leopardi. Di più non posso dire. Ma la tensione di questo autore verso quanto è infinitamente più grande di noi, mi fa riflettere sulle ultime opere di Bruno Fabi, il fondatore della scuola filosofica "Irrazionalismo sistematico", intuizioni e teorie infitte nella scienza astronomicva e riflesse nell'inestricabile situazione umana, di noi posti su un punto qualsiasi del firmamento. Onofrio non ha conosciuto Bruno Fabi, perciò il suo pensiero risponde a un'originale sensibilità lirico-filosofica che sposta, finalmente, la visione finora terrestre e personalistica di tanti vati, verso un orizzonte cosmico, dove la nostra domanda si inceppa in ciò che non contiene risposta, ma che continua a chiedere, con estrema coscienza lievitata di drammaticità: "Chi è che pronunciò la parola dell'universo? Chi deve dirla o continuare a dirla?

Aldo Onorati


"Imperfetta ellisse blog", 18 settembre 2013 - Nota su "Ora è altrove"

La poesia prevede di riconoscere scenari antropologici ed epici capaci di attraversare, inesorabilmente, la corporeità umana, nelle diverse sfumature, riconducendo il passato e il presente a un messaggio, spesso, incompiuto, destinato a coloro che sanno leggere gli innumerevoli significati nei diversi futuri possibili. Marco Onofrio, nel suo lavoro poetico Ora è altrove, Lepisma 2013, ribadisce le attribuzioni sovrapponibili dei sensi delle esistenze. Le singole parole stampate formano un collage di potenti realtà e fantasticherie tali da farci rispecchiare nelle mutevoli facce del mondo, con consapevolezza, senza sottrarci al fallimento di doverne subire il collasso, l’emorragica bolgia. Lo sguardo dell’autore è rivolto verso ogni arco, ogni lapillo, ogni curva o spiraglio di vita o di memoria. L’indagine è attenta, meticolosa, accurata: viene attraversato ogni tessuto umanizzato, ogni dominio artistico, infatti le forme si espandono e diventano cosmiche dilatandosi fino a diventare suoni. Il vocativo si impenna nell’esperienza onirica con un occhio che guarda altrove, oltre, mentre i discorsi interiori si muovono per cercare e scoprire la realtà nascosta negli attimi terreni, nelle funzioni delle cose. Ogni poesia è un incontro con un luogo, con un tempo, con una stagione o con un sogno. L’anima è in continua corrispondenza con i paesaggi e si astrae perché i suoi dialoghi sono assolutamente complessi, spesso contraddittorii. La forma della poesia è strettamente interconnessa con la struttura della realtà, quindi la poesia è collocata nelle cose, come esperienza: resta il dubbio del tempo che ci spinge oltre il cerchio del concreto. Onofrio eleva coscienza e intelletto spingendosi verso la tridimensionalità della percezione: una forzatura, forse; oppure una capacità di guardare, inventare. 

Rita Pacilio

 

www.specchioromano.it - 7 novembre 2013

Giuseppe Ungaretti e Roma: una conferenza di Marco Onofrio

Roma, città inesauribile dal punto di vista culturale, ci riserva continue sorprese. Lo sa bene Marco Onofrio che ha deciso di farla conoscere attraverso lo sguardo degli scrittori del Novecento, dedicando loro un ciclo di conferenze. Il primo incontro, alla Biblioteca Vallicelliana, ha avuto come tema "Giuseppe Ungaretti e Roma". Il poeta era nato ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, ma quando nel 1922 andò a vivere a Roma la città entrò prepotentemente nel suo percorso biografico. Con le sue rovine la Capitale è memoria sintetica del mondo, delle nostre radici culturali. "Ma Ungaretti ne è attratto anche" – ha spiegato Onofrio – "per le sue origini etrusche. Poi, negli anni ’20 la natura intorno a Roma non era ancora stata distrutta dall’inurbamento ed era per alcuni versi intatta". E’ proprio a Roma che Ungaretti si realizza compiutamente come uomo (diventa padre), come intellettuale, come poeta e persino come insegnante. Frequentava il caffè Greco e il caffè Aragno. In quest’ultimo locale ebbe un’accesa discussione con Massimo Bontempelli, raccontata da Marco Onofrio con vivezza di particolari. La lite sfociò addirittura in un duello nella villa di Pirandello. Il poeta ne uscì lievemente ferito ma del tutto riappacificato con Bontempelli. "Ungaretti" – ha continuato lo studioso – "prese a frequentare l’ambiente artistico di quella che sarà poi chiamata la Scuola Romana e divenne anche critico d’arte, scrivendo introduzioni ai cataloghi di vari autori. Nel 1927, a causa dei suoi problemi economici, fu costretto a trasferirsi a Marino, dove visse l’ostilità del poeta locale Leone Ciprelli". Il Barocco romano – che per Ungaretti era la memoria della coscienza occidentale saltata in aria - lo affascinava e lo turbava al tempo stesso. Lo considerava il trionfo dell’effimero. Marco Onofrio ha letto alcuni versi e brani di prose, soffermandosi su descrizioni particolarmente evocative, come quella del Colosseo, "enorme tamburo con orbite senza occhi". Quando scrive "Mio fiume anche tu, Tevere fatale", si capisce che Roma è finalmente diventata la sua città. Ungaretti ne ha colto il più intimo segreto: Roma è l’arca febbrilmente superstite dei valori umani. I prossimi incontri saranno dedicati a Pavese, Pirandello e Flaiano.

Cinzia Dal Maso

 

neobar.wordpress.com - 18 novembre 2013

"Ora è altrove": la poesia di Marco Onofrio 

Questa nuova potente silloge di versi (Ora e altrove, Roma, Lepisma, 2013) di Marco Onofrio – poeta di peculiarissima forza espressiva, assai ricco di contenuti stilisticamente risolti con esiti di notevole valenza, tali cioè che lo pongono tra i “migliori fabbri” dell’attuale panorama poetico – smentisce nei fatti alcune convinzioni scettiche sulla poesia contemporanea, che molti vorrebbero “morta” da tempo e tutt’al più in sonno, come usa dirsi, cioè condannata al silenzio dal sormontante strapotere dell’economia e del danaro, e comunque «fortemente diminuita tanto nella società quanto nella stessa vita delle parole» (Steiner). Chi si aspetterebbe oggi, in tempi di minimalismo residuale, ancora una grande narrazione in versi, quale la silloge è, a ridosso e a conferma di un dire ore rotundo al quale il poeta si offre in olocausto, ricco di vitalità spirituale, sin dalle prime prove (Squarci d’Eliso, 2002; Autologia, 2005; D’istruzioni, 2006; Antebe. Romanzo d’amore in versi, 2007; È giorno, 2007) alle più recenti (Emporium. Poemetto di civile indignazione, 2008; La presenza di Giano, 2010; Disfunzioni, 2011)? Occorre considerare che la ormai più che decennale attività di Marco Onofrio, oltre ad avere il carattere di un fittissimo continuum tematico, per la rivendicazione dei valori che danno fondamento alla vita, rappresenta altresì, contestualmente, una linea di sviluppo e di affinamento anche sul piano formale e tecnico-espressivo. E se a nessuno che conduca una minima analisi dei testi può sfuggire la pregnanza complessiva di tale prolungata operazione, che diremo stilistica nel senso che intendeva Leopardi («Il poeta è tutto nello stile»), a me la poesia di Marco Onofrio appare, considerando lo stile, un robusto modello di rivincita della poesia e di poetica della resistenza, rispetto alla decadenza dei tempi e alla crisi della poesia stessa; una ribellione sostanziale al moderno “andar per versi” con mezzi impropri; un convinto tentativo di rinascita di quella “stessa vita delle parola” che George Steiner denuncia come periclitante carattere della poesia dei nostri tempi. E qui il discorso si fa molto serio e molto interessante: se se ne sono occupati, nello stesso agile volumetto, due numi tutelari della moderna letteratura, i quali, marcando entrambi la distinzione, hanno, insieme ai versi di Onofrio, suggerito a chi scrive le presenti considerazioni. Scrive Dante Maffìa, in postfazione: «Tra i poeti contemporanei non ce n’è uno solo che ormai abbia il coraggio e la passione di affrontare i grandi temi che da sempre hanno ispirato la poesia... Onofrio non ha paura di affrontare i temi alti, quelli che ricostruiscono il mondo e lo riavviano a un nuovo senso; non porta al grado zero la scrittura e i significati, anzi li carica e li accende di nuova luce semantica e proprio grazie alla ‘dolce vertigine di esistere’». E Giorgio Bàrberi Squarotti, in prefazione: «È da un po’ di tempo divenuta di moda una poesia minimale, derivata da quella ridicola invenzione per grulli che fu il ‘post-moderno’: una sorta di crepuscolarismo, ma proprio banale e bassa, priva di ogni ironia, di ogni sapienza di parodico gioco... Ecco: l’opera di Marco Onofrio è esattamente l’opposto di tale moda, ne è la confutazione grandiosa e possente, ben memore della sentenza oraziana che la poesia non sopporta, in quanto valore supremo, le ciance in versi...». Bàrberi Squarotti pensa al crepuscolarismo di Gozzano e alla “scuola dell’ironia” (la definizione è di Marziano Guglielminetti) raccolta intorno al poeta di Torino, alla grande poesia, cioè, lavorata su una materia frusta, sui miseri spunti del realismo borghese primonovecento, capace però di irridere alle proprie stesse miserie e, proprio per questo, grande e moderna al contempo. Se fosse questo l’“andar per versi” contemporaneo − pensa l’eminente critico – sarebbe comunque, pur nei suoi limiti oggettivi, da ascrivere al genere poesia, ma così non è; dunque per ragioni oppositive è poesia quella di Marco Onofrio, proprio in quanto sostanziata di temi universali e grandiosi, “grandiosa e possente”, appunto. La riflessione di Dante Maffìa punta, in forma subliminare, a sostenere il valore intrinseco di un persuasiva e vigile liricità della poesia di Onofrio, se, preservandolo dalla deriva del grado zero, ne pone in evidenza la potenza espressiva, la “nuova luce semantica” della parola chiamata a significare il brivido dell’esistenza. E dal suo punto di vista, che è quello del poeta dell’assoluto e dell’universale, l’apologia del poeta che tratta è anche apologia dei propri versi: apologia in senso socratico, s’intende, come autodifesa e rivendicazione di uno stile, di un modello, di una opzione contrastata e difficile da praticare, nella palude nichilista del minimalismo contemporaneo a buon mercato. Trovandomi dinanzi ad Ora è altrove di Marco Onofrio, m’è occorso d’imbattermi in questo speciale approccio critico, affacciato sul moderno dibattito intorno alla poesia, in un ininterrotto confronto di militanza nel quale sempre cerco il senso del vivere, discettando di letteratura e dei significati del tempo. Ma ciò non mi ha impedito di leggere, rileggere e apprezzare questa più giovane creatura del poeta che, declinando insieme il tempo e lo spazio, l’ora e l’altrove, pone il significato della nostra vita in uno spazio non remotisssimo che la poesia, stellare mirabile invenzione, ha il compito di svelare, amando e impegnandosi in una esaltante avventura nella quale, dentro le nuvole e il cielo, c’è la calda vita degli uomini e la “possente” vita dello spirito, la verità che si cerca, il dio desiderato e lontano. Il ritmo di questo viaggio, senza nostos, è scandito dall’ansito del cuore che lo compie ed è tradotto nella parola che trionfa dei suoi stessi limiti, con le classiche misure dell’endecasillabo e del settenario, ergendosi sulle proprie miserie: «È il fuoco delle stelle che riduce / l’amore sconfinato, la beltà / in cenere di versi, Tu / senti il respiro della terra / sotto i piedi: le zolle, le radici, / il nutrimento. È verità». Questo è solo un esempio (ma il libro è tutto quanto fatto così: nel contenuto e nella forma) di epicità applicata ad una condizione umana miserevole e servile, bisognosa di tutto, in qualche caso forse inutilmente eroica, però in sé fidente e che ha voglia di sopravvivere con le armi della poesia, che è la rivolta più alta che si possa pensare.
Gennaro Mercogliano

www.specchioromano.it, 12 dicembre 2013
Recensione a “Non possiamo non dirci romani”

“Non possiamo non dirci romani”, afferma Marco Onofrio - parafrasando Benedetto Croce - nel titolo di un suo recente saggio (Edilazio, 272 pagine, 22,00 euro). Infatti, spiega nell’introduzione al volume, "essere romani finisce quasi per costituire un attributo dell’essere umani". Roma è per Marco Onofrio una delle città più aperte del mondo, la mamma che accoglie tutti. Ma è anche la città in cui ogni uomo, "di qualsiasi epoca e provenienza, è messo nelle condizioni di ri-conoscersi, di sentire un brivido eterno, di sfiorare la propria essenza". Così lo studioso ha raccolto nel libro cinquanta saggi che permettono di conoscere i rapporti – ammirati, conflittuali, a volte difficili – con la città eterna di illustri personaggi. C’è la Roma dei poeti, quella piccolo borghese di Giorgio Caproni maestro elementare alla “Francesco Crispi”, quella barocca di cui Ungaretti si illumina, quella periferica di Pasolini, appassionato di calcio dilettante. “Anzi: del pallone, per estensione metonimica”, spiega Onofrio. “La partita è improvvisata e confusa, e spesso di gioca in mezzo al fango, o sui prati secchi, o sugli spiazzi di terra battuta delimitati da mucchi di rifiuti. Lo scenario è quello delle borgate. O dei palazzi dozzinali delle nuove periferie. Dove si agitano i ragazzi di vita, in cerca di esperienze e di possibili emancipazioni”. Roma è stata anche il teatro dell’incontro di Totò e Pasolini. Entrambi amavano questa città, anche se in modo diverso. “Erano due grandi poeti, due lucidi scrutatori dell’animo umano. Amavano sinceramente gli umili”. Anche alcuni stranieri innamorati di Roma popolano il libro di Marco Onofrio: Ingeborg Bachmann, Martin Heidegger, Goethe o Gogol, “uno di quei giganti sommersi della cui statura ci si rende tanto più conto in retrospettiva e come in controluce”. “Estasiato dal clima solare di Roma e dalla verità umana di Trastevere, Gogol considerava la città eterna come il luogo della sua felicità personale e creativa, il buen retiro dove poter ritrovare se stesso e sentirsi in pace con il mondo”. Qui avrebbe portato a termine la sua maggiore impresa letteraria, “Le anime morte”, come avverte ancora la lapide apposta sulla casa che abitò a via Felice 126, oggi via Sistina 125. A Roma lo scrittore russo incontrò Giuseppe Gioachino Belli e attraverso i suoi sonetti, conosciuti in anteprima, imparò a interpretare la città. James Joyce, invece, odiò Roma, dove soggiornò nel periodo più buio e desolato della sua vita. Non riuscì ad ambientarsi, si sentiva solo, disadattato, esule, ricominciò a bere ed era oppresso dalla miseria.

Antonio Venditti

www.controluce.it - 17 dicembre 2013
Recensione a "La scuola degli idioti" 

Piero Chiara soleva ripetere che scrivere un bel racconto è più difficile che scrivere un bel romanzo. Il racconto è sintesi e misura, arco teso che permette alla freccia di andare al bersaglio senza sbavature. Ma l'Italia letteraria continua ad essere refrattaria agli scrittori di racconti e le case editrici rifiutano di pubblicarli perché, dicono, non si vendono (come se i brutti romanzi si vendessero!), e perché non appassionano. Però quest'anno l'Accademia di Svezia risponde indirettamente a questo pregiudizio assegnando il Nobel a una scrittrice di racconti brevi, Alice Munro. Può essere l'avvio per un mutamento di direzione? Nella grande tradizione del nostro Paese il racconto è capolavoro fulgido e limpido, con esempi lampanti che vanno dal Novellino a Boccaccio, a Masuccio Salernitano, a Sacchetti e, nel Novecento, da Pirandello ad Alvaro, da Bontempelli a Soldati, a Chiara, a Landolfi, per fare soltanto qualche nome. Comunque, incurante delle mode e delle occasioni, Marco Onofrio pubblica, con La scuola degli idioti (Ensemble edizioni, 2013, pp. 140, Euro 15), un libro di racconti che hanno un piglio molto particolare: fuori dalle assuefazioni, liberi assolutamente, sia nelle espressioni, sia nel linguaggio e nei temi. Non si è posto una barriera, un limite, un tema entro cui cincischiare o sostare ossessivamente, ma ha ribaltato i termini andando verso una forma eclettica che investe le ragioni più intime della sua scrittura e gli dà quella precisa facoltà di interpretare il sociale da una angolazione insolita. Per poter comprendere fino in fondo l'operazione messa in atto dallo scrittore bisogna un attimo soffermarsi a descrivere la qualità del suo carattere, il magma di entusiasmo e di cultura che egli è, l'irruenza che lo determina e lo spinge all'agone. Un agone che ha perfino tinte donchisciottesche e alla Rabelais, ma che poi si piegano all'ansia carezzevole del poeta per trovare una soluzione che non trascuri le segrete scaturigini da cui nascono le storie. Onofrio è un impasto di leone, di orso e di lupo famelico, che però ha lasciato la ferinità all'umore per farsi, di volta in volta, messaggero di valori. Infatti nei suoi percorsi c'è una disponibilità umana a comprendere ciò che muove le azioni, da far pensare a volte a filosofi come Montaigne o Pascal. Sì, un'ansia etica di forte tempra che si sparge nelle pagine e le irrora di quel fulgore celestiale che rende il tutto opera da godere, certamente, ma anche da meditare a lungo. Gli esempi in questi racconti sono a ogni pie' sospinto eppure non ci sono pesantezze o noie nel leggerli, perché egli vola e fa volare, descrive l'animo dei protagonisti a presa diretta, spesso fino a far trionfare la vita sulla letteratura. Marco Onofrio è arrivato a sapersi districare come un Chesterton affinato e diffidente, godereccio, allegro, ridanciano, che tuttavia non riesce a trattenere l'indignazione quando, e proprio quando, il ritmo narrativo si fa intenso e accattivante. In questa maniera i racconti diventano sintomo vivo della realtà di tutti i giorni, anche laddove prendono la strada del surreale, del favoloso, dell'incredibile. Lo scrittore non si abbottona e non si astrae da ciò che sta scrivendo e, di conseguenza, fa sentire le vibrazioni calde della creazione. Avendo egli alle spalle ormai tantissime esperienze (critica letteraria, poesia, narrativa, giornalismo, saggistica), non trova difficoltà a saper maneggiare l'ironia e la tenerezza, l'assurdo e il reale, il piccone e la nuvola; e gli esiti sono sempre felici, grazie anche alla duttilità degli strumenti espressivi che realizzano limpidezza di immagini, scansione calibrata e visionarietà affascinante nei momenti più inaspettati. Prova ne sono le conclusioni dei racconti e l'amaro che lasciano in bocca, il desiderio di qualcosa che è sfuggito di mano. La nostalgia di un eden che potrebbe realizzarsi e che invece diventa polvere di parole. L'impressione a volte è che Onofrio si trovi in mezzo a quel meraviglioso guado che sta tra la letteratura d'impegno e quella sperimentale. Un fatto assolutamente nuovo nel panorama italiano che o ha visto giocare senza finalità gli scrittori in giochi linguistici di prestigio per la ghiottoneria dei filologi, o li ha visti grondare di posizioni ideologiche che non portavano la narrativa da nessuna parte. Perché l'arte non sopporta i padroni e le imposizioni, e vive in maniera anarchica le sue libagioni di vita, di sogni e di morte. Ecco, le libagioni di Marco Onofrio sono fatte di queste sostanze; egli le nutre con il suo entusiasmo, con il suo vigore, con le sue contraddizioni, con i suoi umori che si muovono circolarmente andando in cerca dell'Aleph. Tuttavia non è narratore metafisico tout court: ne sfiora ogni tanto le ruote acuminate e scardinanti, ma l'abbacinamento, come direbbe Canetti, lo fa avvenire a piccoli passi, con risvolti che hanno la dolcezza e la perentorietà delle rivelazioni. Siamo dinanzi a uno scrittore fecondo e inverecondo, casto e impudico, avido di conoscenze continue, disposto a mettersi in gioco di volta in volta, mai pago di ciò che raggiunge. È come se fosse dentro un orizzonte che si sposta di continuo, dentro tracce che subito s'allargano e si dipanano in strade piene di insidie e di meravigliosi e meravigliati imprevedibili. Perciò la narrativa di Marco Onofrio può risultare perfino ispida e scomoda, perché non bada a salvaguardare il lettore e ad accarezzarlo, ma bada a porlo dinanzi alle sue responsabilità di uomo e di cittadino, a scandagliarne la sussistenza umana, la portata dello stupore. Non ce ne sono molti di scrittori così pregni e così combattivi, così scandalosamente casti, così decisi a rompere le barriere dell'assuefazione. Sono alle spalle i Baricco, le Cardella e le Tamaro, i Brizzi e i Moccia. Speriamo che anche in Italia finalmente il racconto trovi, anzi ritrovi, l'attenzione necessaria e meritata. Anton Čechov diceva che un racconto riuscito è un anello di diamanti infilato perfettamente nell'anulare di una fata.

Dante Maffìa 

 

www.patrialetteratura.com - 23 dicembre 2013

Recensione a “La scuola degli idioti”

“O capitano, mio capitano” è la frase simbolo di un film di straordinaria bellezza, “L’attimo fuggente”; una frase che suona come il desiderio di un diverso modo di relazionarsi tra insegnanti e allievi, come un anelito della rottura di uno stantio approccio educativo che l’autore vede come causa, diretta e indiretta, di tutte le irresponsabili storture delle relazioni interumane basate sulla superficialità, sulla stupidità, sulla prepotenza e pre-supponenza degli individui, sulle prevaricazioni degli uni sugli altri. La scuola degli idioti di Marco Onofrio è una raccolta di sette racconti dedicati al tema delle limitazionei a cui sono sottoposte le potenzialità di ogni persona a causa della totale mancanza di immaginazione positiva e di creatività realizzante nell’insegnamento e, più in generale, nella scuola della vita. L’autore racconta con immagini limpide e penetranti, chiare e partecipate, disperate e, nello stesso tempo, esaltanti l’esistenza che è figlia di una fisicità, spesso solo apparente, ma che è poi fondamentalmente intellettuale, e quindi psicologica, con tutte le implicazioni legate alle impronte indelebili che i vari insegnamenti, a cominciare da quelli della madre, lasciano nel profondo dell’essere umano. Insegnamenti che sono scontati, ripetitivi, banali, uguali nel tempo anche se il tempo cambia, tesi solo a mantenere le cose inalterate. L’uomo è quindi una vittima della famiglia, della società e di tutte le altre gabbie che lo riducono ad un burattino, ad una marionetta senza fili addomesticata e resa doma al volere comune e tramandato. L’educazione produce individui senza sogni, senza immaginazione, senza desideri e, quindi, senza nessuna spinta all’evoluzione, alla trasformazione, alla costruzione completa della propria personalità. Convenzioni, ipocrisie, furbizie, pregiudizi, limitano totalmente non solo le potenzialità individuali, ma, in definitiva, anche quelle sociali, collettive. Privando le nostre società di quelle accelerazioni evolutive, “rivoluzionarie”, finalizzate a uno sviluppo compatibile con la nostra stessa sopravvivenza, si rimane fermi, statici, immobili ad assorbire le ingiustizie e le avversità crescenti dell’attuale esistenza. E allora nasce in alcuni, nei più illuminati, la reazione viscerale, la rabbia. Un’esplosione reattiva che, con le parole lanciate contro l’ingiustizia, contro la falsità di una tale concezione culturale, portano Onofrio a scagliarsi verso tutto quello che limita la propria realizzazione. Nasce quindi la strana storia di un maiale morente ed incastrato nell’asfalto dal quale trapela tutta l’umanità dell’autore, nasce la trasformazione di una composizione poetica in un racconto nelle cui righe riecheggiano indiscutibili gli endecasillabi che rivelano tutta l’originalità di Marco Onofrio, la cretineria di alcuni autori che si cullano sulla cresta di un’onda di notorietà conquistata casualmente, la cruda e quasi schifosa analogia della scuola con le disgustanti merende consumate quotidianamente. Il tutto raccontato senza nessuna ortodossia convenzionale, fuori dagli schemi dei componimenti scolastici, degli insegnamenti tradizionali, con parole e concetti espressi liberamente senza limitazioni, da vero artista, come asserisce l’autore stesso nella quarta di copertina. Alla fine, però, trasuda ovunque ineluttabile una speranza, anzi una certezza nemmeno tanto velata e nascosta, quella che dietro le nuvole risplenda sempre il sole e che, come sempre accade ciclicamente, la primavera dei cambiamenti, delle novità, arriva comunque e riesce a spezzare tutte le catene di una visione del mondo paralizzante e superata.

Valter Casagrande

 

lapresenzadierato.wordpress.com - 3 gennaio 2014

Recensione a "La scuola degli idioti" 

I Big Data, la realtà che abbiamo ogni giorno davanti agli occhi, una miriade formidabile di informazioni, hanno reso obsolete le tecniche ragionative del Novecento, quando politologi, giornalisti, medici, scienziati, sociologi discettavano su test, campioni di pochi casi da cui inferire, per intuito o deduzione, sulla base di un procedimento logico le loro conclusioni. Lo storico Carlo Ginzburg parlava di «paradosso indiziario»: interpretare la realtà da un dettaglio: per il cacciatore il ramoscello spezzato sul sentiero dalla selvaggina, per il critico d’arte il colore della foggia di un abito che permette di attribuire l’opera a un pittore; per un critico letterario la conformazione di una metafora che consente di stabilire l’autore di una poesia. Oggi, in un mondo che dispone di «tutte» le informazioni possibili, abbiamo difficoltà a capire il mondo che la civiltà umana ha costruito. Tutto appare eguale a tutto. Oggi disponiamo, è vero, di sofisticatissimi strumenti idonei a prevedere da segnali impercettibili le probabilità del verificarsi di un evento, che sia un crollo in borsa o un terremoto; analogamente, per le previsioni del tempo, il flusso del traffico nelle città, i casi di epidemia, le giocate, riuscite e no, di un calciatore. Ragioniamo sulla complessità, non sulla semplicità. Ma ci sfugge il centro, il baricentro. Tutte le informazioni di cui disponiamo ci servono a poco senza l’interpretazione attenta, paziente e creativa dell’intelligenza. Il fattore umano, le doti di fantasia e di creatività del fattore umano restano centrali, senza di essi non riusciamo a comprendere il mondo nel quale viviamo. I racconti di Marco Onofrio in questo libro dal titolo inequivoco: «La scuola degli idioti», ci dicono molto di più sulla nostra società, il destino della letteratura e il nostro destino che non intere biblioteche di analisi sociologiche. Il racconto «Giallo gabinetto» imperniato sulla raffigurazione (in grottesco e iperreale) dello scrittore di successo dei nostri giorni: Oscar Mammoni, è emblematico: va a finire in una gigantesca inondazione di «merda». Lo stile di questa scrittura, che ricorda quello umorale e aggressivo di un Gadda, ci dice molto di più: che non c’è scrittura che tenga, che non c’è realismo né iperrealismo che possa essere sufficiente per descrivere la fenomenologia di un mediocre letterato di successo dei nostri giorni; ci informa, in maniera indiretta, sui gusti del pubblico che legge i libri di Mammoni, ci dice qualcosa di inquietante che sta oltre, dopo le pagine del libro. Parla di noi, della sete di conformismo che tutti ci attanaglia, della piccola scurrile Italia, della vigliaccheria dei suoi letterati e dei suoi abitanti. La generale omologazione è la molla che spinge la scrittura di Marco Onofrio verso esiti esilaranti di umorismo, di disincanto e di sarcasmo. Non è più il tempo della satira sembra dirci Onofrio, quando anche la scrittura letteraria sembra sotto il gioco di uno scacco inevitabile. È da questo scacco che sortisce il grande sovraccarico lessicale e stilistico di questa scrittura, il suo non voler cedere alla omologazione delle scritture di borotalco e delle intelligenze di cartapesta. Nel racconto «Damnati», c’è una coppia che si chiude in una stanza d’albergo a fare l’amore, ma dalla porta del bagno si apre la vista di un universo incognito, inquietante, l’estraneo che potrebbe apparire all’improvviso. In un altro racconto c’è un maiale sdraiato per strada: e si verifica una vera e propria psicosi di un presunto morbo diffuso dal suino malato. Il volo di «Icaro», protagonista dell’omonimo racconto, non può che finire in borotalco e in ovatta. In un mondo ovattato il volo di Icaro è un non-senso, il borotalco è l’equivalente della merda, l’ipocrisia è l’equivalente della codardia. È un universo sordido ed abnorme quello tipizzato in questi racconti. Nessuno si salva, tutti precipitano, ma dove non si sa.

Giorgio Linguaglossa 

 

www.castellinews.it, 18 gennaio 2014

Marino (attualità). Oggi alle 18, presso la libreria VenPred di Marino (via Cesare Battisti, 27) lo scrittore e poeta Marco Onofrio presenterà la sua ultima raccolta di poesie "Ora è altrove", edita da Lepisma. Nella sua raccolta Marco Onofrio traccia un percorso poetico di 46 liriche che, attraverso la rilettura dei miti, tocca i temi del tempo e dell'eternità, dell'amore e della morte. Ad accompagnarlo nel racconto delle sue poesie, le attrici della compagnia teatrale "Artisticamente Albano" che interpreteranno i brani scelti dalla regista Elisa Pellegrini.

 

www.flaneri.com - 29 gennaio 2014

Recensione a "La scuola degli idioti" 

Invettiva, indignazione, incazzatura. Denuncia contro una società di creduloni, baciaculi di professione, venditori di fumo e professionisti dell’incanalamento nella retta via, dell’omologazione, dove i sogni sono assenti. Questi gli elementi che saltano immediatamente agli occhi del lettore ne La scuola degli idioti (Ensemble, 2013) di Marco Onofrio, una silloge di sette racconti in cui prevalgono la critica e la rivolta morale. Siamo dinanzi a un autore che, con fare gaddiano è spinto, come scrive Paolo Di Paolo nella prefazione, «a umiliare chi umilia, a inchiodare chi strafà, chi spadroneggia, chi si conforma». Attraverso una scrittura libera dagli schemi, quasi sperimentale, Onofrio rende il lettore partecipe del suo bisogno di libertà ma anche di tenerezza accompagnandolo, tuttavia, nelle sue storie con un linguaggio ironico e dissacrante. È il caso di tale Mammoni, scrittorucolo di mediocri best-seller, che è fatto a pezzi insieme ai suoi volgari lettori. L’ex-giornalista, ora “brillante” prosatore, scrive Giallo gabinetto (da qui il titolo della storia), un romanzo sul quale «eruttare un fiume di merda a profusione» è forma di critica e divertissement sia per Onofrio che per chi legge. Stesso sarcasmo lo si ritrova in “Multiproprietà”, storia nella quale una coppia vince un «buono vacanza all inclusive» che si rivela poi essere l’acquisto della multiproprietà in questione «con interessi pari pari ai “cravattari”». Qui troviamo un protagonista alle prese con un addetto alle vendite tanto ottuso quanto triste: «Provo appena ad interromperlo… per vedere se è davvero umano, visto il dubbio che, in proposito, mi è venuto scaturendo mano mano, e che non voglio ammettere del tutto…». Ma il lavoro di Onofrio è intriso anche di tenerezza, come nel racconto “Maiale d’asfalto”: un suino è a terra, in agonia, con un fianco imprigionato nell’asfalto, una bimba si avvicina per accarezzarlo sulla testa e l’epifania tra scrittore e lettore è compiuta. Più in generale, facendo riferimento al titolo del libro (anch’esso preso da un racconto), si può dire che lo scrittore parla di noi, delle imposizioni errate e castranti che è costretto a subire ogni individuo da parte di altri individui “idioti”: dalla sfera familiare, passando per quella scolastica fino ad allargarsi alla società tutta. Nonostante ciò, anche nella rassegnazione e nella consapevolezza di tale bruttura, ci viene offerto uno spiraglio di luce attraverso il desiderio di cambiamento e novità. Onofrio, grazie anche alle molteplici esperienze accumulate nella critica letteraria, la narrativa, la saggistica e la poesia, porta il lettore su e giù, come in un luna park, con una prosa ricca e ricercata che all’improvviso deflagra in espressioni degne dell’italietta nostrana e conseguentemente iperrealistiche. Chi si avventurerà nella lettura di questa gradevole antologia, si ritroverà tra le mani un libro nel quale il malcontento, la voglia di riscatto e l’invettiva convivono con momenti di speranza e dolcezza.

Donato Porcarelli

 

"Il Tempo", 1 febbraio 2014, p. 30 - recensione a "Non possiamo non dirci romani"

Marco Onofrio racconta l'inevitabile legame di tanti personaggi illustri con la Capitale

Roma è di tutti, "Non possiamo non dirci romani"

Roma Caput Mundi, appartiene a tutti gli uomini e tutti ci si riconoscono provando il brivido di sfiorare la propria coscienza. Ma lei si sa è una mamma severa e amorevole, santa e puttana con i suoi amanti. Roma è l’oggi. La contemporaneità vive stratificata su secoli di storia che non rimangono sepolti, ma vanesi si affacciano alla vista dei molti adulatori. Il Colosseo è lì, e, nonostante i suoi 1933 anni, malgrado gli acciacchi e il traffico che lo stordisce, è il simbolo di Roma. Specchio del mondo. Parafrasando un celebre titolo di Benedetto Croce, Marco Onofrio nel suo «Non possiamo non dirci romani» (Edilazio, pag. 272 euro 22,00) scrive la sua lettera d’amore alla propria città accarezzandola con sguardo attento e coinvolto.Vista, vissuta, scritta, amata e odiata, e sempre musa ispiratrice per l’uomo qualunque e per i grandi maestri. Dante, Petrarca, Aretino, Goethe, Gogol, Stendhal, Joyce, Nietzsche, Tagore, Ungaretti, Palazzeschi, Pavese, Malaparte, Calvino, Gadda, Pasolini ne furono sedotti. L’Urbe fu determinante per la «rivelazione metafisica» di Giorgio De Chirico. Il pictor optimum, l’artista chiamato a cose eccezionali, trovò in Roma la trasparenza, la chiarezza, la concisione. Echeggiano ancora nell’aria le clamorose reazioni del pubblico, quando una sera del 21 febbraio 1913, i futuristi andarono in scena al teatro Costanzi, oggi teatro dell’Opera. Ma la «voluttà d’essere fischiati» era già nel loro intento di épater les bourgeois. E il pubblico accorreva. Non poteva resistere a quel forte richiamo. Marinetti riuscì a introdursi in uno dei luoghi topici e di maggiore prestigio della cultura romana. Roma fu l’amica che fece incontrare Pasolini e Totò. Carnale e proletaria, divina, tenebrosa e sanguinante, li accolse. E li ammaliò tanto che Pasolini ne fece il fulcro della sue opere narrative, poetiche, cinematografiche. Assestò anche i passi, con 6 film l’anno, di un Totò che in principio soffrì la fame e l’invisibilità. Ormai cieco, vecchio e stanco, solo dopo aver finito di girare uno dei grandi capolavori pasoliniani, Cosa sono le nuvole, morì. Era il 1941 quando Aldo Palazzeschi, alla morte dei genitori, lasciò l’amata Firenze e vi si stabilì fino alla sua fine rimanendo immune dallo spirito antiromano dei futuristi, scrisse infatti «Roma». Ridono in una foto in bianco e nero Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini, Franco Citti, perché loro Roma l'hanno vissuta, amata e ancora «nun se s’ho saziati».

Veronica Meddi

 

"Vivavoce" 119, febbraio 2014, pp. 58-59 - recensione a "Ora è altrove"

La tensione del varco, di montaliana memoria; l'esuberanza vigile di un costrutto consapevole della 'barriera semantica', di ciò che può essere pronunciato da quel che implicito rimane, come comunicazione e come epistemologia, nella cogitazione che lo spreme e lo perde; e inoltre, tutto l'inventario di una duttile materia armonica di versi rivolti all'enigma della vita e risolti in un canto all'amore, dopo aver tentato più e più volte di sondare i sigilli del mistero esistenziale: «... per il costante nascere e morire / nel volo inafferrabile del tempo; / per l'amore inciso dentro l'essere / infinito che spaura: / è per tutto questo senso del sentire / che talvolta, lo sguardo commosso, / abita, l'uomo, con occhi di preghiera... / e posa stupefatto, senza dire»; e poi, ancora, il superamento di ogni confine nella nostra capacità di discernimento, l'inquietudine del cuore dal buio dei suoi filamenti, il tracciante che indica un disguido di luce nella necessità di leggere il nostro tempo e scrivere una pagina nuova: questo e oltre, col suo magico gomitolo, si propone di rammagliare Marco Onofrio nel suo "poemetto", "Ora è altrove", ché di poemetto si tratta, benché costituito di poesie. La risposta è già insita nella lirica di introduzione, nella insistita richiesta di «dare il nome vero ad ogni cosa / e voce a quanto ne richiede / e pace: a ciò che non riposa»: una sorta di veggenza, attraverso la voce di chi è consapevole dell'assurdo che lo circonda e che, in forza del "dare il nome", è capace di irridere il nodo gordiano del dubbio. Se n'è accorto nella postfazione Dante Maffìa, connettendo le combinazioni scritturali del Nostro in un «arrotolarsi vertiginoso di 'scoperte' che sembrano venir fuori da un'autoanalisi spietata». Significa, in altre parole, che l'operazione poetica di Marco Onofrio è tutta incentrata, concluso il passaggio nella leggenda orfica e surreale, sull'immane corpo tecnico-spirituale degli ordini lirici classici, platonici, simbolisti, in una terra che per mezzo della visione poetica muove alla scoperta delle cose e dei loro perché, mentre la perfezione e l'assoluto sono assunti a centri emblematici delle infinite qualità che, in perenne fase sinonimica, consumano nello stesso respiro originario dell'essere, le lacrime e le rose, l'aria e il silenzio, la rugiada e la luce e gli intensi oggetti inesausti che vibrano nella tensione dell'effimero e nella rarefazione sottile di una realtà irrisolta. In lui la tempra del "cercatore", se si vuole del "viandante", che scava nella parola il timbro dell'erranza e del distinguo, della pronuncia che apre innumerevoli altri interrogativi, scopre l'equazione tra poesia e conoscenza, e anche tra poesia e preghiera. E quei suoi grumi di sensazioni e concetti, improntati al gioco metamorfico e a tratti allucinatorio proprio dei surrealisti, divengono, pagina dopo pagina, dichiarazioni programmatiche delle "eterne idee" che si arroventano e/o si scoloriscono sulla bocca - e in eguale misura alle ordinate architetture delle forme - mentre viene contrapposta una poetica tanto visionaria quanto trapuntata di oggetti magari snaturati, di riso e di sangue: «... Ma vinci la risposta che non c'è, / trionfa la mancanza, domina la fiera / lotta col divorante bruco».
Marco Onofrio non fa sconti alla sua sete di conoscenza neanche avanzando nel territorio di nessuno della morte corporale, là dove la poesia si guarda bene dal dimorare. Semmai, cresce il suo ardore conoscitivo in un atto di fede, anzi ne sostanzia l'acquisto di sapienza e salvezza di cui solo la poesia può farsi portatrice: «Credo che siamo tutti tempo incarnato / per questo, dobbiamo avere tempo / o darcelo in dono - anche se manca: / per vivere, non solo per esistere, la vita». E mentre pare sostare sul purismo intellettivo di Valery e di Guillèn, o sul sacro mito della lingua poetica di Gòngora, o sullo spiritualismo rilkiano, giunti fino al Nostro attraverso le sue smisurate letture, è la sua esuberanza oracolare che lo spinge a penetrare nella profondità delle cose per ricercare e ricercarsi attraverso gli elementi primordiali, il nucleo dell'energia pura, il tutto e il niente che è distillato fino a noi attraverso miliardi di generazioni. Così questa poesia oscilla sul discrimine tra la dimensione delle essenze innominabili e la concreta bontà della natura, dei «torrenti limpidi di amore [che] scrosciano dal mondo / nei precordi: estasi / riverbero nelle fibre del profondo», per scrivere «la lingua misteriosa del silenzio». In questa ricerca spirituale, che nel suo punto più alto prorompe in «Io vedo l'invisibile / io sento», Marco Onofrio ha il dono di oltrepassare quella soglia, di andare e tornare portando quel che regola l'armonia dell'universo nella sua biunivocità, poiché «noi siamo quello di noi due / che adesso veglia / mentre l'altro dorme». Cogliere quella terrestrità già tutta intrisa di pinnacoli intuitivi e di apparenze con il sogno e lo scarto gnoseologico che sancisce la corposa levità del dettato, è compito lasciato al lettore attento, al lettore interessato a scoprire in questo "compatto poema" (la dizione è tratta da Sereni) la doppia natura dei massimi sistemi, che è liquida e trasparente, per colore e odore, per sostanza e forma. Aggiungerei che gli approfondimenti formali e metafisici, in stretto rapporto con quelli stilistici, e la ricerca di perfezione, più che mai viva e convergente, bastano a dare a questa raccolta un contrassegno di necessaria, nobile scrittura.

Eugenio Nastasi

 

lapresenzadierato.com, 7 aprile 2014

Recensione a "La dominante"

 Gli scrittori veri, quelli che dedicano a tempo pieno la loro vita ai libri, non fanno troppa distinzione tra poesia, narrativa, saggistica, teatro se non dopo avere affrontato un tema, dopo avere risolto situazioni strutturali, linguistiche o espressive. La sferzata di luce arriva e spinge a mettere mano a un’opera e l’opera, da sé, si configura. Ciò non significa affatto che si tratta di improvvisazione, perché i fermenti covano lenti e infine esplodono, nel caso specifico, con una compattezza davvero encomiabile. Premessa necessaria per comprendere il processo che sta alle spalle de La dominante, tre atti e un prologo con due scene che mettono in fibrillazione sia il lettore e sia lo spettatore soprattutto per la carica di verità che si fa imperiosamente messaggio diretto, vita che pulsa. Appena quattro personaggi, Milla; Bruno, marito di Milla; Madre, madre di Bruno; Psichiatra; ma così densi e intensi, così pregni di problematiche che sembrano un esercito in marcia, che riempiono la scena quasi ingombrandola per la massiccia presenza della loro psiche che si espande come una marea montante fino a dare una sensazione di soffocamento. Marco Onofrio ha un senso così acceso e così “pratico” del teatro da dare l’impressione che da sempre abbia calcato i palcoscenici con determinazione. Ha ragione Aldo Onorati nella sua illuminante Prefazione, “Inutile che si stia a decifrare la trama”, conta ciò che i personaggi dicono, ciò che si rovesciano addosso con parole infuocate che sembrano spade taglienti, con gesti e ossessioni che scardinano qualsiasi acquisizione umana e sociale radicata. Alle spalle ci sono solide letture sia dei classici antichi e sia del teatro cinquecentesco e novecentesco, soprattutto Pirandello, Jonesco, Beckett, Dario Fo, ma Onofrio travalica disinvoltamente i modelli e riesce, per forza d’ispirazione, a scrivere un’opera (d’accordo con Onorati, comica e drammatica insieme) nella quale transitano le problematiche più cocenti e scottanti del nostro tempo: il matrimonio, il rapporto madre- figli, la psichiatria, il tradimento, l’amore nelle sue espressioni più frastagliate, la sessualità, la follia… E’ come se il poeta, non dico a caso il poeta, avesse voluto sintetizzare eventi e rivoluzioni di un tempo guasto che arranca nella melma senza riuscire a risolvere mai nulla per mancanza di fede nella vita. I personaggi sono delineati con una meravigliosa e cruda verità, tanto da diventare palpito di idee sulla scena, da porsi come emblema di una condizione che, proprio perché assurda e giocata su sequenze esageratamente barocche e scollacciate, rendono a meraviglia il segreto dei rapporti quasi incestuosi tra madre e figlio, tra realtà e irrealtà, tra convivenza e abitudine. Anche quando il dialogo cede il passo a un lungo monologo, si sente la fibrillazione ritmica del dettato che non perde forza e non s’adagia, anzi illumina il resto della storia e ne rende le complicazioni e gli svelamenti con sincronia innestata a pennello. Che dire del linguaggio? Teatrale con pienezza, reso con accensioni che trascinano, che fanno addirittura sobbalzare in certi momenti per la pastosità linguistica. Insomma, Onofrio è un autore che riapre le porte dei teatri e convince sia per la struttura dell’opera, sia per le indagini psicologiche adeguate e fermamente colte nella loro profondità e nella loro ampiezza e sia per il clima che riesce a creare strappando risate mentre accadono tragedie, facendo meditare mentre si svolgono liti e ragionamenti violenti, trascinandoci all’interno di un dramma che prende sfumature di vario genere al momento in cui le tinte si squamano in grida di dolore. Un’opera davvero esemplare, viva, appassionante; un’analisi scomoda sociale e psicologica che Milla a un certo punto stigmatizza in una battuta: “E ho visto tutte le vite che sono e che potevo essere, e non c’era niente di giusto e di sbagliato… E ho capito di essere ogni cosa”..

Dante Maffìa

 

"Left - Avvenimenti", 12 aprile 2014, p. 41 

Recensione a "Non possiamo non dirci romani"

 Sull'onda del film Leone d'oro a Venezia (Sacro GRA) e dell'Oscar (La grande bellezza) si moltiplicano i libri su Roma. Gli ultimi arrivati sono Non possiamo non dirci romani di Marco Onofrio (Edilazio) e La casa in Trastevere di Massimo Ilardi (Manifesto). Il primo si compone di 50 densi microsaggi che mettono in scena altrettanti scrittori nel confronto con la città eterna, da Nietzsche alla Bachmann, da Pavese a Simon Mago a Tagore (che scrisse che a Roma come in India i morti continuano a vivere in mezzo ai vivi), dall'Aretino a Pratolini. Roma, come si dice nelle prme righe, è inesauribile, "paradigma della mente umana: della sua complessità". Per costringerla a rivelarsi occorre affidarsi allo sguardo di chi ha saputo afferrarne la verità meno ovvia, lo sguardo di artisti e di poeti. Come mi è capitato di dire, Roma è una bugia, ma nel senso che la vita stessa è una bugia, non mantiene interamente le sue promesse. Ad esempio: è sì accogliente ma anche dispettosa, fraternamente beffarda, i suoi abitanti sono cattivi senza crudeltà, ti aiutano senza rinunciare mai a sfotterti (Carlo Levi). E dunque alla bugia che è la vita bisogna replicare con la "bugia" dell'arte, del teatro, delle macchinazioni sceniche seicentesche... In che senso a Roma ogni uomo, di qualunque epoca e provenienza, sfiora la propria essenza? Credo nel senso che qui più che altrove senti la vanità del tutto, l'eterno ritorno della vicenda umana (Belli notava che al Colosseo, dove una volta si sfracassavano le coste e li scervelli, oggi i pittori vengono a disegnare gli uccelletti), la compresenza di luoghi e tempi storici, e insomma puoi cogliere l'eterno nell'effimero, nel Tevere che scorre, nell'acqua zampillante delle molte fontane (è la morte nella vita che Ungaretti sente nel barocco e nell'estate, "avido lutto ronzante nei vivi"). Il libro di Ilardi - che condivide con Onofrio una fede calcistica laziale - è il ritratto di un quartiere ma anche altre cose: descrizione di un passaggio cruciale nel nostro paese verso la modernità, diario generazionale, memoria di luoghi senza alcuna indulgenza per radici e appartenenze. Segnalo qui solo una riflessione decisiva che ci riporta al film di Sorrentino: la grande bellezza oggi si è trasformata nel "pittoresco". Ma si tratta di una bellezza oleografica, di una "autenticità fatta di plastica". Occorre liberare l'estetica dall'estetismo.

Filippo La Porta 

 

"Leggere:tutti", giugno 2014, pp. 47-48

Recensione a "Non possiamo non dirci romani"

Con questo titolo impegnativo, lo scrittore, poeta e critico letterario Marco Onofrio affronta un tema complesso, delicato e ammiccante: la città eterna nello sguardo di chi l’ha vista, vissuta, scritta. È che gli attori del saggio-racconto sono due: la numerosa schiera dei personaggi che hanno transitato per poco o per molto nell’Urbe, e Roma stessa, perno sempre nuovo e sempre uguale (dice Orazio) come il sole che sorge illuminando e celando le cose col suo contrario (la notte). Non credo sia possibile riassumere un libro di tale portata, e non soltanto per i nomi grandi e numerosi che Onofrio tira fuori dal soggiorno romano con notizie talvolta inedite (da Simon Mago a Nietzsche, da Joyce a Carducci, da Ungaretti – di cui ha scritto un saggio pieno di spunti geniali –, da Dante a Totò e Pasolini, da Quasimodo a Gogol, da Heidegger a Pietro Aretino etc.), quanto per le atmosfere e le sfaccettature dell’inesauribile capitale del mondo antico, d’Italia e della cristianità. In poche parole: Marco Onofrio sa allargare una visione a più realtà (si leggano, ad es., le pagine su Tomasi di Lampedusa, su Alfonso Gatto, su Pavese etc.), per cui Roma si presenta come certi personaggi immensi della “Divina Commedia”, i quali hanno la forza suggestiva e infallibile di attrarre nella propria orbita Dante, che non resiste a una sorta di forza centripeta che lo assimila al protagonista di un canto (Farinata, Ulisse, Pier delle Vigne etc). Cosicché Roma fa da elemento speculare ad ognuno, rivelandosi secondo le personalità diverse ma insegnando al pellegrino a trovarsi, o a ritrovarsi nella propria interiorità. Ed ecco che il libro di Onofrio assume una funzione etica, oltre che didascalica e storica. Insomma, chiunque lo legga (e la lettura è gradevolissima, ancorché scientificamente esatta e ricca di note), conclude ripetendo il titolo con piena convinzione: “Non possiamo non dirci romani”. E, se fa come il sottoscritto, lo rilegge appena può!

Aldo Onorati

 

lapresenzadierato.com, 6 giugno 2014 - recensione a "Come dentro a un sogno. La narrativa di Dante Maffia tra realtà e surrealismo mediterraneo"

Il saggio Come dentro a un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo, di Marco Onofrio (Città del Sole Edizioni, 2014, pp. 240, Euro 15), è in primo luogo un atto d’amore, esercitato con un argomentare incisivo e brillante; ma è anche un’opera a sé, con una propria autonoma poetica che, affrontando la vasta produzione letteraria di Dante Maffìa, finisce col parlare a tutto tondo della vita stessa, dei suoi valori etici, sociali, politici, umani, poiché in Maffìa vita e letteratura sono una cosa sola. Mettendo a frutto la sua consolidata amicizia con l’autore, Marco Onofrio ci aiuta a capire uno scrittore orgogliosamente autonomo, estraneo alle caste dell’ufficialità e, tuttavia, al centro del dibattito culturale contemporaneo; un personaggio inaspettato, sanguigno, che ha fame di vita, curioso e coinvolgente, bisognoso di complicità e di amicizia, che non si contenta di un lettore estraneo e distratto ma vuole renderlo partecipe di questa fame, e lo fa seducendolo con la sincerità scabra della sua scrittura, confessandogli errori e debolezze e chiedendogli infine complicità e condivisione. Onofrio risponde da par suo a questo invito, entrando in perfetta simbiosi con lo scrittore, analizzando e ordinando con precisione scientifica la sua immensa produzione letteraria e le innumerevoli sfaccettature della sua opera.

La vita e la scrittura

Onofrio osserva correttamente che la scrittura di Dante Maffìa non è prigioniera delle forme, rompe schemi ed equilibri per aderire alla realtà mutevole e inafferrabile che lo circonda. Essa si realizza in forma dialogica tra opposti: luce e ombra, vita e morte, quotidianità e oltranza, razionale e irrazionale, che si intrecciano in un dialogo fitto e proficuo, laddove la realtà è solo «capolinea di un tracciato di approfondimento che porta a sfiorare la dimensione metafisica, nella consapevolezza che “c’è un oltre in tutto”, anche se non vogliamo o non sappiamo vederlo». In questo percorso duale Maffìa non ricerca la coerenza a tutti i costi, poiché non vuole sovrapporre la letteratura alla realtà, quanto piuttosto adattarsi ad essa, prendendo atto della umana carenza di conoscenza e verità. Per questo rifugge da eccessive limature, per non recidere i tralci che legano la scrittura alla vita. «Da qui quel senso consapevole di “non finito” che aleggia felicemente su molti tratti della sua opera». Maffìa ha infatti «dell’essere umano una visione totale, realistica, vera: non lo descrive come vorrebbe che fosse, ma come è nella realtà, con le sue contraddizioni e crudeltà, senza posizioni aprioristiche o aggiustature di ripiego. Per questo egli destruttura i luoghi comuni, come serrature inceppate che non servono più ad aprire le porte della conoscenza e, attraverso una procedura impietosa di demistificazione, tenta sempre di dire la verità come a lui appare, anche quando è scomoda e sgradevole».

La vita e la morte

Maffìa nutre nei confronti della vita un’inesauribile curiosità, un sentimento profondo e pieno. Ma l’adesione totale alla vita presuppone anche l’accettazione della morte, una sua presa in carico, indispensabile perché tutto rientri nel ciclico mutare della materia. L’esistenza, come lui la percepisce, oscilla così tra speranza della conservazione e disperazione per la dissolvenza: «Occorre morire per vivere: accordarsi alla dinamica globale della dissolvenza (…) Che cosa diventano le forme delle cose, dei corpi, degli abbracci? Dove va ciò che non c’è più? (…) Essere morti significa entrare in una dimensione aperta, fluida, confusa, indefinibile. Non bisogna odiarla la morte, giacché è innocente: necessaria e ineluttabile come il silenzio degli spazi siderali».

Il Sud

Un altro aspetto essenziale dell’opera di Maffìa è il legame forte con la terra. Nella sua narrazione il sud è una dimensione dello spirito: un modo di vedere la realtà. La Calabria, in specie, è rappresentata come terra densa di contraddizioni, maschilista, violenta, martoriata dalla malavita, che però porta nel cuore la profondità dei legami familiari, la sua forza aspra, la radice della civiltà ellenica e il mito della sacralità dell’accoglienza. In questo “amarcord” la presenza del mare contribuisce a scavare una divisione nettissima, manichea e un po’ ingenua tra la luce delle terre del sud e il grigio del nord Italia; punto di vista che tuttavia Maffìa assume per dare voce alla frustrazione del calabrese che in tal modo vuole reagire alla sua decennale emarginazione.

Il lavoro


La condizione di sfruttamento scandalizza Maffìa e rende tagliente la sua prosa. La grande tragedia della Thyssen Krupp (dicembre 2007), ad esempio, lo spinge a vedere il Moloch della Produzione come un crudele dio selvaggio che esige in pasto un quantitativo di vittime innocenti, e a denunciare le aberrazioni cui conduce l’incontrastato dominio del profitto in nome del quale l’uomo viene ridotto a cieco fattore di produzione, privo di idealità e di bisogni. Situazione tragica, e tuttavia superata dalla realtà odierna nella quale lo stesso lavoro, per quanto faticoso, è diventato un privilegio. L’emigrazione descritta in “Milano non esiste” ha trovato oggi approdi peggiori e inimmaginabili: la crisi è diventata globale, la condivisione dei valori un’utopia, la ferocia e la mancanza di pietà la regola diffusa. La convivenza forzata di popoli e tradizioni, anziché arricchire pacificamente il confronto, ha fatto lievitare la tensione e l’aggressività territoriale. Le metropoli sono diventate una jungla dove scatta la logica del “tutti contro tutti”. L’Italia si scopre così un paese razzista, dove «l’odio sta prendendo proporzioni gigantesche e non ha riguardi per nessuno».

La Donna

Altro punto fondamentale della narrativa maffiana è il rapporto con la donna e il sesso. La donna in Maffìa hauna bellezza carnale, profana. C’è spesso nei suoi scritti un guizzo, un ammiccamento, una sfida. Le tattiche d’amore, osserva Onofrio, sono descritte a volte con crudezza, sulla base di parametri che appaiono maschilisti, perché vedono la donna come oggetto di desiderio, terreno di caccia, concedendole al massimo una iniziativa di rimando, una sponda docile alle avances dell’uomo. Tuttavia Maffìa le attribuisce un ruolo centrale nella vita di ogni uomo poiché la bellezza femminile rappresenta l’unico, potente antidodo alla morte, e quando si abbraccia una donna la morte «fugge lontano infastidita e ferita».

Cultura e natura

Nel mondo contadino, costretto alla durezza del lavoro e alla subalternità, cultura e natura sono spesso in conflitto. I libri sono ritenuti dalle persone umili uno strumento odioso del potere; chi scrive libri è considerato uno che vuole sottrarsi alle fatiche del lavoro per vivere alle spalle degli altri. Da qui l’avversione di Maffìa per l’erudizione da sbandierare come strumento elitario di dominio e, per contro, il suo tentativo di emancipare il popolo da un sonno di secoli, diffondendo l’idea della cultura «come strumento di libertà».

La televisione

Maffìa percepisce con chiarezza la deriva antidemocratica verso cui spinge la televisione. Il tempo televisivo produce una realtà parallela e inconsistente che, agli occhi assuefatti dei telespettatori, finisce per risultare più vera della realtà. È il trionfo dei dis-valori dell’effimero: la esaltazione della corsa spasmodica al potere, al denaro, al consumo dei beni materiali. L’obiettivo di questo progetto di omologazione, attraverso il plagio e il dominio delle coscienze, è trasformare l’uomo in consumatore, invogliandolo a riempire il vuoto cui è stato condannato con una infinità di beni superflui. Sono questi alcuni dei numerosi spunti che Marco Onofrio sviluppa nel suo pregevole saggio critico. Egli, utilizzando una scrittura di grande suggestione e piacevolezza, individua efficacemente le problematiche centrali dell’opera di Dante Maffìa, il suo rapporto con la letteratura, la sua concezione dell’esistenza e del vivere civile, sicché alla fine si ha la sensazione non solo di avere incontrato e compreso meglio un sorprendente scrittore, ma di avere capito qualcosa di più anche della società contemporanea e, in fondo, di noi stessi.

Renato Fiorito 

 

www.mangialibri.com, giugno 2014 - recensione a "La scuola degli idioti"

In una strada di città si forma un capannello di persone. All’inizio non se ne comprende il motivo, fin quando non compare la sagoma stremata di un animale: un maiale ancora vivo è attaccato alla strada… Due, un uomo e una ragazza, passeggiano. Forse sono compagni di vita: il loro è un rapporto complicato. Si fermano lungo il cammino, incuriositi da un uomo riverso sul sentiero. Alzatosi, li rincorrerà fin quando… Oscar Mammoni è uno scrittore di successo e la sua ultima fatica editoriale s’intitola Giallo Gabinetto. La sua è una carriera sfolgorante: sette romanzi e un saggio sul seno. Il segreto del suo romanzo (puntualmente spiegato per il grande pubblico) e quindi del suo successo, dipende da una cinica e coraggiosa prova di stomaco… Uno studente vive grigi ambienti e insopportabili personaggi della scuola che frequenta. La venditrice di merende durante la pausa della ricreazione dà prova di essere un’approfittatrice di ragazzotti, mentre il Prof. Bertoni, docente d’Italiano, incombe con i suoi giudizi sul destino degli studenti. Un macabro atto di cannibalismo ai danni del professore sarà seguito da un misterioso sprofondamento del protagonista…Uno sprofondamento nella sconcertante ripugnanza del quotidiano (sia esso quello ordinario della dimensione urbana oppure quello clamoroso dello scrittore di successo di turno) è quanto mette a fuoco questa raccolta, dagli alterni esiti letterari, di sette racconti del saggista e poeta Marco Onofrio. Mosso non tanto dal gusto gratuito per il bizzarro quanto dalla denuncia di aspetti quali l’insulsa curiosità della gente comune verso il diverso, ma in realtà incapace di reale empatia; lo squallore del “dietro le quinte” di personaggi super applauditi (nella descrizione di Mammoni sembra trapelare la criticità di uno saggio quale “Fenomenologia di Mike Buongiorno” di Eco); l’inutilità delle aspettative dei singoli nei confronti delle istituzioni ufficiali della cultura, non ultima la scuola. Temi non proprio originalissimi (il carrierismo che fagocita tutto, l’ottusità del professore verso qualsiasi tentativo di espressione personale) ma che Onofrio dimostra di affrontare con uno stile personale, grazie ad una prosa che tende palesemente alla versificazione poetica, a dispetto dell’impaginazione, con vere e proprie assonanze e rime (un esempio è il racconto intitolato “Icaro”), che sortisce a tratti effetti divertenti e autoironici. Un esercizio di eleganza formale per stemperare il tono lugubre di storie su cui incombe il rischio di una prevedibile invettiva di costume.

Francesco Clemente


 "Il Tempo", 18 agosto 2014, p. 17

Recensione a "Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo

«Come dentro un sogno» (Città del Sole Edizioni, pag. 235 euro 15) di Marco Onofrio è un viaggio onirico che si districa tra parole, sensazioni e immagini che la vita reale, spudorata, mette in bella mostra. A tutti. Anche se a volte sono pochi quelli che ne entrano in contatto con sincerità. Il sensibile autore affronta qui la vasta produzione letteraria di Dante Maffìa finendo col parlare a tutto tondo, e non poteva fare altrimenti, della vita stessa, dei suoi valori etici, sociali, politici, umani. La narrativa di Maffia è tra la realtà e il surrealismo. Onofrio aiuta i suoi lettori a capire meglio uno scrittore che si può definire senza ombra di dubbio, orgogliosamente autonomo. Autonomo nella sua fame di vita. Sanguigno nel mostrarsi all’amore. Al sesso. Capace di confessare tutti i suoi errori, forte delle sue debolezze. Ciò che spinge quest’opera alla sua esistenza è la condivisione e la ricerca della complicità. Nell’animo di un artista è impossibile divedere l’opera dal suo creatore e in Maffìa vita e letteratura sono una cosa sola.

Veronica Meddi

 

giovannipistoia.blogspot.it, 27 agosto 2014 - recensione a "Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo"

 

Salto i preamboli, non servono. Bel lavoro questo di Onofrio su Maffia. (Marco Onofrio, Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffia tra realtà e surrealismo mediterraneo, Città del Sole, Reggio Calabria, aprile 2014). Saggio raffinato, acuto, documentato, elegante e avvincente nello stile e nello sviluppo della narrazione. Saggio appassionato ma di una passione controllata, tenuta a freno da Onofrio, critico chiaro e rigoroso. È evidente nelle pagine la stima per Dante Maffia ma non troverete, nel racconto letterario ed esistenziale di Onofrio per l’amico, nessun afflato celebrativo, alcuna enfasi. Onofrio sviluppa i suoi ragionamenti svelando la narrativa, vasta e complessa, dello scrittore calabrese, ma da anni cittadino romano. Non posso parlare di Onofrio e di come il critico racconta Maffia, sarebbe operazione miope e presuntuosa: il libro va letto, dalla prima all’ultima pagina. Se ne ricaverà un ritratto lineare ed efficace della narrativa di Maffia, una conferma della maturità del critico. Operazione, quella compiuta, non facile, perché gli scritti di Maffia non solo non sono pochi, ma non sono testi leggeri. Tutt’altro: sono complessi, articolati, scavi negli abissi dell’uomo e della società. Carmine Chiodo, che firma una breve interessante nota, scrive: «Occuparsi degli scritti di Dante Maffia non è facile, l’ho potuto constatare con alcuni studenti di Tor Vergata ai quali ho assegnato varie tesi di laurea. Maffia è un vulcano in eruzione, un incessante fluire di sorprese che si muovono in direzione della poesia, della saggistica, della narrativa e perfino del teatro, e quindi è necessario scegliere un campo specifico per indagare gli esiti, per goderne le pagine senza lasciarsi prendere dall’irruenza». Un suggerimento metodologico al quale si attiene scrupolosamente Onofrio, che non si lascia assorbire dalle sirene di ogni altra produzione letteraria di Maffia, a cominciare da quella poetica, anche se non mancano le incursione nella sua poetica, indispensabile per meglio comprendere lo scrittore. Le affermazioni di Chiodo mi richiamano una conversazione con il caro Rocco Paternostro, a Roseto Capo Spulico, in occasione della preparazione di un convegno di studi proprio sull’opera di Maffia. Paternostro pensava di preparare il suo interevento su Maffia saggista (cosa che poi ha realmente fatto, e spero che presto possa essere pubblicato quel suo contributo con il quale si è dato inizio a quelle giornate). Mi diceva che l’attenzione, meritata, del Maffia poeta oscura, in parte, la sua attività di narratore e saggista. «Nello studiare la saggistica di Dante, mi sono ritrovato con casse di scritti: saggi brevi e lunghi, recensioni, note critiche, commenti, presentazioni di libri, postfazioni, una marea di documenti che potrebbero essere utilissimi se raccolti per meglio comprendere non solo il pensiero dell’autore, ma la stessa letteratura nazionale e mondiale».Non è un autore facile Maffia. Non devono trarre in inganno la sua scrittura leggera, la magia della parola che usa e manipola a suo piacimento, l’arguzia e l’ironia sugli eventi che narra, le zampate dissacratorie, i giochi linguistici, le ardite provocazioni, le suggestioni accattivanti. Potrebbe apparire la sua scrittura, proprio perché è bravissimo nell’uso del vocabolario e delle metafore vellutate e fantasiose, un giardino fiorito, dove tutto è bello e profumato, ma non è così; è un giardino pieno di spine con un manto erboso in fermento e invisibile. La scrittura di Maffia è tanto lieve quanto profonda. Una lettura superficiale, frettolosa non si addice alla problematica delle sue pagine, ai temi che affronta. Sarebbe come guardare la luna senza ascoltarne il canto, osservare le onde senza pensare agli abissi marini, lavarsi la faccia senza pensare all’energia dell’acqua. Quella di Maffia «occorre sottolinearlo, è produzione artistica dotta, erudita, nella quale confluiscono, rielaborate con voce propria e originale e in cui un posto centrale lo gioca il ricorso alla fantasia, centinaia e centinaia di letture che fanno di lui un intellettuale ascrivile a ragione alla Weltliteratur. A quella Weltliteratur sognata e agognata e nella quale hanno creduto e per cui hanno combattuto, per fare solo alcuni nomi, studiosi quale Auerbach ed il nostro Arturo Farinelli». (Rocco Paternostro, Ironica dissacrazione atomismo narrativo in San Bettino Craxi e altri racconti di Dante Maffia, il testo è apparso sul mio blog L’albero delle mele d’oro il 26 maggio 2012). La portata della scrittura di Maffia è ben nota a Onofrio, che dedica alcune pagine istruttive all’argomento: «… una scrittura concreta, robusta, multisensoriale, pregna di umori e di lampi, che segue come sismografo la curva oscillante dei pensieri per esplorare lo spazio interiore del mondo, dove batte un cuore dentro noi, raccogliendo le parole del silenzio. La scrittura visibile tende così a farsi traccia in filigrana delle scritture invisibili che ci attraversano: auscultazione attenta e riemersione occulta di ciò che non si tocca e non si afferra». E ancora: «La naturalezza organica della sua scrittura ricompone in superiore unità i corni opposti di natura e cultura: è cultura naturalizzata al fuoco della vita, per consapevolezza delle proprie radici e superamento degli esiti acquisiti. L’apparente spontaneità nasce dall’assimilazione profonda di una cultura che si è fatta istinto, abito percettivo, approccio di pensiero, modo di guardare alle cose». Tutto ciò è frutto del suo talento ma è anche il risultato dei tantissimi libri letti. Maffia è, secondo Onofrio, un bibliomante. «L’amore e l’ossessione per i libri ha addirittura risvolti erotici, di conquista e dominio fisico …». Maffia ha, a suggello delle cose detto da Onofrio, un vero e proprio rapporto … libridinoso … con libri! Nonostante le difficoltà, Onofrio analizza con pazienza certosina le opere di narrative, i caratteri dei personaggi, lo stile, i contenuti. Un’altalena di fatti reali o surreali, crudi o teneri, tenui o duri come sassi, insomma la vita, perché Maffia è assetato di vita e di immortalità, e l’immortalità è solo nel presente, quello che viene dopo è solo morte. E Maffia «cerca la vita attraverso la letteratura: la vita ricomposta e manifestata nell’infinito ventaglio dei suoi sensi. La vita nella letteratura e, quindi, la vita della letteratura (cioè, necessariamente, la letteratura della vita)», come ben sintetizza Onofrio. Vi sono tanti pseudo critici, recensori, commentatori che scrivono per sentito dire, scopiazzandosi a vicenda, oppure dopo letture distratte e parziali, senza, quindi, uno studio dell’autore e dell’opera che si vuole recensire. Una mortificazione non solo per la letteratura ma per l’intelligenza. Fenomeno ancora più triste perché praticato da uomini di cultura. Certo, ci vuole tanta fatica e tanto tempo per fare le cose sul serio. L’impegno di Onofrio lo dimostra. Un giovane critico che si è nutrito di pagine e pagine dello scrittore calabrese, che con rigore scientifico elabora le tue tesi, avanza le sue analisi. Si può essere d’accordo o no sulle conclusioni ma il suo lavoro, del resto come gli altri che portano la sua firma, fa onore a chi crede ancora nel valore della critica letteraria, a chi doverosamente vuole svolgere con serietà il proprio compito. E non è cosa da poco in un tempo di pressapochismo, di visibilità a buon mercato, di degrado culturale ancora prima che morale.

Giovanni Pistoia
 

“Quotidiano del Sud”, 10 ottobre 2014, p. 50 – recensione a Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo

Onofrio viaggia nella poetica di Maffia. Il critico firma un illuminante saggio dedicato all’autore calabrese

È una vera sorpresa il libro di Marco Onofrio, dedicato alla narrativa di Dante Maffia. Onofrio, scrittore romano poco più che quarantenne e con all’attivo opere critiche dedicate, tra gli altri, a Giuseppe Ungaretti e Dino Campana, ha preso in considerazione i dodici volumi di Maffia (San Bettino Craxi, Un lupo Mannaro, Il poeta e lo spazzino, La donna che parlava ai libri, Sette donne per fare un uomo intero) e ne ha tratto una sorta di romanzo critico sull’autore calabrese. Nel volume, possiamo seguire il Maffia narratore attraverso le pagine di racconti che fotografano la realtà delnostro quotidiano in un modo molto particolare che fa pensare subito alla lezione di Jorge Luis Borges e di Tommaso Landolfi. Quel che emerge immediatamente dalla lettura di Come dentro un sogno è la simbiosi del critico con il narratore di cui si occupa. Ci sono pagine efficaci e penetranti che spiegano il mondo “maffiano” con opportuna e circostanziata lettura. Onofrio non trascura nulla, rendendo evidente che ha attraversato gli scritti di Maffia con una sorta di complicità che però non l’ha reso mai cieco o opaco nel giudizio. A differenza di tanti profili di scrittori questo del narratore Maffia ha qualcosa di vivo e di palpitante non solo perché il suo mondo lo è, ma anche perché Onofrio ha saputo coglierlo in pagine terse e spesso illuminanti. L’augurio è che la scuola prenda atto di libri come questo per poter accompagnare gli studenti alla lettura. Ci sono libri di Maffia che affrontano problemi eternamente attuali come l’emigrazione, la follia, l’ecologia, l’amore della coppia, il viaggio, le trasformazioni della città e dovremmo, perciò, avvicinarci alla sua lezione che vuole essere anche etica. Marco Onofrio ne offre l’opportunità. Ha ragione Carmine Chiodo: «Marco Onofrio, proprio perché anch’egli poeta e narratore, riesce a entrare nelle pieghe più nascoste dell’autore, e ne delinea il percorso narrativo con lucidità e con osservazioni che colgono e riassumono l’essenza della poetica maffiana».

Franco Maurella

 

"Alla volta di Leucade", nazariopardini.blogspot.it, 25 ottobre 2014

La poesia di Marco Onofrio, letta da Aldo Onorati

Con i suoi 9 libri di poesia finora pubblicati (sui 21 complessivi), da “Squarci d’eliso” (2002) a “Ora è altrove” (2013), Marco Onofrio offre altrettante convincenti prove di meditazione lirica. Il modello leopardiano della poesia-pensiero, sottoposto allo smottamento a-topico e metafisico novecentesco (Onofrio sussume il disincanto, ma lo tiene al riparo dalle sterili secche del “pensiero debole” e del “minimalismo”), viene immerso nell’impasto incandescente di una musicalità dionisiaca, che abita la voce del poeta in guisa di demone creativo, a getto continuo, e spande i suoi messaggi inquietanti al di sotto della forma, “apollinea”, misurata e inappuntabile. La tessitura dei versi è sempre tenuta a severo rigore mentale: ed è questo che, anzitutto, ci dà la misura di un’arte potente, legata un pentagramma sopra le righe, a cui fa da contrappunto una chiave troppo profonda perché i due termini estremi (il pensiero e il palpito emotivo) non scuotano il lettore. La scrittura poetica di Marco Onofrio articola la parola in un diaframma di complessità, cioè di armonia degli opposti, entro cui si gioca ogni carta dell’esistenza, del vivere e del possibile. Attenzione: non è facile non cadere nel paradosso espressivo; taluni infatti − senza possedere il fuoco sacro di Onofrio – hanno creduto di innovare il dettato poetico attraverso geometrie dissonanti all’interno di un discorso che, non significando più nulla, affidava al segno grafico la sua elezione. Onofrio, invece, è una superstrada che sorvola veloce su questi intrighi di ragioneria. Egli ha la passione interiore dell’esistenza, che interroga appassionatamente, ma pure razionalmente, trovando che il tutto è anche il suo contrario: e proprio da ciò scaturisce l’incanto del profondo che si rivela «tremito e spasimo convulso». Questo poeta ha la capacità “dispettosa”, intrigante, creativa, di porre ogni essenza dentro e fuori di se stessa, quasi al centro e all’estremo di un possibile dibattito perpetuo sull’ambivalenza di ogni cosa. C’è un anelito continuo al superamento della “natura” quale istinto di forza “necessaria”, cioè non selettiva sia del bene che del male, del brutto o del bello. Egli sembra scrivere da un tempo ciclico, quasi primordiale, in cui l’eternità non ha andata né ritorno. I pensieri dunque non possono portare a un punto focale univoco, poiché la vita “non conclude”, ed è troppo varia e complessa per essere racchiusa totalmente in una forma. Ma il frammento, quando il poeta sa dipingerlo in essenza, può brillare della luce dell’intero. La contemplazione di sé non significa soltanto introspezione, quanto anche specularità del tutto nel segmento, dell’immensa volta del cielo illuminato reso punta di spillo da una lente concentrica: ed è questo vetro ustorio (l’io che riflette l’immensità) a dare esplosione alle polveri della cronaca, della storia, dell’assenza. Onofrio parla ancora da una condizione di integrità (come a dire che l’uomo o è misura di tutte le cose, o è nulla), sia pure non idillica e non ingenua. È un poeta nuovo su basi antiche: si allontana perciò dal frastuono del verso contemporaneo per dialogare coi grandi di ogni tempo, ai quali premeva l’urgenza di abbracciare la vita, non di sezionarla. Infatti, conia versi d’una bellezza, d’una potenza, d’una fragranza d’aure nuove, e insieme senza tempo, che non possono scaturire se non dal senso eterno del mistero, dalla sua insistita e mai conclusa interrogazione. Onofrio è conscio dei pericoli che corre su tali vie, sui rimbalzi dal cuore all’universo e da questo al cuore; talché l’uomo risulta sempre figlio delle stelle, elemento tratto dal brodo siderale, in un triangolo capovolto il cui lato-base è il cielo, e il cuspide, il vertice acuto, l’intimo nostro: “in interiore homine stat veritas”. La sua poesia è un inno alla gioia, al modo di «imparare l’amore», di «essere amore». La preghiera d’amore e la “laude” che egli rivolge alla vita è una distillazione consapevole del buio e dell’abisso, attraverso le acque scure, il pane e il sale del mondo, il vuoto dentro il vuoto, le folgori nel cielo, l’urlo, il cosmo, la convulsione. D’altra parte, non potrebbe essere creduto un grido alto di gioia se non salisse dal magma insanguinato e doloroso del mondo trasfigurato! Si torna, con Onofrio, alla parola significante, non solo sonora, non solo matematica, poiché i ragionieri del verso hanno fatto il loro tempo. È un dettato nuovo, una visione insolita dell’esistere, dell’essere, dopo Montale. Perché Montale? Perché questi ha statuito la fine dell’espressione, con un pessimismo distruttivo che non si è fatto più liricità, ma livore e disperazione senza speranza. Il dopomontale è un problema: anzi lo sarebbe, se non ci fosse un dopo-lui. La poesia “positiva” e “agonistica” di Onofrio nasce da una sete di rinnovamento personale, cosmico, e da una fede nel tempo e nella durata di esso. C’è una spinta evolutiva interiore di gran forza che sorregge l’assunto globale della poetica di Onofrio, anche quando (come in “Emporium. Poemetto di civile indignazione”, 2009, o in “Disfunzioni”, 2011) straripa nell’esplorazione dei territori etici del nostro tempo: in tale luce bisogna, secondo me, porre la significazione del termine “amore”, in Onofrio sempre polivalente, polisemantico, ossimorico, che diventa corollario umano al mistero e perno dell’abbandono a ciò che è più grande di noi.  Marco Onofrio è un artista dall’impronta inconfondibile e dalla personalità ribollente. È un fiume in piena: di passioni, sensazioni, contrasti, proposte, provocazioni; anche di forti tentazioni oratorie, ma risolte nella bellezza dell’incatenazione semantica e sonora. Una chiarezza di fondo illumina il cammino lirico: la parola si fa taglio bruciante, e poi balsamo allo stesso. La cicatrice non si dimentica facilmente. Ma che pagina è quella che non lascia traccia?

Aldo Onorati

 

"Alla volta di Leucade", nazariopardini.blogspot.it, 25 ottobre 2014 

La poesia di Marco Onofrio è a brillare sugli scogli di Lèucade. Belle impennate emotive; concrete cospirazioni etimo-foniche: qui si fa della normalità il regno delle stelle, e del cielo il cuore della terra; il tutto arrampicandosi con scarpe felpate sulle cime di un linguismo che, semplicemente, vuole esprimere le emozioni di fronte ai colori che lasciano le cose; di fronte alle sensazioni di un altro giorno che muore. E' inutile dire che le metafore, le tante, fanno dello spartito un gioco di fughe e ritorni, di voli e di svoli, ma pur sempre di paènesi alla vita; a una vita che sa fare del futuro il passato e del passato il futuro in una rinascita epifanica tesa a vincere le ristrettezze del vivere. La vicinanza del dire qui si fa monito superbo ad una prosodia che abbraqcci l'intensità dell'essere. Esempio apodittico di come la vera poesia si cibi di nessi verbali veri, lontani da masturbazioni mentali, da complicati, parossistici, ed inutili spazi figurati che complichino il messaggio. Grande animo, illuminanti voci semantiche, coinvolgente musicalità fonosimbolica, giusta dose di panismo a cristallizzare gli input della vicenda umana, espansioni stilistiche di forte vis creativa, riferimento a questioni che inquietano il fatto di esistere: il tutto in una naturalezza umana e disumana che sa elevarsi alla grande verità della natura; ad abbracciare il mistero che è qua.

Nazario Pardini

 

 lapresenzadierato.wordpress.com, 10 dicembre 2014 - recensione a "Disfunzioni"

"Disfunzioni"  di Marco Onofrio è un libro strano ma autentico, che parla di cose vere. Sette poemetti, articolati in un percorso organico: altrettante stazioni di un unico poema. Onofrio colpisce al cuore le “disfunzioni” del mondo contemporaneo. Ma la disfunzione che le racchiude tutte è, secondo me, la mancanza della consapevolezza, di cui – più o meno – soffriamo tutti. E la poesia è forse la sola cura utile e necessaria a un recupero della consapevolezza. Perché la poesia ha il potere di fermare attimi, pensieri, frammenti, situazioni, significati. E non solo di fermarli ma di dargli valore, di amplificarli, farli esplodere: bruciarli fino a farne emergere l’essenza. La poesia ci rende consapevoli di essere unici e straordinari. Ci lucida lo sguardo dall’indifferenza, dalla polvere dei giorni. La poesia di Marco Onofrio tende a farsi teatro, e poi cinema. Chi ne conosce le pagine sa a cosa mi riferisco, perché Onofrio è una mitragliatrice di immagini. Sono immagini complesse e poliedriche, su cui occorre fermarsi a pensare, masticandole, metabolizzandole. Si prenda ad esempio, proprio da “Disfunzioni”, il poemetto Fuga, in cui la volontà di isolamento è rappresentata dalla caduta vorticosa nell’ignoto. Un precipitare continuo, una spirale che si fa arte durante la perlustrazione della casa e di tutto ciò che abbiamo accanto, e in un certo modo anche dentro, ma che prima non avevamo mai visto e che ora, per effetto dell’emergenza, diventa anzitutto “nuovo mondo” («c’è un paese intero da scoprire / all’angolo d’incrocio dei due muri») e poi riparo, anfratto dove abbracciare, attraverso la desistenza, una condizione di autenticità: «Così m’infilo nel pertugio e m’intrometto / m’intrippo nel più sodo all’intervallo / m’installo in un forziere di metallo / come un bel tesoro. / Nessuno scoprirà, nessuno più saprà. / Resterò ignoto, nell’infinito tutto dell’assente». La scrittura di Onofrio, in poesia come in prosa, non è esercizio di stile, né manierismo o estetismo letterario. Certo, le parole bisogna saperle usare e accostare, e talvolta anche inventare: Onofrio sa farlo da par suo (a proposito di neologismi: nel poemetto parodistico Al privè troviamo voci dei verbi “sambare”, “silvupleggiare”, “vandosireggiare”). Ma le parole occorre anche saperle osservare, come si fa con un dipinto. La poesia si osserva, quando le parole sono espresse, con perizia magistrale, sulla “tela” del libro. Andiamo a vedere uno di questi quadri, nel poemetto Roma Esercito, laddove sfila – sul tapis roulant del suono e del ritmo, ben incastonati –  un carosello di figure («Cardinali, deputati, borgomastri / finanzieri, turcomanni, ciambellani / e prevosti, gabellieri, dignitari, / graduati, marescialli, caporali, / conestabili, balivi, cortigiane, / portaborse, parassiti e fannulloni») simboliche delle mille facce del Potere, articolato nelle sue forme più basse, ottuse, burocratiche, ciecamente autoritarie. La scrittura si fa scandaglio che attraversa lo spessore del vuoto, della disperazione: «La mente stanca, soffiata, annuvolata, / sfiancata dal silenzio di quel niente». Nel poemetto Impallato emerge la figura aggiornata di Chaplin in fabbrica: solo che ora gli ingranaggi sono i tasti e gli schermi dei computer. È un personaggio anonimo che saggia la sua alienazione sui tracciati invisibili delle autostrade informatiche, automa davanti a uno degli innumerevoli terminali di controllo della Grande Impresa: «minchione tutto il giorno al terminale / di uno schermo ostaggio e in fondo schiavo: / pagato per non pensare, / per digitare i tasti ed eseguire / comandi programmati e soluzioni / caterve di sequenze e informazioni». Disperazione vera, profonda, senza via d’uscita: «I movimenti fermi del pensiero / sempre più pigro, sempre più banale. / Inetto e inutile, abissale». Penso a me, ai miei inutili giorni trascorsi nell’ufficio dove lavoro come “impiegato” a cose lontane dal mio vero essere, e debbo farlo solo per lo stipendio, per pagare il mutuo di casa; e quando guardo i colleghi vedo che non si accorgono nemmeno di non esserci, se non con il corpo, mentre la disperazione che provo è talmente profonda da creare un clone, il mio clone. Il fondo dell’alienazione, se c’è un fondo, viene toccato (e poi rovesciato con rabbia incendiaria di ribellione) in poemetti esplosivi come Respinto ed Espulso, dove ci si confronta in un corpo a corpo terribile con i liquami simbolici e gli altrettanto simbolici cattivi odori che emanano dalle macerie sanguinanti dell’essere, anzi: del non essere. Ma, in fondo, chi può arrogarsi il diritto di sostenere che davvero quegli odori sono “cattivi”? Ne siamo davvero sicuri? No. Infatti è proprio il fondo l’unica via d’uscita: un fondo che conduce a un precipizio aperto sul vuoto, lo stesso da cui si era partiti. Le “disfunzioni” di Onofrio rappresentano la vittoria sofferta della diversità, dell’uomo e del poeta. Poiché Onofrio proprio nella disfunzione, cioè nella sua disperazione di “sconfitto”, si afferma come uomo libero.

 Paolo Vanacore

 

"Corriere della Sera", 30 dicembre 2014 (edizione romana), p. 11

"I motivi per cui Non possiamo non dirci romani" - recensione a "Non possiamo non dirci romani"

Nel volume di Marco Onofrio i personaggi che hanno vissuto e scritto la Città Eterna

"Non sapevo niente di tutte quelle cose. Eppure mi commuovevano", sono le parole che, a proposito di Roma, Joyce fa dire a Bertha, protagonista femminile di Esuli, dramma teatrale del 1918, e che, più di altre, scandiscono l'emozione, più autentica, che la Città Eterna in sé contiene da millenni e, di volta in volta, restituisce ai viaggiatori che la visitano, a chi sceglie di restarci, a chi l'ha vissuta per un periodo, e a chi ha avuto la fortuna di nascervi. Eppure, lo scrittore irlandese non corservò un ricordo positivo della sua permanenza romana. Proprio come Benedetto Croce, il quale, giovanissimo, sopravvissuto al terremoto di Casamicciola (1883), tragedia in cui perse genitori e sorella, fu accolto in casa dello zio Silvio Spaventa e rimase scottato dalla mondanità della Capitale e dall'ambiente troppo diverso da quello dove fino ad allora era cresciuto. Tuttavia a Croce, Marco Onofrio si ispira per rintracciare il titolo (Non possiamo non dirci romani, Edilazio, 2013, pp. 272) della sua frizzante quantunque esuberante "carrellata romana" di quasi 40 personaggi illustri che hanno vissuto Roma con la passione dell'intelletto. Dalla Roma desolata e decaduta osservata da Dante, a quella solenne dell'incoronazione del Petrarca; da quella gaudente di Leone X a quella restia per un Nietzsche innamorato; da quella artistica e letteraria dell'Aretino, fino a quella più vivace e poetica di Ungaretti e Cardarelli. Insomma Onofrio racconta, attraverso soggiorni o semplici episodi di artisti, letterati e uomini di cultura, la disponibilità di Mamma Roma, città aperta a una vita di massa quasi mai davvero dolce (come si vorrebbe far credere), semmai addolcita dal senso della sua Storia: quel senso protettivo di un Impero sopravvissuto a numerose e periodiche decadenze. Nel leggere i ritratti descritti da Onofrio, il lettore infatti mastica una costante amarezza, una nostalgia, per i fulgidi e plurimi passati (prossimi e remoti) stratificati tra le rovine di una nobile antichità e per quelli più recenti della capitale scaltra e fervente dell'industria culturale del primo novecento: rappresentative sovrapposizioni che nemmeno le restrizioni del fascismo riuscirono a cancellare. Roma Caput Mundi, metropoli depositaria e portatrice di autentici valori che soltanto le sciatterie del presente riescono a offuscare.

Fausto Nicolini 

 

l'ombradelleparole.wordpress.com, 13 gennaio 2015 - su alcune poesie inedite di Marco Onofrio 

Si può compendiare il lavoro sulla poesia di quest’ultimo decennio di Marco Onofrio così: il tentativo (riuscito) di immettere l’«onda sonora» dell’endecasillabo in un «orizzonte» spaziale (uno «spazio vuoto»), nel mondo a-dimensionale, tra gli oggetti a-dimensionali e la resistenza che essi pongono alla rappresentazione. Onofrio prende ad interrompere l’«onda sonora» proprio quando essa sembra lievitare e sollevarsi, prende a sviare e a deviare il flusso orchestrale verso la dis-tonia e la dis-armonia controllata, la parola tende ad uscire dal pentagramma sonoro per inoltrarsi in un campo elettromagnetico libero, cioè sottratto alla carica gravitazionale, verso un «oltre l’orizzonte» a-prospettico, a-temporale. Direi che tutta la sua recente poesia sbocca in questo «oltre» a-prospettico. Nel Discorso su Dante (1933) Osip Mandel’štam mette giù alcuni pensieri che sono di importanza fondamentale per l’elaborazione di un nuovo concetto di “colonna sonora” che tanta parte avrà nella più alta poesia del Novecento: Il valzer – egli scrive – è essenzialmente una danza ondulatoria, neppur lontanamente immaginabile nelle civiltà ellenica o egizia, possibile invece nella civiltà cinese e pienamente legittima in quella europea moderna. (Sono debitore a Spengler di questo raffronto). Principio fondamentale del valzer è la predilezione, tipicamente europea, per i movimenti ondulatori continui, l’attenzione all’onda che pervade la nostra dottrina della materia, la nostra poesia e la nostra musica”. Ma c’è di più, per Mandel’štam “Il discorso o pensiero poetico può essere chiamato sonoro soltanto in via convenzionale; infatti ciò che udiamo è unicamente l’interferenza di due linee, una delle quali, presa da sola, è assolutamente muta, mentre l’altra, senza il sostegno del movimento delle immagini è priva di ogni significazione e interesse e si presta alla parafrasi, sintomo certissimo, a mio vedere, dell’assenza di poesiadove è possibile la parafrasi, le lenzuola non sono gualcite, la poesia non ha pernottato“. Nella poesia di Onofrio c’è una energia desiderante, un flusso musicale che tende «oltre la parola», «oltre il vuoto nero», «ai bordi di un quadrato senza lati», tra «l’Uno eterno» (l’isola di Montecristo) e il «vuoto nero»,  «il grande spazio interno», tra l’«interno» e l’«esterno», «dentro la rete dello spazio vuoto / dal mio corpo oltre l’orizzonte», dentro un «mistero impenetrato».

Giorgio Linguaglossa 

 

www.patrialetteratura.com,  21 gennaio 2015 - Anna Ventura legge alcune poesie di Marco Onofrio

Un approccio critico all’opera poetica di Marco Onofrio non può prescindere dalla premessa che quanto verrà letto, e meditato, presuppone un legame inscindibile tra forma e contenuti, poiché ci troviamo di fronte a un percorso poetico che si affida non solo alla esposizione del pensiero, ma anche al “come” questa esposizione si realizza. Molti concetti, infatti, prendono forma e vigore dal linguaggio che li esprime: linguaggio ricco, coraggioso,”barocco”, nell’accezione migliore della parola; non il barocco stracarico e pesante, ma quello denso di forza e di meraviglia; quello che conquista il vuoto e lo rende concreto. Basta leggere con attenzione “Fuga”, il primo componimento della raccolta di poemetti “Disfunzioni” (Edizioni della Sera, 2011), per avere già un’idea precisa della poetica di Onofrio. Il testo descrive «una casa sommersa, a due piani / sfondata nell’interno come un pozzo, /stipata di vertigine abissale. / È un lago di sabbia e di sale / È la forma di un palazzo in fondo al mare». Si noti la frequenza della lettera “s”, onomatopeica, che annuncia i versi che seguiranno: «Lagnosa di tubi che fischiano / maligni del fuoco che è all’interno». Col pianto dei tubi compare il suono, per poi tornare, alternativamente, all’immagine: «Sono le stanze infette dell’estate: / è il corridoio assurdo senza fine». E, dentro, ci sono i demoni: «come le scie di una presenza della notte, / la forma e la distanza del suo nero». Questo ultimo verso è bellissimo, comunica lo sgomento di fronte all’invisibile che tuttavia esiste, e può palesarsi quando vuole: sono i “sogni della ragione” di Goya, onnipresenti e ostili, pronti all’assalto proditorio. E tuttavia questa casa sommersa può diventare un rifugio, un luogo inesplorato perché ostile a chiunque, e pertanto qui la fuga è possibile, è possibile stare «lontano dallo sguardo della gente», finalmente giunti al capolinea di un allontanamento necessario. Torna il tema della fuga in “Roma esercito” (“Disfunzioni”, pag. 39), fuga dagli uomini orribili che hanno “ucciso dentro” il bambino che “erano un tempo”. Anche qui, il luogo in cui l’azione si svolge allude all’angoscia che ha resa necessaria la fuga:  «Imbocco un corridoio senza fine. / Mi porta ad un cortile circoscritto / quadrato tutto intorno in muratura». Nell’aria, una parola terribile: “punito”. Punito perché “obiettore di coscienza”, renitente alla leva. Lui reagisce a muso duro, ma con l’ottusa coerenza dei militari non si scherza. Si scherza, invece, con certi personaggi tragicomici che pullulano per Roma, come il «Rodolfo Valentino de noantri», con la sua corte dei miracoli di donnine allegre, pronte al ballo (dopo che «scappa dappertutto l’invitaggio») e a qualunque altra concessione, se richiesta. L’elenco dei nomignoli delle belle è un capolavoro di amenità: uno per tutti: «la più tanta». Nel volume di liriche “Ora è altrove” (Lepisma, 2013) il discorso poetico di Marco Onofrio segue un percorso più piano, più meditato; la premessa, in corsivo, è una dichiarazione di poetica nuova, che porta a un superamento di sé, alla ricerca di spazi ulteriori. Nuovo è anche l’approccio alla natura, osservata con l’occhio attento di chi in essa cerca la manifestazione possente di una forza superiore, un mistero, che si esprime in un testo particolarmente felice (“Il mistero”, appunto, in "Ora è altrove”, pag. 80), dove nel “corpo vivo della madre terra si individua “il fuoco azzurro della sua cintura”: un’espressione ancora una volta barocca, eppure insostituibile. Onofrio conosce il peso e il valore della parola, e lo dichiara in un testo importante, che si intitola, appunto, “Le parole” (“Ora e altrove”, pag. 82): qui si pone il problema del rapporto tra parole e cose, un rapporto difficile, che deriva dal fatto che parole e cose sono, in fondo, un tutto unico; poiché  le cose sono «parole / della lingua nuda che dimenticammo / terribile, inequivoca, assoluta / fatta di pensiero e di energia». Ci fu un tempo in cui l’uomo si espresse, forse, solo col movimento del corpo, col grido inarticolato che gli usciva dalla gola: al tempo in cui le cose erano mezzi per sopravvivere, per affrontare l’immane lotta con la natura. La parola è una conquista faticosa, nata dal bisogno di definire le cose, e di comunicarle agli altri; ma è anche il primo modo per esprimere il proprio io, l’uscita dalla ferinità verso il mondo eletto degli uomini. Forse c’è troppo pessimismo in “Colloquio” (“Ora è altrove”, pag. 86): «Non potremo mai racchiudere / in una forma umana / la gioia del vero / colloquio. / Comprendersi è tutto». Perché non ci dovrebbe essere un “vero colloquio” tra l’io e gli altri? Forse perché miriamo troppo in alto; vorremmo un dialogo tra eletti, mentre basta guardare due vecchi che camminano insieme per la strada, o siedono sulla porta di casa su due sedie uguali, per trovare un esempio di colloquio: umile, banale, magari anche segnato da piccoli dispetti e minimi rancori, e tuttavia vero, presente, ineludibile. Così il senso dell’addio, così annichilante, così ingiusto, che ci assale proditoriamente (e tornerà ad assalirci) davanti alla perdita  inevitabile, anche l’addio lascia che si possa ancora bere “il sangue della gioia”: perché, come dice l’incomparabile  Marquèz, “la vita è più sterminata della morte”.

Anna Ventura

www.patrialetteratura.com, 6 marzo 2015 - Palmira De Angelis legge "La scuola degli idioti"

Se dovessi presentare o introdurre questi racconti di Marco Onofrio a un pubblico di giovani lettori, ecco, la prima cosa che direi è: “state attenti, non è semplice. Accostatevi con circospezione e procedete piano, non ingozzatevi, perché Onofrio potrebbe saziarvi subito: non bevete tutto d’un fiato, perché non solo vi potreste trovare inebriati e incapaci di intendere, ma potreste perdere quel gusto che arriva alla lingua e al palato solo se ci si sofferma ad assaporare ogni sorso”. Trattandosi di Onofrio, una similitudine con il mangiare e il bere sembra peraltro ben adatta, e già parto con il piede giusto, come insegnante, senza tradire il mio autore. Poi – questa è la prassi che in genere si segue a scuola – dovrei contestualizzarlo all’interno di una tradizione letteraria, in accordo o in contrasto con essa. Già mi pare di sentire qualche studente che butta là qualche battuta: «è vivo, è contemporaneo, e meno male!» «Sicuro che è contemporaneo?» dice un altro. «Io ho letto alcuni pezzi» – pezzi, non passi, dicono i ragazzi – «e questo Onofrio usa un sacco di parole che non ho mai sentito, anzi: me le sono appuntate, eccone qualcuna…. “perfezion”, così tronca; “da lunga pezza”, “imbandigione”, “giulebbe”, “fondiglio”…» «Non solo» lo interrompe un altro «io mica ho capito se è prosa o poesia, ho avuto la sensazione che se spezzassi le frasi e andassi a capo verrebbe fuori una specie di poemetto… è come se avesse scritto il testo di una lunga canzone, si sente dentro una specie di melodia… ma non è che è un paroliere?» Insomma, frizzi e lazzi. A questo punto devo interrompere. Riprendo in mano le redini: Marco Onofrio, sì, è vivo e nostro contemporaneo. Con molti di noi, credo, questo scrittore condivide la sfiducia che la vita possa avere una qualche forma, una qualche coerenza, uno scopo che non sia quello di riprodursi, caotica e leopardianamente ostile, nemica ai deboli, collusa con gli avidi, i disonesti, i prepotenti. Una vita tanto tollerante con ciò che è brutto e squallido, quanto irridente di ogni sforzo che il singolo possa fare per abbellirla, renderla più giusta, meno feroce. «Leopardi, il singolo, l’individuo, la vita matrigna: professoressa, non sarà che questo Onofrio è un neo-romantico?» Ci sono ragazzi perspicaci a scuola: anche se non possiedono strumenti critici raffinatissimi, qualche volta ci azzeccano con l’intuito. Però fuochino, fuochino. I protagonisti di questi racconti sono in effetti persone sole, individui schiacciati, isolati, inermi, vinti, anche rancorosi per essere messi sempre in un angolo. Tentano di ribellarsi, provano ad attaccare, ma restano sempre incapaci di uscire da una situazione che li imprigiona in un ruolo di “scarti”. Però questa situazione non sembra un assoluto, non è la leopardiana Natura con l’iniziale maiuscola, e l’individuo non è “tutti gli individui”, ma proprio questo individuo “qui”, che vive vicino a noi, cammina per le nostre strade, va a braccetto con la propria donna, siede all’ultimo banco di una classe di idioti. Questo individuo debole, confuso, angosciato e reietto è il prodotto della nostra società. Una società, peraltro, ormai totalmente urbana, in cui la natura non è madre né matrigna: proprio non c’è, è assente, o, se la si incontra, è nella forma estranea di un maiale riverso sulla strada degli umani, che impaurisce, disgusta, repelle, e infatti lo si vuole eliminare. «Vuol dire, professoressa, che Onofrio nei suoi scritti critica la società?» Sì. Onofrio punta il dito contro l’immoralità, la crudeltà e la bruttezza della società contemporanea. La fa non solo in questi racconti, ma anche nelle poesie e nelle altre prose, dove il tessuto della narrazione è sempre quello della denuncia – valga per tutti il poemetto di civile indignazione “Emporium”. Noi siamo ovviamente i figli di questa società, divisa tra deboli e forti. Tra chi pensa e sogna e chi non pensa e guadagna, tra chi scrive bene e chi pubblica bene, tra chi si fa leccare il deretano e chi si trova ripetutamente di fronte all’amletico dilemma: leccare o non leccare? E siamo esseri soli: i personaggi di questi racconti non hanno amici, se li hanno tradiscono; non hanno un compagno: figure di amanti e fidanzate compaiono talvolta fuori o dentro un letto, ma sono sostanzialmente delle figure estranee, palliativi alla solitudine, che al massimo servono per il piacere fisico, non certo persone di cui fidarsi, a cui raccontare delle proprie preoccupazioni e della propria angoscia. Uno studente che, evidentemente, ha letto di più, osserva: «nella sua rappresentazione del mondo in cui viviamo, Onofrio ricorda Eliot, la “Waste Land”, la Terra desolata». Bene ragazzi, bravi, lo avete portato dall’Ottocento all’inizio del secolo scorso: Onofrio si sta guadagnando a passi lenti la sua modernità. Ma si accende ora una piccola bagarre, perché quelli più bravi entrano in competizione, e un altro contrattacca: «E no, Eliot proprio no. Niente neo-modernismo. Intanto abbiamo appena detto che la denuncia di Onofrio riguarda questa società, la nostra, che è una vera schifezza ma sarebbe perfettibile, se solo lo volessimo. Onofrio non ha intenzione di trasformare la sua denuncia in una, come si dice? mitopoiesi: non è l’individuo in quanto tale, sempre platonicamente uguale a se stesso, ma il prodotto di questa società capitalistica, oppressiva solo verso alcuni strati economici». Non mi sentirei di censurare qui in classe un po’ di sano vecchio marxismo. Anche perché il ragazzo prosegue ricordandoci che T. S. Eliot chiama la sua scrittura “Frammenti”, ricordate? «These fragments I have shored against my ruins». Ci sono sì le rovine, ma Onofrio non ne vuole proprio sapere di frammenti: lui usa parole su parole, frasi e discorsi, come armi, come munizioni, come testuggini in movimento, divisioni, corazzate, flotte… Devo interromperlo perché… esagera? No: in realtà sono d’accordo con il mio studente, ma ha toccato un campo che mi interessa in modo particolare e che voglio trattare io, se permettete… In fin dei conti sono l’insegnante. E così dico: è vero, parole su parole, tasselli, mattoni, cui però la voce narrante dà un’unità: quella di uno spazio chiuso, circolare, dove tutto sta dentro, equidistante dal centro, dove non c’è progressione, maturazione, svolta, e il personaggio si ritrova alla fine come all’inizio. Unità di tempo, luogo e azione: le unità aristoteliche usate a rappresentare una condizione che ricorre claustrofobica, entro cui ci si può solo dibattere scompostamente, furiosamente. Lo spazio si restringe addosso al personaggio, si deforma, attiva le sue nevrosi, rivela la perdita della capacità di comunicare. Questi luoghi, infatti, rappresentano ossessivamente la nostra civiltà degradata in cui non solo la natura è assente, e con essa il ciclo del riposo e della rinascita, ma anche la parola ha perso la sua funzione comunicativa. L’individuo, schiacciato in tale contesto, depresso, umiliato dalle Istituzioni – scuola, chiesa, accademia – è incapace di comprendere ciò che lo circonda. Perché ciò che lo circonda ha perso solidità, oltre che senso. Ciò che il singolo vede, o patisce, può – ed è questo che accade in più di un racconto – risultare alla fine irreale, soltanto sogno, illusione, visione distorta, apparizione, nulla. Come dicevo all’inizio, per Onofrio la vita è informe, confusa, indistinguibile dalle nostre proiezioni mentali, e qualunque tentativo di “rappresentarla” non può che fallire. Il linguaggio di Onofrio denuncia questo fallimento. Addio neo-neorealismo. Abbiamo saltato e superato una narrazione fondata sulla fiducia che il linguaggio possa far vedere in trasparenza una realtà oggettiva – sociale o psicologica che sia –, e che il narratore, facendo un passo indietro e nascondendosi dietro il proprio dito che indica, possa distogliere lo sguardo del lettore da sé e indirizzarlo su ciò che viene indicato. No, Onofrio non procede per via di sottrazione, per frammenti, silenzi, nascondimenti della voce narrante; Onofrio rilancia. La sua è una concezione glottocentrica. La parola, in questi racconti, si impone con una grandezza e una potenza che ne riducono la funzione comunicativa a un ruolo complementare all’altro suo ruolo, quello puramente estetico: diciamo fifty fifty, perché Onofrio è bene attento a non pendere dalla parte dell’estetismo puro. Così il linguaggio non è un mezzo per descrivere la realtà, bensì è la realtà stessa; non è lo specchio del mondo esterno, ma è il mondo nella sua dimensione di sogno/incubo/scrittura. Una scrittura che inevitabilmente si frappone tra chi narra e ciò che è narrato. Una scrittura che vuole essere protagonista e attirare attenzione. Ecco, questo è il mio dito, altrettanto interessante della cosa che indico. È un elemento vivo, che libera pulsioni sue proprie. È il trionfo dionisiaco della parola, l’affermazione di un “soggettivo” che si impone come unico modo di rappresentare una realtà che ormai non è più nemmeno liquida, è fantasma evanescente e forma precaria. Il linguaggio, in questo libro di racconti, chiaramente dispiegato come costruzione fittizia – scarsamente denotativo, se per occasionali, rapide cadute di essenzialità semantica – procede per accumulo di associazioni e assonanze, e segue una musicalità precisa, ben orchestrata, una sorta di onda melodica – forse aveva ragione il ragazzo che faceva di Onofrio un paroliere. Ponendosi, la parola, di fronte all’informe, al vuoto, essa tenta di sfuggire all’abisso con il gioco, e diviene così affabulazione ridondante, colorata, brillante, pirotecnica: uno spettacolo che inventa di volta in volta le proprie regole, il proprio lessico, andandolo a pescare magari in vecchi libri dai fogli ingialliti, rilegati a mano col filo, o nei bar delle periferie, per poterti sorprendere quando si rivela arma puntata contro le brutture del mondo. Come dicevi tu prima? parole che sono divisioni, testuggini in movimento, corazzate, flotte… Insomma, dobbiamo ammettere che in una scuola, non di idioti, qualcosa di Marco Onofrio – non tutto, certamente, ma qualcosa – oggi si è capito.

Palmira De Angelis          

 

lapresenzadierato.wordpress.com, 13 maggio 2015 - Delfina Ducci legge "Ai bordi di un quadrato senza lati" 


Quando Marco Onofrio ti consegna un suo libro di poesie, non si può aprirlo subito. Bisogna concentrarsi sulla copertina, anticamera del messaggio poetico. Mai concepita con il fine di rendere “gradevole” l’impatto visivo. Lì è la chiave di lettura del testo. Stavolta il titolo è: Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya Editore, Milano, 2015, pp. 80, Euro 10). Immagine di copertina: un quadrato, al centro un buco nero con un cerchio bianco da cui si irradiano linee bianche e nere. Una figura che non ha contorni, non delineata: stimola suggestioni e fantasie. La materia che non subisce regolarizzazioni esprime informità e caos. Il quadrato senza recinto, senza punti di riferimento, senza punti cardinali non è più il simbolo pitagorico della giustizia, della legge come normatività interiore. Il quadrato, immagine della terra, in opposizione al cielo, rappresentato dal cerchio, diventa in Marco Onofrio il simbolo dell’universo creato (del cielo e della terra). Dall’occhio nero inzia l’itinerario della comunicazione. Il processo comunicativo naviga verso rotte infinite. Non trova opposizione, non si arresta al terrestre, non stagna, non si solidifica. «L’immenso è troppo vasto / per farsi quietamente / una ragione».  Dal centro nero, dall’occhio immobile, lo spirito si fa nomade, vaga oltre il limite, oltre l’idea stessa. Varca la soglia dello spazio sacro: «beati quelli che si accontentano / delle nuvole: io, per me, basto / alle stelle». Il termine bastare non è limite, è anelito dell’anima verso la luce, l’infinito. Le espressioni poetiche sono sempre intrise di sacro, anche quando la parola si sporca di fango. Entra ugualmente nel tempio. Brama la resurrezione: «Ecco l’aprile, che non allunga ponti / al tempo della dolce convulsione / e annoda i resoconti delle sere / sopra il viso: e la speranza / è disperazione». La  speranza di superare la sua limitata umanità per entrare nell’immortalità diventa disperazione, se solo sfiorata dall’incertezza. Ritrovare se stesso succhiando nutrimento dal cordone ombelicale che lo collega all’universo, restare tenacemente attaccato al filo di lui bambino che lo unisce alla madre della vita, rimanda al burattino burlone tirato dai fili issati in cielo, che ingoia il suo Dio:

 

BURLA

 «Portate il mimo dell’invisibile, subito:

 che bruci ad ogni tuffo del suo cuore».

 (Sussurro dalla tenebra infinita)

 «… Se il mondo è una pupilla pitturata

 l’occhio che lo vede, mio signore

 è un battere di ciglia, un colpo, un velo.

 Un buco che sfavilla e poi si chiude

 all’orizzonte:

 nell’azzurro».

 «Chi parla?»

 ( Scalpiccio di passi approssimati)

 «Eccomi, padrone. Sono qua.

 Burattino ironico e sublime.

 Buffo. A disposizione».

 «Apre dai due lati il mio portone».

 (Fattosi scoperto alla visione)

 «La la la, lallalla…»

 «Tu. Che cosa ti sostiene?»

 «Mi arrangio. I miei fili

 si perdono nel cielo…»

 «Forza, dunque, fammi divertire».

 «Ma certo, Sire!»

 (…)

 «Ebbene?»

 (toltasi la maschera:

 mostrato finalmente il volto fero)

 «Vieni che ti mangio in un boccone»…

 

 Onofrio insegue un simbolo antico di conciliazione con l’eternità:

 

 MONTECRISTO

 Ombrosa, isola isolata

 incidi il tuo profilo nella luce

 d’oro del crepuscolo tirreno

 viola contro il fumo di laggiù

 lontano, lontano, all’orizzonte

 tricuspide, dentro il tuo mistero

 impenetrato, chiusa Montecristo:

 tu, fortezza di solitudine

 immersa nel tuo tempo millenario

 al di fuori del tempo

 stai, protetta dalla Storia

 nel silenzio dell’eternità.

 

Ma io ti ho visto, ti ho visto

 un pomeriggio di cent’anni fa…

 E ancora: «Volerai sul mare del sogno / verso il ciglio limpido di un’alba / che nasce dalla tenebra più nera (…) // Anima di fiamma salirai / di vuoto in vuoto, nell’eterno / essere increato / svanendo nel silenzio / finalmente libero / infinito». La libertà è approdo meritato per il povero ecceomo che attraversa i limiti della materia: «Riuscirò, un giorno / a volare in carne e ossa / senza ali? A tuffarmi / nell’immensità?» Solo agli spiriti eletti come Marco Onofrio è riservato il privilegio del “folle volo”, premio al suo coraggio di essere non “un” poeta ma “il” poeta in cerca della divinità. La fiducia che comunica Marco è la nostra grande speranza. Quest’opera non supera in importanza o in maturità versificatoria le sue precedenti sillogi, ma sicuramente è caratterizzata da una dolcezza nuova, per cui Achille tende a trasfigurarsi in Ulisse. Dalla collera e dal risentimento, al coraggio di essere creatura, coscienza. Lo sviluppo intellettuale di Onofrio si nutre di un persistente groviglio emotivo che conferisce a ciò che scrive quel suo tipico surplus d’urgenza e di energia. La sua originalità di espressione non sarà mai superata da mode improvvisate. La sua lirica è una finestra sul mondo. Vorrei rubare l’espressione di Nicola Crocetti, che di Pascoli disse “è un gigante!” Per girarla oggi a Marco Onofrio.

Delfina Ducci

lombradelleparole.wordpress.com, 14 maggio 2015 - Nota critica su "Ai bordi di un quadrato senza lati" 

L’autocoscienza del vuoto è quella condizione propria dell’uomo moderno che fa esperienza della propria de-realizzazione; la percezione del vuoto non più visto in contrapposizione al pieno ma come complemento necessario e inevitabile del pieno, anzi, come giustificazione della insorgenza del pieno. Il de-realizzato sa fin troppo bene che il vuoto è onnipotente, tanto da non essere più qualcosa che si avverte, ma piuttosto qualcosa in cui ci si stabilizza esistenzialmente, una tonalità affettiva che diventa totalità affettiva, un dentro-fuori che nuota nel vuoto assiologico, che aderisce agli oggetti circostanti, che contamina il soggetto: così tutto appare vuoto e privo di senso. La melancholia viene anestetizzata in ipertrofia dell’io manifesto. Chi avverte il vuoto sente di condurre una pseudo esistenza, staccata dallo sfondo, priva di un orizzonte di senso o di speranza, chi vive vive sovrappensiero o con pensieri laterali, con retropensieri, senza un contatto tangibile con gli oggetti del mondo, chi vive vive «ai bordi di un quadrato senza lati», «di questo sole verde con criniera» che «brilla dall’interno luce nera». De-personalizzazione e de-realizzazione diventano così due facce della stessa medaglia dove il rapporto col mondo viene tagliato fuori dal «tatto», viene a perdere la tattilità delle cose e il mondo perde la caratteristica della tridimensionalità per apparire unidimensionale come un fondale da teatro. Ecco spiegata l’ossessione del teatro nella poesia di Marco Onofrio, l’ossessione del burattino che si muove secondo i fili invisibili che lo tirano di qua e di là, senza un perché, senza un per come. I movimenti legnosi del burattino rispondono bene come condizione di esistenza alla dittatura del vuoto.  E c’è anche l’ossessione del vuoto, la poesia di Onofrio è, se mi si passa il termine, piena di vuoto, perché  il vuoto straripa nel mondo pieno di a-sensi e pieno di buchi, di voragini, di abissi dall’uno all’altro dei lati del «quadrato senza lati». L’indirezione, l’inorientazione che ne deriva inibisce ogni scelta direzionale (agorafobia) come per la profondità o l’altezza (acrofobia), di qui il rullo compressore della versificazione che tenta di acciuffare il reale per via della sua spinta progressiva e propulsiva. Di qui la sensazione di un periclitare maniacale senza fine nel fondo di un abisso, lo s-fondamento della metaforizzazione, cioè della distinzione tra il proprio-corpo (il letterale) e in non-proprio (il figurato), tra il significante del referente e un secondo significante del medesimo referente; di qui la «disfunzione» (tipico concetto della poesia di Onofrio), questo indebolimento progressivo della condizione esistenziale si risolve, nella sua poesia, in intensificazione del magma lessicale musicale, quasi un linguaggio primario pre-epistemologico (la lingua materna) che giunge per via di intuizione alla immaginazione delle «cose». Se quella del vuoto e dell’abisso è un’immagine, lo è nel senso di una immagine (la metafora assoluta di Blumenberg) letterale. Il vuoto di Onofrio è dunque un vuoto originario e genetico che crea le cose, non dunque il vuoto inteso come il non-ancora della sua utilizzabilità come nel caso della brocca come «offerta del versato» (Heidegger, Das DingEssere e tempo), un concetto ancorato alla tematizzazione del vuoto trattato come assenza o lacuna che attende di essere riempita e non come pausa indispensabile nel continuum dell’in-fondato che rende possibile l’apparire linguistico della cosa. Ad un mondo ridotto a superficie priva di senso, la poesia di Onofrio risponde con una superficie che introietta il vuoto ricco di a-senso. La sua è una poesia, diciamo, ricca di vuoto, sospesa tra la a-figurazione dello s-fondo e la figurazione oggettiva della metafora, tra la metafora assoluta che giace al fondo del linguaggio primario musicale e la de-metaforizzazione dei processi linguistici nella lingua di relazione. Come lo sfondo delle sculture di Henry Moore è una superficie tersa e monocorde che meglio riesce a mettere in evidenza la scultura in primo piano, parimenti la poesia di Onofrio soggiace a questa medesima necessità raffigurativa. Ci sono gli oggetti in primo piano ma il fondale è una superficie linguistica a-significativa. Tra gli oggetti linguistici e il fondale non si dà alcuna relazione, sono come giustapposti e muti, sono privi di comunicazione, ecco spiegata l’intensificazione della colonna sonora di cui questa poesia non può fare a meno.

Giorgio Linguaglossa

"Intorno alla poesia. 18 interviste a poeti italiani", a cura di Paolo Ragni, Poetikanten, maggio 2015, pp. 229-230 - Aldo Onorati su Marco Onofrio

In Italia, grazie a un critico di primo ordine, e poeta anche lui, Marco Onofrio, che ha curato l'antologia poetica intitolata "Il mistero e la clessidra", con una postfazione di Walter Mauro e uno studio, all'interno, di Bàrberi Squarotti, si torna a prendere in considerazione anche la mia parte "lirica". Onofrio ha scritto una poderosa monografia e ha scelto le poesie in base ad alcune tematiche.

Aldo Onorati 

 

“Leggere:tutti”, maggio 2015, pp. 56-57 – Recensione a “Ai bordi di un quadrato senza lati”

 Questa silloge di Marco Onofrio si impernia su due fulcri: l’irresolubile problema dell’io al confronto dell’Universo e la Natura in se stessa. Tali motivi si intersecano, entrano in osmosi e in conflitto, generando una poesia nuova, tra le piu aggressive e profonde di questi anni. Fabio Pierangeli in prefazione scrive: “Onofrio non sceglie strade semplici; piuttosto, si tuffa in baratri vertiginosi, dal basso di una poesia viscerale all’alto di un rimando metafisico”. E che l’autore, lungi dal cantare il monocordo, coglie la realta nel suo “gran mar dell’essere” (per dirla con Dante), cioe nelle sue contraddizioni, ben sapendo che spesso l’assurdo contiene piu verita del razionale. “Esploro la piu amara oscurita: /sono un clandestino, brancolo/ nella cabina chiusa a chiave/ di una nave abbandonata/ in fondo al mare./ Quanti sorsi d’angoscia / dentro questa scatola abitata/ dal suono permanente senza eta”: ecco un esempio di metafore azzardate, geniali, polisemiche, riconducibili ai tragici (o grotteschi?) perche sulla vita, la morte, l’universo, l’amore. E’ una visione alternativa del mondo. Il cosmo di Onofrio e complesso, vulcanico, viscerale, violento e dolce, laddove “la nostalgia che transita nel tempo/ da un senso sopracuto ad ogni cosa/ e non risolve niente// Il cielo e una voragine di carne/ un groppo di dolore aggrovigliato/ una membrana tesa…” Con Onofrio si chiudono due filoni ormai consunti della lirica italiana: quello del ”cuore” (ove ogni autore piange se stesso e si commisera) e quello della “ragioneria del dire”. Ha ripreso in mano le regole della metrica, in modo che un certo ritmo precipuo dell’autore trova subito la sua collocazione in una scansione interiore di rara bellezza espressiva e di intenso cogitare. Ha tolto l’astrazione e reinserito il pensiero.

 Aldo Onorati

                   

"Alla volta di Leucade", nazariopardini.blogspot.it, 12 luglio 2015 - Paolo Di Paolo sulla poesia di Marco Onofrio

 Marco Onofrio è uno scrittore poligrafo e multicorde, che ha una sua riconoscibilità non solo stilistica, ma quantitativa: dovuta cioè anche all’estensione della sua opera (22 volumi finora pubblicati, tra cui dieci di poesia) che è cominciata molto presto con qualcosa di connaturale alla prosecuzione del percorso effettivamente compiuto. La sua prima raccolta poetica si intitola “Squarci d’eliso” (2002) e ha molto a che fare con il cielo, con il racconto di meteorologie particolari. Mi colpì subito questo suo modo di guardare al cielo, al suo trascolorare, alle modificazioni atmosferiche, alle sfumature, alle pagine di luce che lo compongono. Come se lo sguardo di questo io poetante fosse sempre rivolto verso l’alto. In realtà, poi, tutto quello che viene dopo contraddice e richiama, ovvero conquista e riconquista, quell’inizio. C’è forse una parola che io vedo fondamentale in questo percorso, utile a chiarire qual è l’itinerario di Onofrio: l’oscillazione. C’è un oscillare costante a vari livelli: non solo tra scrittura poetica e in prosa – dopo un libro di poesia, o già accanto ad esso, ha bisogno della prosa, e poi di nuovo della poesia – ma anche a livello tematico, perché quello sguardo verso l’alto improvvisamente si abbassa e guarda non solo ad altezza d’uomo, come il più delle volte uno scrittore fa, ma anche più in basso dell’uomo, o dentro l’uomo, e quindi giù, verso la terra, o sottoterra, fino alla materia più viscerale e sconvolgente dell’esistenza; e poi ancora lo rialza di nuovo, e in questa oscillazione uno si disorienta, perché sente che c’è continuamente un opposto che nega l’altro, o che lo completa. Allora tutta l’opera di Onofrio è fatta di oscillazioni: tematiche, linguistiche e lessicali. Dall’altezza di una lingua compostissima, classica, antica, anche nel senso della conquista di un’eleganza che non è dell’oggi, ed è per questo inattuale, precipita – non solo nella prosa ma anche nella poesia – nelle profondità di una lingua che invece è materica, viscerale, vivida e perfino violenta. È come se disponesse di un lessico disarmante, nella sua ampiezza, dalla distillata pulizia di un libro come il più recente “Ai bordi di un quadrato senza lati” (2015) all’accesa indignazione di un libro come “Emporium” (2009). Da racconti composti che cercano una classicità anche nella forma della prosa, a racconti turbolenti, grotteschi, caustici, satirici, obbedienti a una vena rara in Italia, rabelaisiana, pantagruelica poiché accoglie “tutto il vivente”, senza escludere la sua materia più greve. Allora come si mettono insieme queste due nature, che sembrano solo due e forse sono invece molteplici? Si mettono insieme in un senso di ricerca, proteso ad inseguire domande fondamentali, quelle che stanno all’inizio e alla fine di ogni percorso serio e autentico. «A chi si scrive?» ci si chiede nell’ultima raccolta: è la ricerca straziante di un interlocutore. Immagino Onofrio nella sua bulimica fame di letture e scritture, questa sorta di gesto sempre ampio che c’è in lui, per cui accumula testi letti a testi scritti, in un lavoro inesausto, quasi da officina vulcanica. Alza lo sguardo e si chiede “a chi” sta parlando. È una domanda che riguarda il senso stesso del gesto creativo, se c’è qualcuno che ne raccoglie un battito, un eco. Per alcuni, alla cui razza Onofrio appartiene, scrivere e vivere sono due facce della stessa medaglia: vivere è un’estensione dello scrivere, e viceversa. L’oscillazione è ancora più manifesta perché passa da un presupposto che sembrerebbe nichilista, contrario alla possibilità di un vivere “altro”, alla conquista di una dimensione che è molto prossima all’eliso da cui è partito tredici anni fa. Dimensione di luce che non cala necessariamente dentro una confessione specifica, ma che è un sentire religioso molto profondo. Come arriva a questo? Come ci si può arrivare “nel mezzo del cammin di nostra vita”. “Ai bordi di un quadrato senza lati”, in effetti, sta “nel mezzo del cammin” della vita di Marco. Se pure fosse l’ultima raccolta poetica, è una raccolta di mezzo, in senso pieno. C’è quest’uomo che sta a metà di una possibilità d’esistere, e nella prima parte del libro vede la materia sporca, richiamato da una spinta sotterranea, dentro il tremore e l’orrore della visceralità, e dà ascolto a questa possibilità, come se fosse Dante perduto, nel mezzo del cammin della sua vita, dentro la selva oscura. Ma poi succede qualcosa a metà del libro, qualcosa che lo spacca in due. L’altra possibilità è la conquista di una dimensione diversa. Non so bene come ci arrivi, ma è probabilmente rialzando di nuovo lo sguardo, quindi nell’arco della sua ennesima oscillazione. Rialza lo sguardo verso l’alto e si accorge che c’è da dire quest’altra zona del mondo, della vita, dell’esperienza. Come Dante non ne sa molto, e infatti la seconda parte della raccolta è intrisa di dubbio, pur nel divampare di una luce che abbaglia, disorienta, e appunto non fa capire. Ma l’immagine che sta al centro del libro, il “quadrato senza lati”, in questo senso è anche dantesca perché attiene a una geometria che non è del visibile, e allora tu intuisci una figura, ma è una figura quasi di luce, che non rientra nella geometria euclidea, anzi: nella geometria terrena. Allora da tutto questo si potrebbe pensare che “Ai bordi di un quadrato senza lati” è un libro di grande complessità, e in parte lo è; tuttavia, attraverso una lingua che gioca con tutte le stratificazioni del lessico, riesce perfino ad essere “comunicativo”. Vorrei però aggiungere un ulteriore aspetto che è ancora più chiaro in questa raccolta: il lavoro di Marco Onofrio sulla forma. Molto spesso è una forma chiusa, che aderisce a una metrica classica, tradizionale, fuori dalle convenzioni del verso libero preponderante nella poesia contemporanea. Ma lui forza la forma, e non nel senso che la rompe: nel senso che attraverso il lessico la dilata, un lessico talmente stratificato in avanti e indietro da non essere più databile. Non è una poesia di imitazione classica. Onofrio sceglie una forma, questa forma lo stringe, lo chiude, e lui cerca – restando dentro i confini di quella forma – di dilatarla attraverso la stratificazione lessicale, e applicandovi l’intensità del pensiero di un contemporaneo. È come l’irraggiamento della contemporaneità dentro una forma chiusa. E questo crea davvero qualcosa di straniante. La forma stessa diventa un quadrato senza lati, perché effettivamente è chiusa ma non ha più i lati convenzionali, li ha oltrepassati senza romperli, nel senso che li tiene e insieme li lascia andare. In questa conciliazione degli opposti c’è una profonda verità del suo modo di essere. Questa tentazione del fango che però non nega la possibilità della luce è un tutt’uno con la vita. È uno degli aspetti in cui Onofrio è stato più ostinato e coerente nel corso degli anni, a dimostrazione che uno scrittore del nostro tempo non può disinteressarsi a niente che non sia umano. Niente se è umano è estraneo; ed è dentro l’umano – perché è l’unica possibilità che abbiamo – che va cercato l’oltreumano. È nell’esperimento con l’umano che c’è la possibilità del “trasumanar” e quindi di raccontare la luce. Dov’è, a questo punto, la verità? Se non fosse “la” verità sarebbe il senso, e quel senso è anche nella pienezza di un gesto che dentro un libro molto sottile si avverte, nella sua irruenza. La componente più peculiare di Onofrio è proprio questa irruenza. Ogni cosa che lui conquista con la scrittura è sempre un gesto irruente. È violento perfino quando parla di luce, di altezze eteree. Sembrerebbe pretendere dal cielo una risposta che il cielo non può offrire.  Lassù si annida un interlocutore che “deve” rispondere. È impossibile che non risponda se viene cercato, chiamato, convocato, “strattonato”. Eppure, ostinatamente tace. E la ricerca poetica continua.

 Paolo Di Paolo 

 

“Il Caffè” – Settimanale dei Castelli Romani, n. 329, 17 settembre 2015, p. 42

Recensione a “Ai bordi di un quadrato senza lati”

Una ricerca senza fine, all’interno di uno spazio apparentemente regolare, ma dal quale la mente può entrare e uscire attraverso lo “sguardo di Odisseo”, di “un nomade, che ruba ogni momento / e dice addio”. Questo il viaggio poetico di Marco Onofrio in “Ai bordi di un quadrato senza lati” (Marco Saya editore, aprile 2015), poeta e critico letterario che vive a Marino e che è stato insignito di vari riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Internazionale Eugenio Montale nel 1996. L’autore conferma una scrittura “magmatica”, così definita dal critico Dante Maffìa, nonché il coraggio di rivelare l’autenticità e la forza della parola poetica, evocando immagini forti e riempiendo la pagina di energia, azione, purezza. È un viaggio negli Inferi compiuto da un «burattino ironico e sublime» che “finge di assecondare il Potere per poi fregarlo meglio”. Uno scenario di squallore, morte e putrefazione, dove è sempre più difficile trovare «l’acqua pura», dove l’umanità intera è “simultaneamente vittima e carnefice” nella palude dello Stige. La visione della morte diventa molto più cupa ne “La scrofa” che appunto «ci nutre / ci mangia, ci fotte, ci caca, / ci semina, ci frutta, ci raccoglie», poiché lo stesso autore afferma che “soffre molto, da sempre, la fine delle cose” e il libro “nel complesso è meno aperto alla speranza e mano fideistico”. «Cercammo Dio: non c’era. / La bestia ci sorprese tutti quanti. / Di tante anime ritornò nessuna». Con questi versi l’autore personifica la Bestia con “il Male. È la Storia che uccide i sogni dell’uomo. È la morte che divora tutto ciò che esiste”. Ma nell’oscurità di una società dei consumi giunta ormai ad una fase di estremo degrado, l’utopia di cui la poesia stessa si fa portatrice, aspira a diventare un “piccolo fiore”, nascondendosi ne «la luce dentro gli occhi / di Francesca», o nelle «rose» e nei «fiori blu / che sbocciano dai rovi scheletriti», nella «circolazione / senza fine delle energie / pulsanti, mutevoli / oscillanti». Pur vestendosi di pessimismo, il poeta non rinuncia ai germogli della sua ricerca infinita, seminati per chi, inebriato dall’amore per la vita, sa ritrovare una perla sommersa in una barca annegata nell’oblio.

Elisa Pellegrini

 

www.patrialetteratura.com, 29 settembre 2015 - recensione a "Ai bordi di un quadrato senza lati"

 “Libertà” è la prima parola che suggerisce il titolo di questa nuova silloge poetica, la decima, di Marco Onofrio. Libertà da ogni schema esistenziale, da regole imposte, da comportamenti suggeriti o dovuti. C’è un’aria luminosa che si respira in ogni verso: aria e luce unite in un legame che il poeta neppure potrebbe intravedere, se fosse imprigionato nel teatrino di marionette dove si ripetono “ad infinitum” le convenzioni e i luoghi comuni. Ed è una vera fortuna per chi sa trovare la chiave della linearità verso un equilibrio ambìto, conquistato, e quindi da assaporare: la vittoria su se stessi. Creatività, raffinatezza, sensibilità accompagnata da grande forza interiore, riflessione e fluidità di linguaggio, sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano la poesia di Onofrio. Se il titolo non fosse stato Ai bordi di un quadrato senza lati, avrebbe potuto essere “Rinascita”, intesa come percorso attraverso i differenti stati d’animo rappresentati dalle immagini, altrettanti punti di forza dell’opera stessa, laddove si specchiano emozioni e pensieri di un uomo: non obbligatoriamente l’autore, ma un uomo qualsiasi, seduto ai bordi di un lago senza sponde, vivo e pronto a raccogliere i presagi di uno sguardo sempre più vasto e consapevole, dopo aver compreso che il mondo non è propriamente quel che si immaginava. Subentra nei versi di Onofrio la serena accettazione di un universo imperfetto, e spesso ingiusto, la cui strada maestra è passata nel cerchio polveroso del dolore ed è, in seguito, uscita vincitrice, forte della sua nuova maturità. Quale principio domina questa nuova silloge? La Luce. Una luce che risplende da ogni verso, intensa e profonda anche quando si parla di tenebre. Onofrio è un attento scrutatore della verità e la trova quotidianamente, dentro e intorno a sé. Cerca da sempre negli “occhi” del mondo la risposta alle proprie domande. La differenza rispetto a prima è che ora le risposte sono più concrete. Tutto questo non è solo frutto di intelligenza letteraria, bensì anche di comprensione, empatia, sensibilità. Anche qui non viene meno il multilinguismo tipico di Onofrio, ricco di innovazioni che arricchiscono i versi e conferiscono una nota peculiare ai loro contenuti. L’originalità del linguaggio nel poemetto di “civile indignazione” Emporium (2009) era messa a servizio di una potente ribellione alle storture della società corrotta e dissoluta in cui viviamo. Questa indignazione non si è del tutto spenta; si è solo trasformata, e gli echi di quei suoni indocili ancora si avvertono trasalire, pur nella pienezza del silenzio conquistato. Ai bordi di un quadrato senza lati è una silloge da leggere senza pause, per non perdere neppure un attimo le mille sensazioni catturate dalla voce di un autentico poeta.

Patrizia Pallotta

 

"Leggere:tutti", ottobre 2015, p. 38 - Un breve ritratto dell'autore Marco Onofrio, giunto al suo ventitreesimo libro

"Scrittura neoumanistica e poesia metafisica"

Il nuovo saggio “Giorgio Caproni e Roma” (Edilazio) consente di rilanciare il discorso su Marco Onofrio, poeta e saggista poco più che quarantenne; e questo significa proporre fra l’altro un riconoscimento a uno studioso che non ha risparmiato intelligenza ed energia per trovare un posto apprezzabile nel mondo letterario e abitarlo con la dignità del merito. Il suo lavoro in oltre venti libri ne conta dieci di una poesia bifronte fra l’eredità della tradizione e le innovazioni dei primi anni 2000. Tali opere in versi formano il corpus di una presenza rivoluzionaria, animata da una voce libera, impetuosa, spesso dirompente, che attualizza antiche, eterne domande. La ricerca del Sé in Onofrio insiste sugli strumenti di conoscenza utilizzabili per l’esplorazione del mondo. L’Io desiderante cerca di unire il superumano dell’Essere con il subumano dell’esistere: un nuovo de rerum natura che vorrebbe inglobare il paradiso e l’inferno negli “squarci d’eliso”, titolo della sua prima raccolta. Ancora dopo tanti anni troviamo lì le radici etiche del suo scrivere per comunicare oltre la sfera del magnetismo terrestre. Marco Onofrio (Roma, 1971) è uno degli scrittori più originali del panorama italiano contemporaneo. Tra le sue pubblicazioni: “La dominante”; “Emporium. Poemetto di civile indignazione”; “Senza cuore”; “Ai bordi di un quadrato senza lati”. Per la critica letteraria: “Ungaretti e Roma”; “Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana”; “Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti”. Ha conseguito numerosi premi letterari.

Raffaello Utzeri


lapresenzadierato.wordpress.com, 7 gennaio 2016 - Recensione a "Ai bordi di un quadrato senza lati"

 In qualche piega delle opere di Orazio si può leggere che cosa pensa delle pagine dense e di quelle anoressiche. Non ci sono condanne, soltanto la raccomandazione che siano vere, profonde, caustiche, libere e focosamente leggere. Leggendo Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya Edizioni, 2015, pp. 80, Euro 10) si ha l’impressione che Marco Onofrio abbia preso alla lettera la raccomandazione di Orazio, ovviamente portandola verso la densità, l’irruenza, la pienezza, com’è nel suo carattere, nella sua inesauribile voglia di vivere e di agire. Ha le qualità necessarie per rendersi conto attimo dopo attimo di ciò che sta compiendo la sua scrittura (non si dimentichi che è autore poesia e narrativa a parte di illuminanti saggi su Dino Campana, su Giuseppe Ungaretti e su Giorgio Caproni, per fare soltanto qualche nome) e se ha scelto il concerto composito, spesso utilizzando i timpani, qualche ragione ci deve essere, forse più di una. Intanto si nota che egli è stanco di avere vissuto gli ultimi decenni davanti a proposte poetiche che di poesia non avevano nulla, soprattutto non avevano la voce, il timbro, la cadenza, il ritmo, e non avevano l’anima. E dunque Onofrio vuole dimostrare invece che lui l’anima ce l’ha, ed è ampia e ricca, pronta a incantarsi e a sbalordirsi, a confrontarsi. Da qui la sfrenatezza del canto, che riesce a restare indenne da esibizioni e punta dritto alla coscienza del lettore. Non ho usato per caso la parola coscienza: per Onofrio la poesia, oltre che rivelazione estetica e possibilità di andare oltre il visibile, è anche messaggio che deve scuotere, che deve porre delle problematiche. Poesia civile, dunque, gridata, con voli che hanno del prodigioso, perché non era facile, come ha scritto giustamente Fabio Pierangeli, navigare “nel mare in tempesta della modernità, a bordo di un quadrato senza lati”. Metafora scintillante, che squarcia d’un colpo i veli del conformismo e scardina le assuefazioni, facendoci vedere il lato nascosto della realtà. Un’operazione simile, specificando che si tratta di tempi e modi diversi, la fece Gregory Corso quando si scagliò contro la società dei consumi e contro la muffa delle istituzioni corrotte e sfrenatamente abbarbicate nella indecenza del compromesso. Onofrio si muove nel grande fiume dei poeti che sanno protestare. Si sottolinei quel sanno che ci fa intendere le ragioni etiche del suo ragionare per versi. A volte però il ragionare scantona e diventa grido di angoscia che non trova la parola adatta per esprimersi in totale compiutezza, ed ecco che il poeta ricorre al pastiche, ai neologismi, agli orgasmi di parole inventate sull’onda di musiche che gli battono dentro e lo spingono a decifrare l’indecifrabile. Una poesia così, anche se prende le mosse da lontano, anche se ha spesso movenze e “ragioni” teatrali, va oltre tutte le inutili diatribe del momento e dà inizio a una svolta che ormai ha bisogno di intemperanze. E di intemperanze (volute, cercate, insistite e giocate come un prestigiatore raffinato ed esperto) nel libro ce ne sono quante se ne vogliono: «E questo rovinio di piatti rotti / e cose volte, rotolate, perse / che entra con gli spifferi ai pensieri / delle fortune alterne»; «Sentivo fermentare la natura / costretta e rovinata / in dissolvenza / tra spurghi pestilenti di latrina / per le profonde forre, alla fiumara / le sponde gialle e bige / dell’assenza». «E vidi il sole che divorava il sole / pezzo a pezzo, in parti d’infinito / le palpitanti macule arancioni / sulla criniera a fuoco dei leoni / dal ruggito muto». Potrei continuare con molti esempi ma credo che si comprenda subito la maniera in cui il poeta ha portato avanti questo lavoro che soltanto a un lettore superficiale può sembrare eterogeneo. In realtà, a chiusura del volume resta l’impressione di avere attraversato un poema compatto, i cui fermenti, perfino deliranti, servono a dare l’idea di una società odierna che corre in direzioni opposte facendo la parodia a se stessa. E che ci sia anche una piccola dose parodica in questo fluire di versi scintillanti è vero, ma solo per non essere infossati nella seriosità barbosa dell’accusatore tout court. Non si dimentichi lo stile di Marco Onofrio, la ricchezza del suo vocabolario, la dimensione universale che assegna a ogni poesia. Non si dimentichi neppure la consapevolezza del poeta vigile in ogni istante, anche se «L’immenso è troppo vasto / per farsi quietamente / una ragione».

Dante Maffìa

 

lapresenzadierato.wordpress.com, 26 gennaio 2016 - Recensione a "Giorgio Caproni e Roma"

Marco Onofrio è una continua sorpresa: scrittore instancabile, teso a cogliere il polline che si sta muovendo nella letteratura italiana sia sul fronte della poesia, sia su quello della narrativa, del teatro e della critica. Soltanto se ci si immerge totalmente, come lui fa, nel flusso vivo di ciò che sta fiorendo, si potrà avere la possibilità di appropriarsi di quei sintoni necessari per dare fiato autentico alle proprie opere. Nella critica letteraria egli ha già dato prove di sapersi muovere con una forza e un’acutezza rare, affrontando autori di importanza internazionale come Giuseppe Ungaretti e Dino Campana, ma c’è un aspetto del suo lavoro che pochi ancora conoscono e che sta portando avanti da anni, su varie riviste. Il rapporto dei poeti e dei narratori con Roma. Non esistono al mondo città che abbiano ricevuto tanta attenzione come la Caput Mundi. Poeti di tutti i tempi e di tutto il mondo a contatto con i monumenti, con le atmosfere, con i cibi, con la gente di Roma, hanno sentito la necessità di esprimersi, così come hanno fatto migliaia di narratori riconoscendo, implicitamente, che una magia come quella emanata dai Fori Imperiali, dal Colosseo, da San Pietro (limito le citazioni) non è riscontrabile altrove. Poteva essere esente dall’innamoramento Giorgio Caproni? Ma chiariamo subito che innamoramento non significa che per forza di cose il poeta si debba assoggettare al coro delle lodi. Roma la si può amare odiandola, bistrattandola, facendo un corpo a corpo coi suoi innumerevoli difetti. In qualche modo Giorgio Caproni ha agito così, ha vissuto così la sua permanenza, sempre consapevole degli scempi e della volgarità di tanta gente incapace di riconoscere il minimo di sensibilità all’arte che si incontra per strada, non dico a quella dei musei. Marco Onofrio, con Giorgio Caproni e Roma, ha saputo fare una indagine a trecento sessanta gradi sul rapporto tra il poeta livornese e Roma. E Renato Minore, nella puntuale Presentazione al libro, è esplicito: «Il viaggio dentro e intorno a Roma Marco Onofrio l’ha intrapreso attraverso la sua analisi puntualmente esibita nella sua ampia documentazione e intelligentemente condotta con il suo racconto critico assai persuasivo nel costruire una “immagine di città” caproniana, viva e rappresentativa, piena di forza, di tensione, di energia, di un bagliore chiaroscurare che ne rafforza l’idea complessiva». La sintesi del lavoro di Marco Onofrio è in queste parole, in questo giudizio che coglie in pienezza le qualità del critico che riesce a far diventare narrazione il mondo dei poeti e anche dei narratori. Una qualità rara, perché in genere i critici sono “pallosi” e tutti preoccupati di non farsi capire, di esprimere concetti generici e lontani dalla materia trattata. Io credo che conti molto il fatto che Onofrio sia un poeta con una sensibilità capace di entrare nelle pieghe di un Caproni che non è per niente “facile” come comunemente viene detto e si crede. La poesia di Caproni ha echi profondi che arrivano da pozzi di cui non si conosce l’ubicazione, da lontananze siderali, da antichi presidi stellari, e se Marco Onofrio non avesse avuto le ali per comprenderne le sottigliezze, i risvolti occultati con perizia, le sinfonie rubate alle campane del Cupolone o delle altre chiese, non ne sarebbe venuto fuori un testo così credibile e direi necessario per poter penetrare nella trama sottile e delicata della poesia caproniana. Delicata e problematica soprattutto quando l’argomentare è teso a cogliere le ragioni e le dimensioni di un rapporto particolare, gli umori disseminati a piene mani nelle rime, tra le rime, nelle immagini elargite come lampi. Il libro è davvero un’opera che dà all’autore de Il passaggio di Enea un posto di grande importanza tra i poeti che di Roma hanno fatto una parte preponderante della loro ispirazione, del loro interesse. “Caproni è forzato a inserirsi nel tessuto microscopico della città, a fare i conti con gli squilibri prodotti dal potere, con le sfilacciature di un sogno che non quadra, con i difetti e gli squallori continui di una metropoli che diventa sempre più abnorme, dispersiva, caotica, violenta, disperata. È Roma, dunque, a tradire in gran parte lo spirito umanistico per cui Caproni –indirettamente – aveva scelto per viverci”. Libro documentatissimo, che aiuta a capire meglio sia Caproni e sia Roma; libro godibile e scientificamente inoppugnabile; libro in cui la critica si accompagna alla poesia in una passeggiata caproniana nella quale contano i dettagli ben orchestrati che danno all’insieme credibilità e piacere. Non ci sono dubbi, ormai Marco Onofrio è sicuramente il critico che meglio conosce gli anfratti della città eterna, i cunicoli del Tevere, le parole dei poeti che nel Tevere si sono specchiati per rigenerarsi, per rinascere cittadini del mondo, eterni come Roma, come la poesia di Giorgio Caproni.

Dante Maffia


piccolenote.ilgiornale.it, 18 marzo 2016 - Segnalazione di "Giorgio Caproni e Roma"

Segnalo agli amici di Piccole Note il bel libro di Marco Onofrio Giorgio Caproni e Roma, Edilazio editore, fresco di stampa. Una precisa e appassionata geostoria dei luoghi romani del grande poeta, con tanti versi e prose dedicate alla città e alla sua gente. Come questa, del 1948: «La sera esco e in Piazza San Cosimato mi piace molto una canzone cantata con l’orchestrina di voci freschissime di ragazzi mentre il lastricato è lavato di fresco».

Fabio Pierangeli

 

ilmessaggero.it, 21 marzo 2016 - Renato Minore su "Giorgio Caproni e Roma"

La Roma del poeta-reporter Giorgio Caproni nel saggio di Marco Onofrio

I ponti, le case abitate in via Goffredo Mameli, via dei Quattro Venti, via Pio Foà, i rumori dei tram, le latterie, i veloci treni notturni alla stazione Trastevere... Alla «luce rossa di Roma», Giorgio Caproni ha dedicato moltissimi testi, versi racconti lettere testimonianze varie, in cui i sentimenti si definiscono in macchie colorate anche forti, in paesaggi che hanno una concretezza piena e dolorosa e, talora, una concentrazione quasi onirica e abbagliante: «Dimenticherò la mia stanza solitaria e sarò con Mafai sul Ponte Garibaldi, un ponte com’è nel nostro cuore, più vivo e più vero che nella realtà», così egli scrive attratto dalle squillanti campiture della Scuola Romana. Un rapporto anche contraddittorio e intermittente, il suo, per la sua «terza città», rispetto a quello per la Livorno di sua madre Annina e per la sua «Genova di tutta la vita». Che oscilla tra lo stupore sempre rinnovato e il disincanto sempre in agguato: «Roma mi abbagliò (letteralmente mi abbagliò) negli ultimi anni Trenta, quando vi calai per la prima volta. Dico la Roma classica più che barocca». «Mi par d’essere un pesce fuori d’acqua – a Roma mi trovo sempre peggio». «Purtroppo o per fortuna», secondo le sue stesse parole, Caproni abitò nella capitale dall’immediato dopoguerra sino al giorno della sua morte, il 22 gennaio del 1990, l’aveva scelta come il luogo, dove vivere e lavorare. «A Roma dov’io ho fatto il possibile e l’impossibile per rimanere». Il viaggio dentro questa ”sua” Roma – che non è una città, ma è un mondo intero, visto da «un poeta della città e non dei paesaggi tradizionali» ‒ è un viaggio assai affascinante e ancora da illuminare nella sua complessità, anche se Caproni forse è stato uno degli autori della nostra letteratura più letto e studiato negli ultimi venti-trenta anni. È la forza di attrazione della sua opera, cresciuta con l’intensificarsi della sua problematicità, sempre più esplicita e radicale. Caproni (come ha ben scritto Alfonso Berardinelli) non sprecava parole, le risparmiava. Non chiedeva al lettore nessuna particolare pazienza e condiscendenza. Il primo a essere impaziente era lui. Impaziente con se stesso, con la scrittura, con le verità che possono rivelarsi o sparire all’improvviso, con un io pensante capace di spogliarsi di ogni peso, estensione e durata, per concentrarsi nel punto geometrico di un assoluto presente. Il viaggio dentro e intorno a Roma Marco Onofrio l’ha intrapreso attraverso la sua analisi puntualmente esibita nella sua ampia documentazione e intelligentemente condotta con il suo racconto critico assai persuasivo nel costruire una “immagine di città” caproniana, viva e rappresentativa, piena di forza, di tensione, di energia, di un bagliore chiaroscurare che ne rafforza l’idea complessiva. Qual è la Roma di Caproni? È la Roma delle grandi voci del Novecento, da Gadda a Bertolucci, da Pasolini a Bassani, dei grandi giornali e delle riviste di cultura, della Rai e della Radio di via Asiago, dei premi letterari e del cinema. Ma è luogo carico di storia e di suggestioni che nel 1938 gli aveva aperto le porte, una città segreta, fatta di scrittori e di pittori desiderosi di assorbirne tutta l’energia creativa. È la Roma delle borgate di Pietralata e del Tiburtino III, su cui il “poeta-reporter” scrive sul Politecnico di Vittorini due splendidi reportage, scoprendo il volto livido della periferia: «Malinconici agglomerati di piccole abitazioni (…) hanno tutta l’aria di moderni lazzaretti (…)». Col tempo Caproni si sente, in misura via via crescente, uno “spatriato”. Negli anni Sessanta sui giornali aumenta la sua attenzione nei confronti della speculazione edilizia che investe le città italiane e, negli anni Ottanta, punta l’indice contro il crescente razzismo che domina la capitale e che denunzia anche su Il Messaggero. Ricordo ancora la ferma convinzione con cui nelle sue parole che raccoglievo affermava di non credere allo «stereotipo delinquenziale: gli zingari sono gente indipendente che non si assoggetta a nessuna legge, non accetta la legge della nostra società». «Questa città meravigliosa, che è la più ospitale di quante ne conosciamo» diventa anche la triste Roma dei grandi casamenti in condominio dove «a fatica l’impiegato o l’operaio riesce a raggiungere la sera, stipato in un autobus ed estraneo fra i suoi simili, come se ogni volta, anziché tornare a casa, si recasse in esilio». Un sentimento di paura «non di essere aggredito, ma proprio di paura esistenziale» che si trasmetterà nei versi folgoranti dedicati alla strada dove abita: «Una giornata di vento. / Di vento genovesardo. / Via Pio Foà: il mio sguardo / di fulminato sgomento». Di quello “sgomento”, Marco Onofrio scrive parole assai pertinenti nel suo racconto critico che è anche un prezioso avvio alla lettura caproniana, grazie alla misura del poeta che anch’egli è, alla precisione per nulla “tecnica” o critico-gergale con cui egli conduce le sue analisi. Uno “sgomento” quello di Caproni che (ricordo ancora) si presentava come la dolorosa questione, era la «non chiusa ferita» con cui il poeta concludeva una nostra conversazione a metà degli anni Ottanta quando mi aveva in più maniere ripetuto di essere stato un tempo entusiasta di Roma, che poi gli era piaciuta sempre di meno, gli era sembrava sempre più estranea: «Io conoscevo bene questi posti, Pasolini abitava da queste parti, lo andavo spesso andavo spesso a trovare, passeggiavamo insieme. Ma erano molto diversi, avevano un carattere popolare, se non plebeo. Poi tutti hanno fatto i quattrini, chissà come, hanno la macchina, casa al Circeo. Ma non si sa più cosa siano: non sono né proletari né borghesi. Vivono in un quartiere residenziale gonfi e sazi. Mi dà un senso di solitudine terribile non poter agganciare questa gente: ma insomma chi siete? Mi sgomenta questo non sapere le loro origini».

Renato Minore

 

lapresenzadierato.worpress.com, 30 marzo 206 - Recensione a "Come dentro un sogno". Marco Onofrio e il narratore Dante Maffìa

 Quando nel 1990 l’Editore Guida di Napoli ebbe l’idea di realizzare la collana di narrativa “La Clessidra” che prevedeva la scelta da parte di un narratore già affermato di cooptarne uno esordiente, Giampaolo Rugarli, che era in testa alla classifica dei libri più venduti con “La Troga”, edita da Adelphi, pensò d’invitare Dante Maffìa che come poeta era già conosciuto e stimato ma che in narrativa aveva dato alle stampe su alcune riviste pochi racconti. Rugarli andava comunque sul sicuro, perché Maffìa aveva dimostrato di possedere una scrittura fluida e piacevole, ricca di sfumature, di ammiccamenti, di sottintesi. Infatti “Corradino” fu salutato su «Il Tempo» di Roma con un articolo molto positivo di Giuliano Manacorda e uno ancora più circostanziato di Giacinto Spagnoletti su «Il Messaggero». Il battesimo del narratore Maffìa così avveniva avallato da tre firme importantissime, due delle quali nella funzione di storici della letteratura italiana del Novecento. Marco Onofrio non trascura neppure questo esordio occupandosi della narrativa di Maffìa nel suo prezioso e documentato libro dal titolo suggestivo e programmatico: “Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo” (Città del Sole Edizioni, 2014, pp. 240, Euro 15). E poi si apre a considerazioni sempre pertinenti che portano all’interno dei meccanismi adottati dal poeta calabrese per realizzare i suoi racconti. Viene evidenziato quindi come Maffìa si serva costantemente della realtà del quotidiano però riplasmandola e ricavandone momenti surreali e perfino esoterici, spaccati di situazioni che nascondono enigmi. Onofrio ci spiega come Maffìa sviluppa le narrazioni facendo intravedere ciò che dovrebbe accadere e che spesso non accade. Ciò però è preparato con un’alchimia sottile che rende tutto, passatemi la parola, appetibile. Dico appetibile perché nelle parole di Maffìa (anche in quelle poetiche) c’è sempre qualcosa di imprendibile e di segreto che rende la lettura profumata come una pietanza. Credo che l’esperienza sudamericana di Maffìa abbia contribuito enormemente alla sua formazione di narratore e se ci si sofferma su alcuni suoi scritti critici che affrontano le opere di Manuel Scorza, di Vargas Llosa, di Quiroga, di Juan Rulfo, di Marquez, di Borges, di Amado, di Ernesto Sabato, di Bioy Casares possiamo renderci conto di quanto amore egli abbia avuto per libri come “Rulli di tamburi per Rancas”, per “Pedro Paramo”, per “I racconti della pianura”. Onofrio giustamente accenna a questa esperienza e ne traccia, come dire, le coordinate per cercare di cogliere se il fascino sia stato soltanto in direzione delle atmosfere o anche degli stilemi e delle caratterizzazioni psicologiche e sociali. Lavoro sottile, ma Onofrio ha saputo calibrare le sue analisi e farci intendere quel che realmente ha verificato e quel che invece può essere soltanto la coincidenza dovuta al carattere “caliende” di Maffìa. Quel che più piace del saggio di Onofrio è il suo lasciarsi andare alla narrazione delle narrazioni maffiane: egli trasalisce ad ogni scopertura e ce la ridà con quella gioia che rende piacevolissime le pagine di “Come dentro un sogno”. Il critico Onofrio non si disgiunge mai dallo scrittore Onofrio, dal poeta e così il discorso diventa un itinerario che guida a entrare nella bellezza del dettato di Maffìa, nei risvolti che presentano improvvisi momenti di incanto, direi scoperte di situazioni che hanno qualcosa di imponderabile e di misterioso. La forza narrativa di Maffìa è riposta nella polpa densa della sua scrittura e anche in questa direzione Marco Onofrio ci accompagna con esempi costanti che spianano la strada per riconoscere nelle opere di Maffìa quella humus umana che rende tutto meravigliosamente attraente. Questo incontro tra due poeti critici è una prova seria di come si dovrebbe procedere nel mondo delle lettere per proseguire il cammino della poesia senza intrusioni estranee. Un tempo queste affiliazioni erano usuali e quasi d’obbligo, uno scrittore trainava l’altro e nella somiglianza nasceva la via nuova, la discrepanza, il rifiuto, dopo l’adesione. Adesso pare che bisogna sempre e solo uccidere i padri ma prima ancora che abbiano generato. Stupida contraddizione che non porterà da nessuna parte. Ecco perché “Come dentro un sogno” può portare a un nuovo modo di fare e di essere. Almeno questo è il mio augurio e lo faccio soprattutto dopo avere letto questo libro di Marco Onofrio che non ha peli sulla lingua nel riconoscere e nel proporre; un atto di fede che lo rende forte e deciso, che lo fa entrare nel Parnaso dei critici.

 Sebastiano Martelli

 

“Confronti Castellani”, aprile 2016, p. 30 – Marco Onofrio punto di riferimento dell’ultima generazione letteraria

 Lo scrittore, poeta e critico letterario Marco Onofrio, quarantenne, abita a Marino e vive intensamente le atmosfere culturali dei Castelli Romani, pur espletando il suo lavoro a Roma, soprattutto quale conferenziere, attività che lo porta in molte parti d’Italia e all’estero. Se nel titolo si parla di lui come “punto di riferimento dell’ultima generazione”, è a ragion veduta. Ma voglio spiegare qui cosa intendo per generazione: la vedo proprio cronologicamente, cioè un ventennio, perché Onofrio spicca per ricchezza di produzione e per contenuto di opere sul vasto orizzonte che comprende i quattro lustri che vanno dai ventenni ai quarantenni. E sappiamo che le pubblicazioni di oggi in Italia, in questa fascia di età, superano quelle della generazione antecedente e ancor più quelle dei nati nell’anteguerra… come il sottoscritto. Perché dico questo? Le mie letture di dovere (di lavoro) si stanno indirizzando verso quella fascia di età, poiché la critica, i premi, l’editoria hanno capovolto il saggio assunto secondo il quale i giovani hanno il solo dovere di invecchiare. Chi “esplode” alla prima prova ha il destino segnato, in bene e in male: tante opere-prime di ventenni vincono i maggiori premi, ma l’attesa successiva è poi delusa. Bene. Marco Onofrio non cerca la popolarità a ogni costo, poiché sa che l’opera deve scagionarsi da sola (come dice Manzoni), una volta sparito l’autore. Oggi è l’autore che conta, non il libro. Questa visione perversa abbassa l’arte a presenzialismo e a can can. Chi vi casca, può avere successo ma diviene un fenomeno momentaneo che non lascia traccia. Onofrio invece guarda al futuro. Lavora sodo, ma non ha fretta. Antepone il valore del testo all’affannosa ricerca della popolarità. Marco ha al suo attivo una messe enorme di pubblicazioni in volume, che per motivi di spazio non posso citare al completo. Voglio dire che in ogni settore dell’espressione letteraria – in ogni genere, dalla saggistica alla poesia alla narrativa – egli esprime una personalità profonda, problematica, in uno stile suo inconfondibile, nuovo, che lo ha portato al capolavoro (almeno per me: e non lo dico da ora) di Senza cuore, del 2012, e dell’altrettanto fondamentale Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana, saggio ciclopico di cui nessuno studioso del poeta di Marradi può fare a meno d’ora in poi. E quindi La dominante, per il teatro; il recente Giorgio Caproni e Roma; il bellissimo Non possiamo non dirci romani; nonché due testi di alta intensità e fattura come Emporium. Poemetto di civile indignazione e Ai bordi di un quadrato senza lati, del 2015. In ogni campo, una visione geniale, una scrittura vulcanica, e soprattutto – cosa rara ai nostri giorni – la ricerca delle risposte ai “perché” della nostra esistenza, il senso del mistero, la stupefatta ammirazione dell’Universo da creatura pensante ma umile di fronte all’inspiegabile. A Onofrio interessa il problema sociale quanto quello dell’uomo in sé, nel suo complessivo estendersi verso l’eternità. Ciò colpisce e non si dimentica, perché si staglia netto sopra altre prove dei suoi contemporanei. E lo affermo senza tema di errore.

Aldo Onorati

 

«Il Messaggero», Cronaca di Roma, 24 maggio 2016, p. 51

Per la SimpatIa da premio applausi ai big

Un premio tutto romano per chi grande lo è e per chi non sa ancora di esserlo. Per chi ci mette il cuore dando il meglio di sé come “opera ora umile ora eccelsa”, come scriveva l’ideatore Domenico Pertica, e dunque degna di universale simpatia”. Nella sala della Protomoteca in Campidoglio sfilano in trentadue a ritirare la rosa dello scultore Assen Peikov, simbolo di quello che è considerato l’Oscar capitolino. Gaia De Laurentiis e Pino Strabioli leggono le motivazioni della giuria che ha eletto i vincitori del Premio Simpatia, organizzato da Laura ed Emanuela Pertica. “Alla commedia all’italiana e a Scola”, è la dedica del regista Paolo Genovese che ha appena vinto un David di Donatello con “Perfetti sconosciuti”. Mentre il direttore del Messaggero Virman Cusenza (tra i premiati per la letteratura e il giornalismo insieme agli scrittori Niccolò Ammaniti e Marco Onofrio) dedica la statuetta “ai romani e a Roma che ha bisogno di un’operazione simpatia”. L’attrice rivelazione dell’anno, Virginia Raffaele, in abito nero e corto, donerebbe volentieri la sua rosa “a chi simpatico non è per niente”. Sorpresa del premio, Asia Argento, in sala con i due figli. “Io? Notoriamente antipaticissima. Ma a 40 anni si cambia”. Il pensiero del musicista e regista Federico Zampaglione va “a Califano”. Tutti in piedi ad applaudire la mamma Luciana Milani e Dario, il fratello di Valeria Solesin, la ventottenne veneziana uccisa al Bataclan, “è bello che questo riconoscimento arrivi da Roma, un segno della condivisione del nostro dolore”. E standing ovation anche per Pietro Terracina, sopravvissuto alla Shoah. Elena Cattaneo, senatrice e ricercatrice, ritira la rosa e pensa “ai giovani”. Ed ecco, per lo spettacolo, Alessio Boni, Chiara Francini, in bianco e nero, Giulia Bevilacqua e Ninetto Davoli. Per la regia, oltre a Genovese, la scultura della simpatia va anche a David Grieco. Si avvicinano ai giurati l’endocrinologa Maria Pia Genderini e il meteorologo Giancarlo Bonelli, “per restare simpatico prevederò più giornate di sole”. Non è mai troppo tardi, lo sa bene la simpatica dell’anno Anna Valanzuoso Carcaterra che a 88 anni si è appena laureata in Filologia moderna con 110 e lode, “era il sogno della mia vita”. Suor Cecilia Montesano, direttrice della casa di riposo Istituto suore discepole di Gesù, assiste gli anziani con straordinario amore, una rosa anche lei. Andrea Gandini, il giovane scultore dei tronchi recisi, implora “Niente multe”. Per il management, premiati Luigi Abete, presidente Bnl, e Paolo Fioroni, amministratore delegato di Acea illuminazione. E poi, la scuola ufficiale dei carabinieri, due funzionari di polizia, l’ambasciatore coreano Lee Yong-Joon, per lo sport il maestro Shi Yan Hui e Carlo Sacchi, tedoforo alle Olimpiadi del 1960.


Maria Lombardi

 

“Il Caffè" - Il Settimanale dei Castelli Romani”, n. 362 – 26 maggio-8 giugno 2016, p. 42

 Marco Onofrio si aggiudica il “Premio Simpatia”

 Marco Onofrio, scrittore, saggista, critico letterario, classe ’71, romano di nascita e marinese di adozione, si è aggiudicato l’ambito “Premio Simpatia”, noto anche come l’“Oscar Capitolino della Cultura”, nella sezione “letteratura e giornalismo”. La consegna del premio è avvenuta lunedì 23 maggio, presso la prestigiosa “Sala della Protomoteca” del Campidoglio. Il “Premio Simpatia”, ideato dal celebre studioso della romanità Domenico Pertica, è diventato ormai uno dei simboli della Città Eterna. L’edizione 2016 ha potuto vantare in giuria illustri e noti giurati come Renzo Arbore , Carlo Verdone, Christian De Sica, Renzo Gattegna, Bruno Piattelli, Verdiana Bixio, Pippo Baudo, Giorgio Assumma, Alessandro Nicosia, Nicola Maccanico, Carlo Gianni, Simona Marchini, Marisela Federici, Athos De Luca e Gigi Proietti. Oltre a Marco Onofrio nella sezione “letteratura e giornalismo” sono stati premiati Virman Cusenza, direttore responsabile de “Il Messaggero” e lo scrittore Niccolò Ammaniti. Allo scrittore, saggista e critico letterario di Marino, Marco Onofrio, è stato assegnato il “Premio Simpatia” in quanto egli “persegue un approccio globale alla letteratura, grazie a cui entra in sintonia con gli autori e le loro opere, stabilendo un rapporto empatico che si riflette nella capacità di coinvolgere e appassionare il lettore. I saggi di Onofrio, pur intellettualmente rigorosi, si lasciano leggere come romanzi, lontani da sterili tecnicismi e attenti al versante umano della cultura e della storia letteraria”. Marco Onofrio ha commentato: «E' stato emozionante e splendido. La cerimonia del "Premio simpatia" 2016, presentata da Gaia De Laurentiis e Pino Strabioli, ha dipinto - dinanzi a oltre 300 ospiti, nella fastosa cornice della Protomoteca del Campidoglio in Roma - tutti i colori della nostra comune umanità. Come raggi di un unico sole, i diversi settori del vivere civile - dalle forze dell'ordine alla medicina, dal cinema alla letteratura, dalla musica all'arte figurativa, etc. - hanno "dialogato" per due ore di grande bellezza, attraverso interpreti diversi ma accomunati dalla stessa passione per l'impegno sociale, lo studio dell'Uomo, la condivisione delle idee, la salvaguardia delle speranze, la resistenza dei valori. Ecco il portato profondo della "simpatia" (nel senso anzitutto etimologico) a cui il Premio vuole - da ben 46 anni - ispirarsi».

Luca Priori

 

lapresenzadierato.wordpress.com, 9 luglio 2016 - Recensione a "La nostalgia dell'infinito"

«Io vedo l’invisibile, io sento…» (da Ora è altrove: “Ai bordi delle nuvole”) scrive Marco Onofrio chiudendo la sua poesia “Ai bordi delle nuvole”. «È la soglia epifanica del tempo»: ai bordi delle nuvole i sentieri «cominciano nel vuoto» e «sfumano nel vento»… Il tempo, l’infinito, il vuoto, le nuvole: strade maestre rivelatrici delle poesie di Onofrio, qui scelte e riunite a segnare i mille percorsi imprevedibili dei temi significativi della produzione letteraria del poeta negli ultimi quindici anni: da Squarci d’Eliso a Autologia, da D’istruzioni a Antebe. Romanzo d’amore in versi, da È giorno a La presenza di Giano, da Disfunzioni a Ora è altrove, fino al più recente Ai bordi di un quadrato senza lati. Attraverso ricerche morfologiche diverse, sperimentazioni, approcci lessicali rivelatori, illuminazioni euritmiche e visioni oniriche quanto reali – a volte fortemente simboliche –, Marco Onofrio rimane fedele alle sue originarie “folgorazioni magmatiche” – per usare le sue parole – risalenti agli Anni Novanta e già precorritrici dei temi fondamentali che rimarranno a segnare, ovvero a incidere e a scarnificare, i suoi versi. Conosco da più di dieci anni Marco ed ho avuto il piacere di presentare in Campidoglio, a Roma, il suo delizioso Antebe. Romanzo d’amore in versi insieme al prof. Paolo Emilio Trastulli nel 2007. Leggere le sue poesie è per me come leggere me stessa, vedere l’anima in filigrana, stupirsi dell’emozione che scaturisce da un verso che d’improvviso strappa il velo e rivela l’Altrove. Questo “Altrove” mille volte evocato, cercato e raggiunto, immanente e perduto, percezione certa a cui tendere, mancanza inenarrabile, vuoto incolmabile. È proprio il “Vuoto” secondo Onofrio la parola chiave della sua ultima fase poetica e quella inesorabile malinconia per una totalità perduta, da cui scaturisce lo struggimento nostalgico per l’infinito. La “nostalgia dell’infinito” che dà il titolo alla raccolta (Ensemble Edizioni, Roma, maggio 2016, pp. 174, euro 15) è chiaramente analizzata dal poeta stesso già dalla sua Introduzione, necessaria secondo me, per una corretta lettura del testo perché propedeutica ad aperture inattese e a rivelazioni visionarie. Nell’Introduzione è sintetizzata l’evoluzione poetica di Onofrio che non si limita a spiegare cronologicamente la maturazione e la presa di coscienza dei temi portanti, ma pone se stesso in controluce lasciandosi attraversare dalle sue “albe epifaniche” per rivelare il suo reale abito, quel «vestito d’acqua e sale» che è «saio di freschezza nella luce». Monaco della parola è Marco Onofrio, eremita dell’anima, pellegrino della notte che nei vuoti siderali dell’universo ricerca l’Uno seguendo le costellazioni dei versi. Preghiera è la sua poesia che nasce dalla contemplazione della Bellezza e canta la gioia della vita lacerandosi col dubbio della sorte. Da D’istruzioni: «Colui solo può conoscere di luce / quel che torna vero dal profondo / per l’oscurità. // È pece che fa esistere la neve / e bianco non sarebbe senza il nero / e il bene senza il male. // Un altro è pure l’uno, oltre se stesso / e mille cose ancora – tutte insieme: / il frutto già nel seme che fiorisce / l’inizio nella fine che comincia / e nell’inizio fine che conclude: / È questa la follia che ti stupisce?» Questa follia è il “silenzio”, la voce del cielo che è lì, su di noi, quello sfolgorante blu sopra le nuvole che «irradia la presenza. (…) / Come un grande ». Così si conclude la prima poesia della raccolta antologica qui presentata, “La voce del cielo” appunto, e questo «sì» si propaga e genera eco infinite per rendere terso e trasparente l’azzurro per chi sa vedere l’Altrove e non si limita al suono del verso per cercare quella musica unica che solo il Silenzio può dare. E nel silenzio cade ogni velo e «tutto vibra, palpita, respira / in ferma compiutezza / in armonia. // È la divina, mistica euritmia». E in questo “paradigma elementare” il poeta «colmo di silenzio e di splendore» esclama: «Io sono quando amo e sento amore», versi tratti dalla poesia “Alba”; ma ancora più significativa è un'altra alba descritta in “Vigilia” tratta dalla silloge È giorno del 2007: «Shh… / La notte sta morendo. / E giunge l’avanguardia della sveglia / diana, santa stella, sentinella / annuncio al primo raggio – / chiaro e amore. / Si accende il cielo ad est! / È qualcosa che torna dopo un viaggio. / E suona la gora dei venti…. // Frecce di voli distesi / traiettorie ardite / garriscono agli incroci / acutamente / e il cuore impazzisce / perché una gioia così grande / non contiene. / Palpita palpita / come le ali / come il rosso delle labbra e delle gole. / Il ritmo che fibrilla nell’ovunque. / Il frusciante cammino della Vita. / Il sangue buio nelle vene. / E il confine insuperabile del tempo. / Ora». È il canto della vita, quel “Cantico delle Creature” dal quale Onofrio trasse il lacerto «lo quale è iorno, et allumini noi per lui» che divenne il nucleo generatore della sua raccolta È giorno, un nucleo antichissimo, come lo definisce, un viaggio crepuscolare rielaborato nel corso degli anni che proclama quei principi di armonia e di esaltazione della natura che rimarranno stabili – anche se a volte velati dall’amarezza di un pessimismo doloroso – fino all’oggi. La negatività, l’angoscia, il dolore del vivere segnano semmai le raccolte più recenti, anche se già in Autologia, del 2005, in “Diluvio” in particolare, la mancanza e la solitudine incalzano l’amarezza in rabbia crescente: «Vive, vive e non risponde all’apparenza / questa vita» (…) «Resto solo di me, qui, con questo vuoto / quando stringo tra le braccia la mia notte / e non ritrovo / l’isola di luce nell’azzurro, / ma solo buio pesto e disperato / e l’ombra di un sorriso che scompare. // E non è questo vivere, mi pare…» Di ben altra durezza le visioni tagliate nel basalto e incise con la lava incandescente d’una parola dannata e in sé profetica che grida all’uomo: «Ingrassiamo di dolore / per la baldoria guasta / di una festa grande / che verrà»; oppure nella poesia “La bestia”, incalzanti endecasillabi feroci come staffilate: «(…) e fece tenebra di notte a mezzogiorno / e il mondo più non vide cosa alcuna / e da se stesso ovunque il suo contorno / sparì nel lato opposto della luna. / Cercammo Dio: non c’era. / La bestia ci sorprese tutti quanti. / Di tante anime ritornò nessuna». Sono due componimenti tratti da Ai bordi di un quadrato senza lati, del 2015: forse la più cruda delle raccolte pubblicate da Marco Onofrio. Tuttavia, leggendo le poesie dell’antologia, ci rendiamo conto che la vera causa di tanta asprezza è il vuoto, la mancanza, proprio la nostalgia dell’infinito. «Siamo i passanti: ombre di fumo / che corrono per terre evanescenti» scriveva già in un inedito del 2003 (“Essere – IV”), per correggersi subito nella poesia successiva, anch’essa inedita ma di ben 10 anni successiva: «Eppure è sacra l’imperfezione / che ci rende erranti». E più avanti: «Ascolta il grande suono della vita / lo spazio dentro il vuoto, il suo mistero». Eccolo, il canto che ritorna e che s’immola, l’estasi di uno sguardo sopra il mondo che trapassa l’azzurro nell’ascolto e si fa conchiglia ad ogni mare e nuvola di filo che si scioglie in orizzonti vasti che sconfinano… L’infinito è «l’euritmia che vibra dentro l’aria / nel corpo vivo della madre terra / il fuoco azzurro della sua cintura / la grande verità della natura: che il mistero è qua!» (“Il mistero” tratto da Ora è altrove, 2013) Bellezza, Armonia, Natura: temi ricorrenti, fonti di canti limpidi e vibranti, nozze mistiche con l’eternità della perfezione che attraverso «lo splendore muto delle cose» e «il prodigio che non finisce»; attraverso la «clemente solitudine dei luoghi: / il silenzio, che dorme sopra i mari / e intorno ai monti, mentre la vita / ferve e la nuvola va» (“Il Mistero”), ti rivelano che «lo splendore che tu vedi nasce dalla luce dei tuoi occhi» (…) perché «tu racchiudi il mondo!» e «imparerai a rinascere dal dono. / Ti spetta giusto quello che avrai dato». (“Lo splendore”). Una parola ancora per la luce, le ombre ed i colori che vibrano e tagliano di netto come meridiane delle ore molte poesie di Onofrio. Luci armoniose d’albe e tramonti, mai accecanti, dipinti di lacche cinesi su vaste tele d’orizzonte che sconfinano nei blu cobalto della notte. «Poi, a sera, il verde marezzato / che s’inconca / dentro l’arancione del tramonto / e il rosso cupo, il nero / e il grigio, il viola / e l’oro dell’oscurità» (“La prima notte del Creato”); e altrove il richiamo a questa linea d’orizzonte, incerta cerniera tra il finito e l’infinito, diventa anelito, invocazione, quasi commozione: «E all’improvviso qualcosa accade. / Laggiù, laggiù. In fondo. Al limite / della via di luce. L’oro. Laggiù. / L’oro…» (“Mito tirrenico”). Incontenibile splendore che toglie il fiato e lascia sospesa la voce: «E m’incanto / dinanzi ad una bellezza / così grande da comprendere / così tremenda da sostenere» (“Incanto”). La nostalgia dell’Infinito di Marco Onofrio è in realtà il Canto all’Infinito, canto che diffonde la gioia del donare perché la vera missione del poeta è con–dividere e consegnare il seme eterno del messaggio, la parola rivelata. E Marco sa come si fa.

Francesca Di Castro

 

ilmamilio.it, 13 luglio 2016 - Arriva nelle librerie italiane "Diario di un padre innamorato" di Marco Onofrio

Arriva nelle librerie italiane "Diario di un padre innamorato" di Marco Onofrio, edito in questi giorni da Città Nuova Editrice. Il volume sarà distribuito a livello nazionale da "Messaggereie Libri", a partire da lunedì 18 luglio. Marco Onofrio, classe '71, romano di nascita e marinese di adozione, è poeta, saggista e scrittore, e giunge con questa opera al traguardo dei venticinque libri pubblicati. Onofrio, fresco vincitore del "Premio Simpatia", patrocinato da Roma Capitale e meglio noto come "Oscar Capitolino", riferendosi alla sua ultima fatica letteraria, ha così commentato: "Il volume è il racconto, denso di emozioni, di un uomo quarantenne che diventa padre e affronta - prima, durante e dopo - tutte le trepidazioni che l'evento gli fa provare, a cominciare dalla paura". Scritto in una prosa limpida e intensa, di impronta poetica, il testo si compone di settanta frammenti diaristici, articolati nella forma di una ideale "lettera aperta" che il padre, divenuto pienamente consapevole del proprio amore, scrive in prima persona alla figlia, ricordandole - dal concepimento ai primi tre anni di vita - tutta la bellezza racchiusa nel "miracolo" di essere nata. 

 

www.patrialetteratura.com, 26 luglio 2016 - recensione a  “La nostalgia dell’infinito” 

Credo di aver affermato altre volte che Marco Onofrio è il più completo autore italiano della generazione che va dai venti ai cinquant’anni. Lo ripeto convinto, e ne spiego i motivi centrali. La produzione odierna, anche quella che va per la maggiore (premiata e recensita e pure venduta, purché edita con una grossa casa e definita nell’etichetta di “romanzo” anche quando somigli più a un elenco telefonico e a una superlista porno che a una scrittura creativa), è vicina sempre di più alla cronaca e al porno-rosa. Il poeta (intendo qui, nel senso greco e classico in genere, anche il narratore – ma sarebbe da allargare la partecipazione ai musicisti, ai pittori, etc., fino agli scienziati) ha perduto il senso dell’infinito, la misura dell’invenzione, aderendo sempre più ai canoni tardo-futuristi o peggio ancora della cronaca più sciatta e pesante (ma qualcuno, specie nella narrativa, torna al crepuscolarismo e alla detestabile celebrazione dell’io sotto varie forme: dall’amore al pianto al delirio di autoesaltazione). Nessuno guarda più il cielo, sia realmente sia simbolicamente. E pensare che la Poesia viene proprio dall’alto! Dunque Marco Onofrio è il più completo della generazione suddetta. Come critico letterario ha firmato pietre miliari sul percorso storico di questo genere (cito, fra tutti, il ponderoso e poderoso “Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana”, saggio da cui nessuno potrà prescindere non solo rispetto al poeta di Marradi, ma al concetto di orfismo rivisitato in chiave storico-filosofica oltre che poetica); come autore in versi Onofrio ha dato – per dirla con Bàrberi Squarotti – cose “altissime”, ma soprattutto ha inventato un suo “metro”, come scrissi in un saggio sulla tecnica del verso di questo autore. Metro che egli rielegge anche nel discorso in prosa, dando una vitalità precipua alla sua narrativa che è spesso un’esplosione vulcanica di forza espressiva, di canto a cui sarebbe facile porre le cesure e raccordare gli enjambement, i “crescendo” che prendono a forza il lettore, ove notiamo una sorta di dissacrazione della grammatica e della sintassi canoniche, per ricrearle attraverso un battito acceso di ispirazione e tormento, di allucinazione e straripamento della costruzione del periodo: insomma, una originalità di fronte alla quale impallidiscono i neo-crepuscolari esangui che pur vincono i premi ufficiali della nazione (una per tutti? Benedetta Cibrario). E non è lecito fare una graduatoria dei tre generi letterari in cui si esprime il Nostro (escludo il giornalismo, perché spesso è appoggio di scopiazzatori alla giornata, sebbene anche qui Onofrio esprima una cultura propria e una personalità riconoscibile già nell’impronta stilistica). Egli ha uguale forza di penetrazione e di invenzione, profondità di studio e di analisi, metodo e misura in ognuno di essi: poesia, narrativa, critica letteraria, saggistica storica. Ma è tempo di addentrare il discorso nell’antologia poetica “La nostalgia dell’infinito” (Ensemble, 2016): una sorta di percorso riassuntivo dei temi più cari all’autore (non sarebbe facile unire in un florilegio tutto il mondo lirico di Onofrio, tale e tanta è la varietà del dettato interiore e la cura sperimentale della sua tecnica di scrittura). Proprio la prima poesia (“La voce del cielo”) ha un verso-chiave: «E il mondo si spalanca al nostro sguardo!», un endecasillabo “a maior”: è emblematico sia il significato allusivo del testo (è l’occhio dell’osservatore che dà la dimensione al tutto e non viceversa, per cui le cose sono diverse da una persona all’altra), sia il fatto che il poeta scelga di aprire un discorso col metro tipicamente italiano (cfr. “De vulgari eloquentia” di Dante), metro che più che essere abituale in Onofrio è di raccordo fra le varie tonalità espressive. Epperò, subito dopo, l’autore ridimensiona il nostro potere, per cui l’uomo è sì centro e misura di tutte le cose, ma al contempo è come la nuvola che passa e scompare nel cielo: nuvole d’agosto, sinonimo di temporale, pericoloso portatore di grandine distruttrice, pioggia estiva rinfrescante, beneficio e minaccia, onde l’assenza in Onofrio del manicheismo tanto di moda nei secoli e soprattutto oggi, in cui il bene e il male si tagliano come fette di anguria, mentre lo stesso tuono è «fanfara solare» (“Squarci d’eliso”): «E la terra ascolta , la terra accoglie / e l’acqua scende, l’acqua si fa strada / e il gorgo involve, la goccia si colora / lagnosa di tocchi sulla gronda / preziosa di linfa sulla spora» (un pentagramma d’una bellezza assoluta, ove i primi endecasillabi “a minor” si legano in musica nuova col dodecasillabo centrale e i decasillabi epici di chiusura). Ed ecco che una delle più alte liriche dei nostri tempi traduce il pensiero esistenziale di Onofrio in canto aperto e superbo: “Diluvio” («Vive, vive e non risponde all’apparenza / questa vita», che precede una sineciosi azzardata e trionfante: «la fine dell’eterno, l’infinito»). Come non ammirare soluzioni di tal peso? Laddove l’occhio e la sensibilità attuali si fermano invece non all’“orizzonte degli eventi”, ma a quello della nostra casa, senza neppure guardare al cielo, dove la luna è un lampione in più… Come un canto biblico è la possanza di questo discorso poetico, in cui Dio è possibilità, ma la forza della vita scaturisce dalla morte che appartiene all’uomo! Voglio richiamare l’attenzione dei lettori su “Disincanto” per l’ipermetro che ha il battito del distico elegiaco latino, ma temperato da accentazione intensiva di rara possibilità tecnica. Ed ecco il silenzio, metronomo della nostra condizione e “parola” intrinseca, scandire in “Ottava” la sua «ostia consacrata», speculare al sonno che addormenta la ragione, per cui l’autore non è spaventato da quel che verrà, ma dal silenzio che precede l’attimo di nascita e di morte: caduta e trasformazione coagulano il mistero che ci attornia e ci ammutolisce: sincopazione del pensiero e “perché” respinto senza risposta dal muro del silenzio. È anche il buio taciturno della Storia: una menzogna di illusioni sono i «fasti del silenzio» regale, in un chiasmo apodittico di ribaltamento delle proporzioni, dei rimandi e del senso di marcia del tempo: «e come fui domani sarò ieri» (l’Ecclesiaste? Gilgamesh? Heidegger? Bruno Fabi? Sant’Agostino? Hawking? Dante del XXXIIII del Paradiso?). Una filosofia in versi che ha del terribile e del magico: oserei dire un’impossibilità della parola a farsi idea, ma una grandiosità dell’idea a farsi poesia. Non da ora, pur nelle viscere delle cose brutte del mondo che Onofrio denuncia con “civile indignazione” (si rilegga il vibrante poemetto drammaturgico “Emporium”), io scorgo in questo poeta una sorta di misticismo particolare, autonomo da quello dottrinario o canonizzato da qualche chiesa. Leggiamo “Ora e altrove” attraverso parole-chiave come «corpo mistico» (che rimanda alla concreta idea della costruzione teologica cattolica), «silenzioso etere del cielo» (che fa pensare al nascondimento di Dio), «velo misterioso» (tutto è mistero quanto ci avvolge, fra il nascere e il morire, sperduti in un granello di sabbia dentro l’infinito), «limite più estremo» (che è di significazione spirituale, ma anche di realtà astronomica, come orizzonte cosmico degli eventi che arrivano dal vuoto); o attraverso gli ossimori, fra cui il criptico verso «l’unità difforme del contrario» − quasi eco visionaria e apocalittica in senso di annuncio: lo conferma la chiusa, da brivido: «… e oltre solo il bianco del sudario». Questa lirica è tra le più complesse e unitarie, pur nelle sineciosi speculari della contraddizione creativa umana, e fra le più originali da me incontrate in pluridecennali letture di dovere e piacere (inclusi migliaia di inediti accostati quando ero direttore editoriale e giurato nelle commissioni di premi). Un florilegio è già riassuntivo di testi ampi, di sillogi unitarie, per cui diventa difficile trovare i bandoli delle matasse che formano il testo. E ciò vale specie per Onofrio, il quale è complesso già nelle singole raccolte. Ma il tempo (i «millenni sepolti») e lo spazio («mare che mi ascolti / dal centro della muta immensità») assumono in questo autore una valenza teologica in senso lato, d’una religione deistica, e forse panteistica, dove l’uomo è insieme centro e periferia. Non è un caso che Onofrio si affidi al mare, il cui sale è sacro, per farsi battezzare, salvare, consigliare, proteggere: il mare – parola-chiave in certi ritorni, come lo è “silenzio” – è una coperta con cui avvolgersi: compimento sacrale delle cose in cui l’essere umano è assente (nonostante la presenza del nostro autore), in quanto il mare è regno del dio vivente, primigenia energia, informale forza propulsiva della vita e del pensiero. E ancora: fonte battesimale, acqua lustrale, lavacro mistico. Il racconto in versi “Altrove”, che contiene neologismi di conio del poeta (ma se ne incontrano spesso nelle sue opere), è una sorta di viatico che ordina di evitare definizioni, poiché l’orecchio delle nuvole è in ascolto. Terrei questa composizione come punto di ritorno e di coagulo del libro, col suo verso di chiusa («Non tornerò mai più») che assume significato testamentario della volontà-nolontà di rivivere, se non come «invisibile nebbia dell’incorporeità»: il tessuto connettivale sotteso alle rose nel mazzo spinoso ci sprofonda in un magma dove tutto è chiaro e confuso, celeste e nebuloso, vitale e annichilente, ma unito nella realtà non del “cogito ergo sum”, bensì di un “fortasse sum nunc et per omnia saecula”: ribaltamento della conoscenza, miraggio profetico, visionarietà apocalittica, autocoscienza che «più della sapienza può natura», benché noi siamo ombra dell’eternità.

Aldo Onorati 

 

"Poeti e Poesia", n. 38, agosto 2016, pp. 168-170 - recensione a "Giorgio Caproni e Roma"

Einaudi ha appena fatto ristampare Il «terzo libro» e altre cose, un volumetto di Giorgio Caproni che nel 1968 accolse, oltre ad alcuni inediti, anche delle poesie tratte da libri già in circolazione, cioè Il passaggio d’Enea (Vallecchi, 1956), Il seme del piangere (Garzanti, 1959) e Congedo del viaggiatore cerimonioso (Garzanti, 1965); sempre in questi giorni Garzanti ripropone nella collana dei «grandi libri» la raccolta di Tutte le poesie (l’ex «elefante» ormai da tempo esaurito) che si accompagna, ma a un costo ben più accessibile, al «meridiano» (L’opera in versi, Mondadori, 1998). Cosa ci dicono questi aggiornamenti bibliografici? Almeno due cose, e cioè che il lavoro di Caproni viene letto: ché altrimenti i libri non verrebbero rimessi in circolazione; ma quello che è ancora più rilevante è che ormai è estremamente comodo immaginare il suo posto all’interno del canone novecentesco. Si tratta, è chiaro a tutti, d’un posizionamento nelle zone alte, e questo dato di fatto ci porta a una revisione dello stesso canone che appare più mobile di quanto si pensasse fino a non molto tempo fa. Un tale riassetto inoltre,  ça va sans dire, andrà a discapito di qualcun altro (ma chi?), visto che i posti disponibili sono per ‘statuto’ pochi, anzi pochissimi. Queste mie considerazioni vengono irrobustite da un secondo criterio altrettanto utile a comprendere la ricezione d’uno scrittore, ovvero gli studî che gli vengono dedicati (mentre un terzo parametro potrebbe essere quello delle traduzioni). E in effetti non pochi sono i lavori d’un certo interesse che sono stati editi ultimamente, e tra questi la bella monografia di Marco Onofrio, Giorgio Caproni e Roma (Edilazio, 2015, pp. 160, € 13). L’autore aveva già dedicato un suo precedente studio al legame tra la città e un altro protagonista, Ungaretti e Roma (ivi, 2008), analisi che pure poneva in stretto rapporto lo spazio, la biografia e la poesia. In questo caso il luogo delle azioni e dei sentimenti è Roma: la città verso cui nel Novecento, in pratica, tutti i poeti si sono spostati (e non dico qui dei romanzieri e dei musicisti, dei pittori e dei registi). Perché, sì, se i grandi editori si trovano nel Nord del Paese, buona parte dei poeti pare viva nella Capitale. Così, quelli che hanno la cittadinza per privilegio di nascita, non si smuovono, e quelli venuti dalle province – oltre ai due già citati, anche Penna e Pasolini, Bertolucci, Spaziani, Rosselli, Carlo Levi, Pecora, Bemporad, Buffoni, Zeichen, Insana, Sica, Cavalli, Anedda… – vi hanno piantato la tenda. Come mai? Be’, forse perché solo qui, come seppe dire meglio di tutti Saba, si ha «la felicità» (Gratitudine, in Mediterranee). Onofrio, dunque, esamina questa relazione che d’acchito potrebbe risultare marginale a chi pensa a Caproni come il poeta di Livorno e della «Genova di tutta la vita» (Litania). Ciononostante, a Roma il poeta si trasferì giovanissimo: una prima volta già nel 1938, per tornarci dopo la guerra a fare il maestro e restarci fino alla fine. Onofrio pensa addirittura che Roma sia la «città-motore» perché «in un modo più nascosto, sottile, consustanziale […] lo rende ‘spatriato’, e dunque poeta» (p. 105). Per convincerci di questa sua tesi, propone in modo ordinato cinque capitoli che documentano l’intera vicenda. Veniamo così a sapere che Caproni non si sentì mai a casa nella metropoli. All’inizio ci fu magari l’ammirazione per la bellezza classica (anche in questo egli è diverso da Ungaretti che invece si lasciò incantare dal Barocco) e la commozione per l’ospitalità dei cittadini. In queste considerazioni avverto quanto l’esperienza di Caproni sia paragonabile a quella di Carlo Levi che aveva definito i romani come «il popolo meno retorico, meno idolatrico e meno fanatico della terra» (Roma fuggitiva, Donzelli, 2002, p. 5). Tuttavia, l’atteggiamento caproniano non fu mai altrettanto gagliardo, ma rimane sospeso tra alti e bassi, tra un innamoramento un po’ coatto e la nostalgia di Genova. Determinante a sfocare ogni illusione saranno infine gli anni delle speculazioni e del razzismo quando la città si ‘spoetizza’. Il discorso nella sostanza è simile a quello di Pasolini, ma risulta diverso nel tono e nello stile: Caproni, insomma, sarà arrabbiato tanto quanto Pasolini ma reagisce alla situazione con un pessimismo di matrice stoica. Onofrio presenta la sua ampia ricerca in modo garbato, evitando inutili tecnicismi e apparati; al contrario, e ciò a me pare rilevante, preferisce citare ampi e utili stralci dei versi caproniani, cosicché tra le mani si ha anche una discreta antologia.

Gandolfo Cascio 

 

“La Torre”, 23 settembre 2016, p. 24 – Onofrio a tutto campo sulla figura paterna, a cura di Luca Priori

A circa un mese e mezzo dall’uscita nelle librerie italiane del libro “Diario di un padre innamorato”, edito da Città Nuova, il settimanale “La Torre” ha intervistato l’autore Marco Onofrio. Lo scrittore, classe ’71, romano di nascita e marinese di adozione, ha svelato alcuni particolari della sua nuova fatica letteraria.

- C’è un autore dal quale ha preso le mosse?

No, nessun autore in particolare. Anche se i libri sulla "paternità consapevole", occorre dirlo, stanno affollando gli scaffali delle librerie: è un tema che si respira nell'aria - come ben analizza Paolo Di Paolo nel saggio che correda il mio racconto; ci si sente evidentemente portati, quasi per compensare la decadenza di un ruolo per troppi decenni rinnegato o dimenticato, alla riscoperta di una figura fondamentale e irrinunciabile come quella del padre. In questo "dialogo a una voce" - come lei brillantemente definisce la "partitura" lirica del libro - ho, piuttosto, preso le mosse da quell'autore particolare che, al di là del caso specifico, è il padre: autore di un'opera di carne, ovvero generatore di un miracolo di vita che, grazie al suo contributo, viene innescato e introdotto all'evento della nascita. Scrivo a tal proposito, nelle prime pagine del libro: «I genitori non sono "creatori" di niente; sono soltanto tramite della creazione di cui portano il seme e alla quale prestano il contatto, i fili da cui scocca la scintilla».

- Il suo libro si distingue per altezza etica e dettato stilistico purissimo. Giorgio Bàrberi Squarotti parla della sua poesia definendola “altissima”.  In quale genere letterario porrebbe questa nuova fatica?

Si tratta di un "regesto emozionale": un diario - benché privo di date, come sgranato al di fuori del tempo - dove si depositano i pensieri e i moti del cuore di un uomo quarantenne che diventa padre, si osserva mentre lo diventa e vive con stupore, come all'aurora del mondo, l'annuncio, l'attesa e il compimento di questo prodigio meraviglioso che è la nascita di un figlio. Il libro è orchestrato attraverso una "monodia" di introspezioni progressive che tentano di dialogare con l'invisibile, sondando l'ignoto oltre i confini della cosiddetta "realtà". La tensione metafisica accende l'intensità del linguaggio: i 70 frammenti lirici in prosa di cui si compone il racconto rendono la scrittura, pur sempre limpida e comprensibile, attratta dalle orbite iridescenti della poesia. Anche il "ritmo" delle frasi obbedisce a questa dinamica. Tutta la coerenza stilistica del racconto asseconda il bisogno di centrare l'essenza universale dell'esperienza, di estrarre l'eternità dal contingente, di oltrepassare il limite delle cose, manifestando la grandezza di ciò che "è" (fuori e dentro di noi). 

- La figura paterna è stata sempre al centro di interessi psicologici complessi, più di quella materna. Con il suo nuovo libro rivaluta questa figura rispetto alla sua posizione secondaria nel campo degli affetti familiari. Si diceva sempre dell'amore materno smisurato; meno di quello paterno. Lei muta le cose in tavola con suggestiva forza di convinzione. Ce ne parli.

Il padre è importantissimo, al pari della madre. Occorre assolutamente rivalutarlo, in chiave psicologica, storica e sociale. È la "colonna" intorno alla quale ramificano i valori che ci fanno crescere. È l'"eroe" che, da bambini, ci insegna a guardare il mondo. L'amore ruvido e talvolta burbero di un padre ci trasmette il senso della "differenza", il varco da cui scoprire lo spessore e il rovescio delle cose. La complessità della figura deriva dalla posizione particolare - a un tempo interna ed esterna - che la natura assegna all'articolazione iniziale del suo ruolo. Cito ancora dal libro: «La madre tiene in grembo il figlio per nove mesi, lo genera e lo nutre dall'interno, forma con lui una carne sola, un unico respiro. L'accordo dei cuori è esclusivo e assoluto. Il padre è escluso da questa fusione cosmica di gioie unisonanti che accade dentro il corpo della donna. Per quanto si adoperi per parteciparvi, resterà sempre esterno al processo che pure lui stesso ha innescato, e come separato dal suo farsi; potrà soltanto bussare alle porte del paradiso. Come Ulisse che torna a Itaca in veste di straniero, ogni padre è un re dimenticato, dal potere incerto: dovrà "conquistare" ciò che dal principio gli appartiene». Ecco, il padre mi fa tenerezza anche per questa fragilità da "escluso" che gli impone di imparare, tra mille impacci, ad essere all'altezza del proprio compito; ma la sua importanza è, ripeto, senza dubbio fondamentale. E non va limitata, come spesso purtroppo accade, a una funzione meramente suppletiva, di contorno e supporto allo strapotere delle madri: un "buon padre" non si misura dal coraggio di assistere alla nascita in sala parto, o dalla capacità di cambiare i pannolini, o di ninnare il neonato… Il padre dovrebbe tornare ad essere se stesso, nella pienezza di un ruolo che non può riconoscersi nella pallida e improbabile fotocopia del corrispettivo femminile!  

 

marino24ore.it, 24 ottobre 2016 - Sala Giovanni XXIII gremita per "Diario di un padre innamorato" di Marco Onofrio

Entusiasmo e partecipazione per la presentazione, avvenuta sabato pomeriggio a Marino nella sala "Giovanni XXIII", del libro "Diario di un pdre innamorato" di Marco Onofrio. All'evento, olte all'autore, sono intervenuti Aldo Onorati, Angela Tibullo e Patrizia Manoni. Quest'ultima, dopo la lettura di alcuni passi del romanzo da parte di Marco Onofrio, ha aperto il dibattito. La dirigente scolastica dell'Istituto "Maestre Pie Venerini" di Marino ha raccontato, di fronte a una sala gremita per l'occasione anche da numerosi bambini, la propria conoscenza diretta di Marco Onofrio come padre: "La piccola Valentina frequenta la scuola dove lavoro, questo mi ha dato l'opportunità di conoscere suo padre. Quello tra Marco e sua figlia è un amore profondissimo, che non si vede tutti i gioni, nonostante io abbia a che fare, per motivi professionali, con tantissimi genitori". Il poeta e scrittore Aldo Onorati ha invece posto l'accento sulla statura dell'autore e dell'opera: "Onofrio è uno degli scrittori italiani più complessi, un artista eclettico e multiforme". Il dantista di fama mondiale riferendosi a "Diario di un padre innamorato" ha detto: "Ci sono libri che ti rimangono dentro per sempre, questo di Onofrio è uno di quelli. Complimenti". A concludere la serie di interventi è stata la dottoressa Angela Tibullo. La nota criminologa ha affrontato lo spinoso tema legato al distacco tra genitori e figli: "Amare i propri figli è importante. Tuttavia occorre essere altrettanto attenti a dargli i loro spazi e avere la sensibilità giusta di capire quando è il momento di distaccarsi permettendo loro di camminare con le proprie gambe".  


www.ilmamilio.it, 3 gennaio 2017 - Premio speciale alla carriera a Marco Onofrio

Sabato 17 dicembre 2016 presso l'Hotel S. Francesco Terme di Spezzano Albanese, in provincia di Cosenza, lo scrittore quarantacinquenne Marco Onofrio - romano di nascita e marinese di adozione - ha ricevuto il “premio speciale alla carriera” quale sezione d'onore del Premio Internazionale “Terre lontane”, giunto alla sua terza edizione, con la seguente motivazione della giuria: «Marco Onofrio, poeta, narratore e saggista. Nonostante la giovane età ha al suo attivo circa trenta volumi, ognuno dei quali ha ricevuto consensi da quotidiani, riviste, televisioni e università. Diventati ormai dei classici i suoi studi su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni. E’ notevole il suo interesse per le opere di poesia e di narrativa dedicate a Roma, tanto che da più parti si comincia a invocare una cattedra universitaria per l’argomento». Al momento della premiazione, Onofrio ha commentato: «Una serata come quella che stiamo vivendo è la testimonianza che quando la cultura nasce dalla vita e moltiplica la vita, portandola alla sua essenza: quando cioè è vera condivisione, nessuna terra è lontana, nessuna persona è lontana. Neanche le persone che non ci sono più, come Angelo Diodati [in memoria del quale è stato istituito il premio "Terre lontane", n. d. r.] e come il caro amico Massimo Pacetti, recentemente scomparso, a cui dedico questo riconoscimento».  

www.rocknread.it, 11 gennaio 2017 – Recensione a “Diario di un padre innamorato”

“Diario di un padre innamorato” è innanzitutto un messaggio che il suo autore, Marco Onofrio, manda a tutti i futuri padri. Ed è un messaggio “primitivo” nel senso di un consiglio che arriva prima ancora della lettura del suo piacevole e dolce testo. In “Diario di un padre innamorato” il messaggio più forte che arriva ai padri, in essere o futuri, è quello di tenere un diario. Già, scrivere un diario, un gesto che sembra da donne, che lo sembra come sembrava ai nostri padri quello di accudire i figli, invece è il più grande atto d’amore che si possa fare a un figlio. Perché le emozioni, splendide e contrastanti all’unisono, non saranno mai tanto forti nella memoria quanto lo possono diventare messe nere su bianco. Come esseri umani, dimentichiamo tante cose, e invece la nascita e i primi anni dei nostri figli non devono essere assolutamente messi al secondo piano della nostra memoria. Anche perché arriverà il giorno che un figlio saprà leggere e saprà farsi domande importanti, anche sui figli stessi, e cosa c’è di più educativo di un diario di suo padre? Può, inoltre, mostrare lati del carattere che in genere rimangono inespressi nei gesti e nei comportamenti quotidiani. Un diario può avvicinare un figlio, più di qualsiasi discorso, perché le parole scritte sono sempre molto più sentite di quelle espresse a voce e complicate dall’ambiente che ci circonda. “Diario di un padre innamorato” è anche un canto lirico che Marco Onofrio scrive con una capacità espressiva notevole e dei sentimenti profondi che sfiorano nascita, vita e morte con un tatto incredibile. È commovente l’amore che Marco Onofrio riesce a esprimere i ogni singolo pensiero. Inoltre, come spesso accade per i libri di Città Nuova, alla fine della poesia in prosa del “Diario di un padre innamorato” si aggiunge alla buona lettura anche un saggio di Paolo Di Paolo che con cultura e stile evidenzia come siano i padri contemporanei rispetto ai padri della generazione che li ha mesi al mondo.

  Andrea Paolucci

poetarumsilva.com, 16 gennaio 2017 - Recensione a "Energie"

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. Il libro è accompagnato da un illuminante risvolto di Aldo Onorati e da una misurata Prefazione di Sabino Caronia che in chiusura definisce Onofrio “un autore in perpetua avanguardia”. Ovviamente si scomodano i nomi più disparati, ma io credo, semplicemente, che lo scrittore abbia voluto testimoniare l’essenza della sua anima, del suo modo di essere e di vedere le scorribande della sua fantasia che senza requie, anche quando sta con gli altri nella quotidianità più solida e naturale, scalpita e grida, indomita, perfino insolente. E su questo “insolente” bisognerebbe che ci soffermassimo un attimo, perché non solo gli argomenti del libro sono sfuggenti, paradossali, chimicamente impostati per scoppiare di continuo, ma anche il linguaggio, scalmanato, irrequieto e spudorato, mai riempitivo, ma teso a scardinare le assuefazioni. Libri come questo ovviamente non sono di facile lettura; nessuno si aspetta che Energie salga in cime alle classifiche delle vendite (magari! perché così molta ruggine di verbi e di aggettivi scomparirebbe dalla narrativa e dalla poesia italiana), ma è libro che bisogna tenere in seria considerazione perché “un pezzo di lava infuocato e impazzito” (Onorati) può creare danni o benefici, a seconda di come viene inteso. Certo, se Onofrio ottenesse più ascolto dai signori del Potere Editoriale, qualcosa potrebbe cambiare nella monotonia degli scambi consunti e prevedibili… ma siamo a un punto di stasi che sta uccidendo poesia e narrativa a favore di una narrativa giornalistica di mestiere che sempre più soffoca le tensioni dell’anima e del cuore. Mestiere e basta, con sopraffazioni maestose e inaccettabili. Ecco, Energie, con le sue invenzioni fantastiche, lontane per fortuna dal fiabesco calviniano, accendono un fuoco inusitato e accattivante che potrebbe servire a rileggere il mondo, non so a far tornare le “cicale a cantare”. Una speranza. Intanto però godiamoci, quei pochi che abbiamo avuto in dono un libro così denso e potente, la fortuna di avere avuto il privilegio di essere in compagnia di un uomo senza cuore, di una ciumachella tipica de Roma, bella, soda, sui vent’anni, di essere stati nella sala del pensiero… Marco Onofrio non si risparmia e offre idee, mercanzia umana, felicità di incontri insperati, meravigliosi, sconvolgenti… Un viaggio nell’imponderabile, nel nonsenso, nel senso vero della vita? Non so: so che dopo questo viaggio il mio sguardo sul mondo è un po’ cambiato. Non è l’effetto prodigioso che ogni libro dovrebbe produrre? Il surreale pirandelliano e landolfiano (sì, pirandelliano, eccome!) in Onofrio compie un miracolo, moltiplica i sensi. Vi pare davvero poco?

Dante Maffìa 


ediletteraria.wordpress.com, 31 gennaio 2017 – Recensione a “Diario di un padre innamorato”

Prendete uno scrittore che ha già dato ottima prova di sé. Fatelo diventare padre. Pensate alla sua sensibilità di uomo che guarda il mondo con occhio da poeta, giacché la poesia è – in fondo – questione di sguardo. Aggiungete infine la sua capacità di usare le parole, la sua raffinata propensione a dosarle e disporle, da autore consumato, nei modi giusti per ottenere certi effetti, pur veicolando le emozioni con adesione e sincerità assolute. Mescolate il tutto con cura amorevole. Avrete così posto le condizioni da cui nasce Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio (Città Nuova, 2016, pp. 88, Euro 8), ma non ancora spiegato il “miracolo” di un racconto che coinvolge e commuove i lettori di ogni età. Non è solo potente e ricca di significati la riflessione filosofica – e in certi tratti anche storica e sociologica – sulla genitorialità dal punto di vista paterno; ma è straordinaria la delicatezza con cui questo padre ricorda come lo è diventato, dall’annuncio della gravidanza ai primi tre anni della figlia. Il testo si sviluppa felicemente sulla falsariga di una “lettera aperta” che il padre scrive alla figlia, descrivendole ciò che un giorno le sarà prezioso conoscere: il tempo di attesa che ne ha preceduto la nascita e i primi difficili mesi che l’hanno succeduta. Sono episodi e stati d’animo indelebili, certo, ma al contempo fragili ed esposti al rischio dell’evanescenza. Il padre tiene questo diario anche per salvarli e offrirli a se stesso – grazie alla custodia della narrazione –, prima ancora che alla memoria futura della figlia. Quest’ultima è fatta oggetto personale di una comunicazione momentaneamente “cieca”, ovvero unilaterale, che appunto proietta la sua intelligenza oltre il presente della scrittura, verso l’avvenire: allorché ella sarà capace di comprendere ciò che ancora le è precluso, essendo troppo piccola al momento della stesura e della pubblicazione del testo. Ma il lettore, intanto, può assistere allo svelamento delle emozioni destinate alla figlia, che sono dette e scritte anche per lui. Il lettore anticipa la commozione futura della figlia, immedesimandosi in ciò che proverà quando sarà in grado di leggere e capire. Per questo Diario di un padre innamorato è un libro universale, che quindi può piacere a tutti, dagli 8 agli 80 anni; non soltanto per la tematica, ma anche perché ha il merito di accoppiare la densità dei significati all’efficacia di un linguaggio chiaro, elegante, poetico, sempre funzionale al contenuto. A chiunque (figli, padri, madri, genitori in attesa, nonni) è dato modo di immaginare o ricordare che cosa si prova dinanzi al prodigio della nascita di un uomo. Occorre tuttavia sciogliere le resistenze e abbandonarsi al mistero bellissimo e infinito che si riverbera nell’apparizione di una nuova vita. “Solo la vista del cuore” permette di leggere tra le sillabe confuse dell’oltranza. È evidente, fin dalle prime righe del racconto, la forte dimensione spirituale a cui appartiene quest’opera – insieme dolcissima e tempestosa – di Marco Onofrio, che traspare man mano come un dialogo metafisico (attraverso circostanze tra le più prosaiche e quotidiane) con le dimensioni del vuoto da cui il figlio, incarnandosi, viene generato. La nascita di un bambino è il punto dell’universo dove l’invisibile si aggancia col visibile, e il cielo si riversa sulla terra, e una luce esplode, meravigliosa, come una bomba atomica di amore – una luce che non è di questo mondo. Diventare padre, infatti, è un “transito di luce”: Onofrio ci fa sentire come la consapevolezza metafisica della paternità sia, in definitiva, un aprire lo sguardo alla luce, un sentirsi parte del miracolo che palpita in tutte le cose, un prendere coscienza del divino che abita in noi. Vista così, la paternità assume i contorni di una rinascita spirituale, malgrado le paure e le ombre interiori – o forse proprio grazie ad esse – che un evento così totalizzante, e per certi versi traumatico, implica fin dal primissimo accenno. Onofrio rende credibile il racconto proprio perché non ne elude le tenebre e non ne dà un quadro edulcorato o banalmente idealizzato. Il confronto con i propri limiti e le proprie umane (nella fattispecie maschili) fragilità, comunica alle parole la spinta propulsiva per ergersi al di sopra degli acquitrini prodotti dallo scetticismo imperante – l’incapacità di credere, fidarsi e affidarsi – per cui oggi l’intelligenza è stoltamente confusa con l’astuzia, l’interesse con l’opportunismo, la violenza con la forza, il valore con il potere, etc. Marco Onofrio è uno scrittore robustamente etico (lo aveva già dimostrato col “poemetto di civile indignazione” Emporium, nel 2009) e ha la statura umana e creativa per contrapporsi, tra gli autori più ficcanti e rigorosi, alla deriva antiumanistica del mondo contemporaneo. A tale riguardo, si può senz’altro dire che scrivere Diario di un padre innamorato gli è servito anche per confermare la sincerità più autentica della sua vocazione letteraria.

Giampaolo Cremonesi

 

“Il Caffè dei Castelli Romani”, 9 febbraio 2017, p. 14 – Onofrio presenta “La nostalgia dell’infinito”, a cura di Luca Priori

 Fra le opere pubblicate da Marco Onofrio c’è “La nostalgia dell’infinito. Antologia poetica con inediti”. Marco Onofrio, classe ’71, romano di nascita e marinese di adozione, è poeta, scrittore e critico letterario. Ha pubblicato, in 26 volumi, oltre 3500 pagine di opere fra poesia, narrativa, saggistica e teatro. “Il Caffè dei Castelli Romani” è andato a intervistare l’autore.

- Ci dia una definizione di quest'opera. Di cosa si tratta?

- È un’antologia delle poesie che ho pubblicato dal 2001 al 2016: 15 anni di itinerario poetico, articolati in 10 volumi (per un totale di oltre 300 composizioni), da cui ho estrapolato le 90 liriche a mio giudizio più significative. Mi interessava l'idea di poter assemblare in un unico libro, anche a mo' di bilancio provvisorio, gli esiti migliori di questo itinerario. Una sorta di "best of".  

- "La nostalgia dell'Infinito" inquadra Marco Onofrio come poeta. Ci riassuma in poche parole la sua carriera poetica e su cosa si fondano le sue opere liriche.

 Ho cominciato con gli sguardi al cielo degli "Squarci d'eliso" (2002), per affrontare poi il problema dell'esistenza e dell'identità in "Autologia" (2005), la metafisica in "D'istruzioni" (2006), il sentimento d'amore in "Antebe" (2007), l'infanzia in "E' giorno" (2007), l'indignazione civile in "Emporium" (2009), la filosofia in "La presenza di Giano" (2010), la crisi in "Disfunzioni" (2011), e ancora l'esistenza e la metafisica in "Ora è altrove" (2013)  e "Ai bordi di un quadrato senza lati" (2015).  Per me "poesia" è anzitutto ricerca dell'essenza al di là tempo, oltre l'apparenza delle cose: tende perciò al sublime e procede attraverso la composizione verbale, la musica delle parole e dei silenzi, la scansione dei metri e dei ritmi. E' simmetria complessa, è misura e ordine creativi.

- Secondo quale criterio ha disposto i lavori all’interno dell'opera?

La disposizione dei testi segue un criterio sommariamente cronologico, sia pure con alterazioni dell’ordine per opportunità di accostamenti o blocchi tematici (come quello marittimo nelle pagine mediane), secondo un tracciato circolare, o meglio ondulatorio, che riprende e ripropone continuamente, variandone l’offerta, i nuclei “a grappolo” delle suggestioni imprescindibili al mio "modo" di vedere e sentire le cose, benché evolutosi attraverso gli anni. Da queste "invarianti" esce il ritratto involontario di come sono sempre rimasto, al fondo delle trasformazioni; ed è lì che, fra l'altro, posso riconoscere la mia essenza di uomo, prima che di autore.    

- C’è un tema fondamentale?

Il tema fondamentale che ritengo individuabile dal complesso della mia opera in versi è, probabilmente, il rimpianto della totalità perduta con l’esperienza della nascita, e dunque lo struggimento nostalgico per l’infinito. È proprio questo anelito metafisico ad accendere la ricerca dell’invisibile, il colloquio dell’essere con il non essere, la riflessione profonda sui “perché” inspiegabili della nostra esistenza. È una ricerca che, alla luce dei dieci libri di poesia finora pubblicati, si fonda sull’ascolto dell’essere, sull’accoglienza delle sue rivelazioni, sul distillato di ricchezza spirituale che l’esplorazione del silenzio può nutrire quando “suona” come eco dello spazio vuoto.

- Oltre a poesie, ha scritto anche numerose opere in prosa. Sotto quale veste si preferisce?

La poesia mi fa sentire nel complesso meno libero, poiché i valori formali che la contraddistinguono - per natura artistica costitutiva - vincolano a un rispetto più scoperto e diretto delle "regole", nonché ad un confronto più schiacciante con la forza della tradizione. Invece la distensione fluida della prosa, che pure ha le sue norme interne di prosodia, mi consente di scatenarmi e "folleggiare" a briglia sciolta, tipo cavallo pazzo: come per esempio accade nel mio ultimo libro di racconti "Energie", di recente pubblicazione. Direi quindi che la mia attitudine istintiva è poetica, ma negli ultimi anni sto scoprendo il piacere della prosa e in particolare della narrazione.  

 

ellisse.altervista.org, "Imperfetta ellisse", 18 febbraio 2017 - Recensione a "Diario di un padre innamorato" 

«Si aprì il varco del piano metafisico… Fu uno scoppio silenzioso di luce azzurra che gli occhi di carne non potevano vedere». «I genitori non sono creatori di niente; sono soltanto tramite della creazione di cui portano il seme…»

Può suonare strano affermare che i settanta paragrafi di cui “Diario di un padre innamorato” (Città Nuova, 2016, pp. 88, Euro 8) si compone, possano essere riassunti nelle due frasi con le poche parole qui citate. Ma la sostanza dell’evento espressivo e comunicativo è quasi tutta qui, se intesa come premessa, come promessa e come causa. Il resto è quasi tutto negli effetti e nelle conseguenze che sono “accidenti”, le cose che accadono ai vivi.  A mia memoria non trovo nelle letterature occidentali un livello di coscienza paterno, verso una figlia, paragonabile a quello delle frasi ora prese in esame. Se poi dalle frasi distilliamo le parole, possiamo andare avanti a chiederci: da dove viene quello scoppio silenzioso di luce azzurra? Non è l’ossimoro che qui determina il significato, ma il colore: azzurro appunto; perché non un giallo, un rosa o un altro? In realtà non l’azzurro, non il rosa né il giallo caratterizzano metafisicamente il concepimento di un essere umano. Ce ne informa il “Bardo Tedhol”, l’antico libro tibetano rivelatore della realtà invisibile: se sei destinato a rinascere in un corpo umano, vedrai la luce verde degli uomini. La luce azzurra è degli dei, che hanno un grado di coscienza evolutiva superiore. E allora qui c’è un felice lapsus perché la figlia è, per il padre, una piccola dea. Il padre infatti pensa la figlia, non ancora visibile, come una superiore Idea genitoriale che si sostanzia di una fede trascendentale, di una nuova speranza esistenziale, di una carità universale: «ti aiuteremo ad essere te stessa, a diventare appieno quel che sei». A “quel” noi possiamo solo collaborare per favorire la coscienza della vera identità. Il passaggio dall’io al noi è un omaggio al genere femminile nel risvolto materno, che successivi riferimenti preciseranno nel corso della storia di questa infanzia che si afferma nella nascita. Ma il lieto evento potrà, potrebbe, non essere lieto? Qui la paura del padre incontra la complice paura della madre; a lei affidava metafisicamente e fisicamente il compimento del progetto comune di una nuova vita. Il parto non dà alla luce solo una mente, un’anima, una psiche; ma soprattutto una forma corporea terrestre soggetta alla gravità di questo nostro pianeta, col suo peso carnale, sensoriale, sensibile nella sua evidenza fisiologica. Quando la luce fisica sostituisce la luce mentale del padre, l’apparenza della Natura “naturata” sostituisce nella sua evidenza la superiore Legge “naturante”. E sì, perché la prima luce della figlia è il padre, come la luce sanscrita PiTRi, da cui Pitti, Pitta, Pater. La madre dunque dà la figlia alla luce del padre: sembra giusto quindi che sia orgogliosa di una figlia perfetta come una piccola dea; o si affligga per una figlia eventualmente problematica. Una buona madre evoluta comprende, nel profondo inconscio, questa realtà senza bisogno di ricorrere alle spiegazioni dei Rishì. Ciò implica per lei la moltiplicazione dei sacrifici nelle cure parentali, spesso trepidanti, non solo negl’interminabili duecentottanta giorni di gravidanza, ma spesso anche oltre i primi duecentottanta mesi della dimora della nuova anima incarnata nel nostro mondo, nel disagio culturale della nostra civiltà. Comunque, di fronte al lieto evento storico felicemente concluso – che il padre insieme alla madre nelle pagine registra – il sentimento e la ragione di chi legge celebrano questo libro come un brindisi, poetico e meditativo, a un nuovo equilibrio umano, sempre meno frequente nella società odierna, nobilmente impersonato dai tre protagonisti innamorati ritratti nel diario.

Raffaello Utzeri

 

“Alla volta di Leucade”, 1 marzo 2017: lettura critica de “La nostalgia dell’infinito”

Un excursus tormentato e ondulatorio per forma e contenuto; per intenzioni e azzardi mai appagati verso estensioni liberatorie. In questo processo evolutivo la crestomazia è impostata più su tematiche che su ordine cronologico; e Onofrio dimostra quanto la poesia non sia solo e soltanto frutto di memoriali, saudade o di melanconiche suggestioni panoramiche, quanto di trasposizione di concetti in glottologiche forzature tese a raggiungere traguardi di difficile approdo per la ristrettezza delle possibilità umane. È da queste ristrettezze, da queste migragne esistenziali, da  questa posizione calcolata per misure terrene, che il Poeta vorrebbe fuggire attraverso un iter umano, troppo umano per toccare il luminoso blu dell’infinito. Cosa non concessa ad un essere che vive e respira aria tremolante e sapida di futilità, di insicurezze, di fragilità, cosciente del fatto di esistere  nello spazio ristretto di un soggiorno. Semmai tutto questo serve a stimolare verso orizzonti che vadano al di là della siepe, al di là della semplice scia di un  faro marino. Dacché la verità sta oltre, in tutto quel vuoto che sommerge il mare. Questa è la ricerca attenta e scrupolosa dello Scrittore per agguantare la coda dell’infinito; e lo fa forzando i lemmi della sua grammatica poetica e investendo sulla potenza della sua storia; un investimento che gli produce un reddito di plurale valenza estetica ed etica, di polisemica significanza umana, filosofica, linguistica, innovatrice. Il libro si apre con un ampio panorama prodromico a firma del Nostro; una dissertazione critica di rilevanza storico-letteraria, e suggestiva incisione. Si prendono in esame tutte le opere poetiche, i loro contenuti, e soprattutto i vari momenti in cui nascono e  il valore estetico-cognitivo di ciascuna di esse. Una indispensabile apertura al percorso totale e totaleggiante di questa scrittura poematica. Agli inizi una lirica emblematica che tocca l’argomento focale dell’opera; il leit motiv che dà compattezza e organicità al discorso epigrammatico ed azzurro del Poeta:

 

(…)

 

Ascolta la voce del cielo, è lì.

Ci chiama – lassù. Ci ama.

Lo sfolgorante blu sopra le nuvole

 

Irradia la presenza. Musica.

Come un grande sì

 

(da “ Ai bordi di un quadro sena lati”, 2013)

 

Cielo, lì, lassù, sfolgorante blu, nuvole, musica. Tanti simboli che connotano il travaglio meditativo di un’anima che da lì mira a lassù, allo sfolgorante blu, ad oltrepassare le nuvole che rappresentano gli impedimenti all’ascesa. E musica, tanta musica; tanti giochi di euritmica sonorità, di invenzioni stilistiche: arma focale della poesia, senza cui non è possibile alcuna forma artistica; musica dentro e musica fuori; musica nelle piccole cose e musica nelle  eccelse; lo diceva Platone: la musica è essenziale per l’ascesa dell’anima. E Baudelaire: il poeta possiede il sesto senso con cui riesce a intuire quella musicalità che unisce tutte le cose del mondo. Allo sguardo di un comune mortale queste appaiono frammentate e divise in tante parvenze. Fare poesia significa godere di questa musicalità; di questa eccelsa vibrazione che  ingloba. Quindi il cielo è lì, quello delle piccole cose, ma è soprattutto lassù. Ci ama e ci aspetta. Tutto con valore umano, ascensionale, epifanico più che escatologico o mistico. Per giungere attraverso un percorso vario, di ricerca, di pensiero poetico, ad un Addio (inedito) che segna la fine di  una storia che per abbracciare il mondo perde la  vita. Quasi un naufragio leopardiano, una contemplazione in cui si smarrisce la nostra fragile identità:

 

(…)

 

L’occhio fulvo degli astri.

Il caos oltre le parole.

L’errore sterminato senza senso

il silenzio immenso.

 

Perdo la mia vita

per abbracciare il mondo

e dico addio.

(inedita, 2015)

 

È caos oltre la parola; oltre il sintagma, che, semplice invenzione umana, stenta a pervenire al tutto.

Dal testo:

 

Sempre cade

l’immagine così

come un airone

scoppiato il cuore in volo

guardando dall’alto,

già luce

dalla soglia del confine

piombare a peso morto ancora

caldo il suo cencio di penne

arruffate dai vènti,

che grida il nome segreto

prima e ultima parola

e poi tace per sempre

nell’azzurro indicibile del cielo.

(da “Squarci d'eliso”, 2002)

 

Una ricerca affannata di luce e di azzurro, di armoniche intrusioni, che trovano armonia, stupore, meraviglia in ciò che rimane indicibile; in un endecasillabo che traduce, con la sua vibrante musicalità,  la pluralità misteriosa del cielo.

 

Il centro

 

Il centro irraggiungibile del mondo

è dove, volta a volta, tu non sei;

tu che ti credi il centro del mondo

e invece sei un relitto in mezzo al mare

di un infinito eterno senza centro…

 

In tutto questo vuoto

si compare.

(inedita, 2016)

 

Quasi un ossimorico gioco fra la melodia del canto e la coscienza di un vuoto, di un relitto, di un nulla in “un infinito eterno senza centro…”.

Nazario Pardini

 

“Del cielo stellato”, 3 marzo 2017 – recensione a “Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo”

Conoscenza, intuizione, analisi, lettura senza veli, discesa nel profondo dei testi, capacità di saper discernere e di inserire nel contesto odierno un autore scomodo e fuori dalle regole, uno scrittore, come Dante Maffia, che nell’apparente semplicità muove cielo e terra e coinvolge nelle passioni più sfrenate per i libri rari, per le vicende al limite del senso. Un percorso che viene seguito da Marco Onofrio calcandone le orme, prendendo dal fiato dei libri le suggestioni e gli stimoli per ridare la varietà e la bellezza di testi che a volte sembrano essere nati da uno scontro stellare. Sono questi i momenti colti dal critico romano, che non esita a fare affermazioni perentorie, a collocare Maffìa tra i maggiori della letteratura contemporanea. Se non ci avesse creduto fino in fondo, non avrebbe rischiato tanto. In Italia basta leggere bene degli autori e difenderli, e subito c’è una schiera di non lettori o di superficialissimi che si schierano contro, che fanno ressa per non riconoscere meriti a nessuno. Uno strano modo di fare cultura, di fare palestra critica. E non parliamo delle riviste, ormai senza voce o con flebili singhiozzi prezzolati. Onofrio si espone interamente, prende posizione e indica in Maffìa uno dei grandi, come in effetti è, e non lo dice senza argomentare, senza offrire esempi probanti, senza prima avere affondato il suo bisturi nella carne viva di una scrittura che nasce interamente dalla vita e la ricompone in termini soavi, mi si passi l’aggettivo, in termini di surrealismo nuovo di zecca. Sì, perché fu Mario Luzi a coniare per Dante Maffìa il “surrealismo mediterraneo”, intendendo con questo indicare una civiltà diversa di quella che si è svolta agli inizi del secolo scorso, una civiltà che si trascina dietro i classici greci con tutta la loro solennità e la loro perenne freschezza. Leggendo Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo (Città del Sole, 2014, pp. 238, Euro 15) si ha l’impressione di viaggiare in lungo e in largo sia per tanti luoghi, città lontane e vicine, e sia per tante vite, per innumerevoli sentieri di esistenza con la loro ricchezza e la loro umanità sempre calda. I protagonisti dei romanzi e dei racconti di Maffìa sono vivi, mai controfigure, mai anonimi tipi che interpretano una parte. Di conseguenza sono sfuggenti e palpitanti, scontrosi o appiccicosi, non allineati e quindi di difficile catalogazione. E Onofrio infatti ne asseconda le evoluzioni e gli intrecci, i sobbalzi e le acrobazie, le dolcezze e le tenerezze, coordinando il tutto in un discorso compatto da critico consumato. Segue il suo autore con una attenzione che non ammette smagliature, e così ciò di cui parla assume la forza di un invito perentorio. E l’invito mostra la bellezza di percorsi che hanno illuminazioni straordinarie. È come se entrassimo nella fecondità di risvolti inediti, che erano dinanzi a noi ma che ci erano sfuggiti. Infatti la tecnica compositiva di Maffìa si muove nello scintillio di piccole cose, a volte, che sembrano essere messe lì a caso e che invece sono la spia di una tensione narrativa occultata e saputa far emergere al momento opportuno. Onofrio coglie con maestria tutto questo e ne dipana scaturigini e movenze, finalità ed esiti in un repertorio critico suggestivo e affascinante. Ha dalla sua una materia scottante, direi anzi bollente, e ne ricava altrettanta materia per fare il punto certamente su Maffìa, ma anche sulla situazione e sulla condizione della narrativa odierna in Italia. Si ricordi che Onofrio lo fa non soltanto nella veste di critico (ha al suo attivo numerose importanti pubblicazioni in ambito saggistico) ma anche in quella di poeta e di narratore.

Ferenc Baranyi

 

“Il Tempo”, 6 marzo 2017 – recensione a “Diario di un padre innamorato”

LE EMOZIONI DELLA PATERNITÀ RACCONTATE A UNA FIGLIA

C’è una frase, nel “Diario di un padre innamorato” di Marco Onofrio, da cui tutrto il libro costruisce la propria ideale dimnostrazione: «Come Ulisse che torna a Itaca in veste di straniero, ogni padre è un re dimenticato: dovrà “conquistare” ciò che dal principio gli appartiene». L’autore rivendica l’importanza e l’attualità del ruolo paterno per il riequilibrio della famiglia e, quindi, della società. Il libro, breve e intenso, è una lettera aperta che un padre quarantenne scrive a sua figlia, raccontando le emozioni provate e condivise dal concepouimento ai primi tre anni. Un viaggio di insondabili profondità, che vive la sua apoteosi nel momento “terrorizzante” del parto.

Valerio Cassetta

 

“Del cielo stellato”, 10 marzo 2017 – recensione a “Ai bordi di un quadrato senza lati”

Dove lo trovi un quadrato senza lati? Forse in una scialuppa in mezzo al mare dove il tuo sguardo girando nelle quattro direzioni non vede barriere ma soltanto acqua, cielo, sole, luna. Forse in mezzo alla foresta dove lo sguardo ha dinanzi a sé, dietro sé, e lateralmente, un districato labirinto di alberi, intrecci di vegetazione e luci penetranti da ogni direzione ma nessun limite, nessun lato, resti sui bordi sconfinati di silenzi, di echi, di intravedenze lontane e di ombre nelle più svariate sfaccettature. Forse nella mente di Marco Onofrio, intrisa di cuore e di anima, la quale è sensibile alle cose reali come alle cose mute, vicine o lontane, traslate in una visione che raccoglie e sintetizza l’universo esattamente come una goccia d’acqua sintetizza l’oceano o come una foglia è la sintesi della foresta. Il quadrato senza lati di Onofrio è l’habitat delle sue tessiture, il luogo delle scaturigini delle trascendenze del quotidiano e degli intervalli dei ritmi del tempo che la vita scandisce tra gli affetti più cari (la sua Valentina) e le molteplici relazioni letterarie e di amicizia intrattenute con coloro che percepisce affini e in sintonia con il suo modo di sentire e pensare: un’epifania di interconnessioni tra anime elette e il respiro lento e calmo o affannoso della natura che, pur inquietandolo, non lo annichilisce. Come già in altre opere il poeta sceglie di stare ai bordi di un infinito che gli invade il respiro, dandogli il ritmo di elaborazione in una posizione di privilegio perché, non essendoci lati, la sua visione non viene offuscata da limiti, filtri o barriere che in qualche modo potrebbero alterare lo sguardo d’insieme che gli permette di cogliere l’aspetto fenomenologico di ogni particolare all’interno dell’universo. Se il quadrato rappresenta la possibilità di guardare le cose nelle quattro direzioni, il non avere lati contempla la capacità di dilatare lo sguardo per cogliere il non-visibile, l’impresente, l’atemporale, e il bordo diventa l’approdo dove poggiarsi per garantirsi la fermezza del punto di osservazione: “Datemi uno sguardo che addensi la luce / se brilla sui capelli delle donne, / e il fervore del sole nell’azzurro / del cielo mattutino, / e il fulgore del vento marino / quando agita gli ombrelloni, / e una spina che mi punga e dia dolore / per svegliarmi dall’inutile torpore: / oltre quest’amalgama incolore / delle mie ossessioni.” La lettura delle poesie di Onofrio è un susseguirsi di immagini che illuminano il suo percorso di ricomposizione di una quiete interiore, restitituendogli la voglia di volare per raggiungere l’altezza necessaria a riacquistare lo sguardo che le vicissitudini, le amarezze, le delusioni gli avevano estorto: “Come l’occhio di un’aquila accecata / ho perso l’abitudine del volo; / brucio in una fiamma che m’affina / e mi riempie l’anima di sguardo.” Non c’è finzione nell’autore, scrive con il cuore aperto e ci racconta il suo tragitto, la riconquista forse di un sogno, il sogno di una pace possibile, di un’armonia primordiale che rimetta in equilibrio il cielo e la terra, i pianeti e le costellazioni in un cerchio di luce e di sentimenti positivi che inducano l’uno verso l’altro in un’atmosfera di consentaneità che travalica la coesistenza o la convivenza: “… quand’ecco da quel cielo che s’aperse / uno spiraglio, in quiete duratura / piovve dalla nuvola più scura / e scintillò sul mare all’orizzonte / come di fiamma lingua in doratura.” Onofrio è cosciente delle tante distopie e incongruenze in cui il mondo precipita, la deriva verso cui ci s’incammina, l’ineluttabilità di un abbandono inarrestabile che travolge gli uomini, le cose e le stagioni; il poeta non può restare insensibile a tale caducità, non può, nonostante le disillusioni, non trovare la forza per denunciare col suo linguaggio poetico lo sfacelo degli intorni e nella constatazione dello smarrimento che attraversa, per cui sconsolatamente scrive: “Le delusioni, le piccole disillusioni / come fiamme brevi di cerini / e il fuoco, intanto, non si accende. // Le deviazioni impercettibili del fato / nel corso degli atomi in gioco / e nella risultanza delle scelte.” (…) “E i pensieri restano a metà / mentre gesti lungamente sognati / franano in domande silenziose.” È da tale avvilente situazione che nasce la reazione del poeta, ma ha bisogno di andare fino in fondo e sedimentare lo stato di prostrazione, la mancanza di energia che non gli permette di risalire abbandonandosi in una nenia di dissapori, di lamenti, di introspezioni, forse necessarie per riagganciarsi al volo alto della lucidità propositiva in un passaggio di elevazione: “Tutto il passato, dai lineamenti fieri / rinnova a tradimento le emozioni / e morde con le azioni, i fallimenti / come fossero di ieri: / scuotere la testa dopo anni / al solo accenno, per cancellare / il fatto e non va via / dei passaggi a vuoto il reo sapore, / la disarmonia.” E ancora indugia, l’autore, nelle sue accensioni di negatività che lo rendono prigioniero consapevole di abbandono: “La nostalgia che transita nel tempo / dà un senso sopracuto ad ogni cosa / e non risolve niente. // Il cielo è una voragine di carne / un groppo di dolore aggrovigliato / una membrana tesa.” Arriva il tempo della risalita e dopo l’attraversamento dell’oscuro stato d’animo smarrito, quasi prossimo alla dissolvenza, l’anima rigurgita il veleno assorbito e si scaglia contro la gabbia cresciuta intorno al pensiero, spezzando le sbarre dell’inquietudine: “Risalire all’ordine assoluto – tolta l’usura del sogno – / attraverso il taglio delle linee / e l’enigma delle forme / da cui parte a superficie / il firmamento. (…) Il buio si agita e smania / come un animale: / lo scosto con la mano / e vado avanti. // Rovescio le pupille e mi abbandono / quasi ipnotizzato alle correnti / col mio progetto velleitario / di liberazione.” Comincia a definirsi il tragitto compiuto dal poeta per abbattere i lati del quadrato e sconfinare oltre la terrestrità transitando per una girandola di incandescenze verso accensioni che gli ridefiniscono la vita e lo incantano in un’estasi di trasformazione alchemica di energie transustanziali, le quali gli permettono l’osservazione del reale illuminato da nuova luce e nuova prospettiva: “Poi mi travolsero estasi di luci: / emanazioni dell’immortale essenza / incarnazioni della bianca oscurità.” E finalmente, in questa ascesi liberatoria investita del divenire, dei moti, degli spostamenti, Onofrio ritrova se stesso, la sua essenza che incarna le cose, le trame, gli orditi, i suoi legami, selettivi ma totali, che danno significanza alla sua esistenza, la ragione che gli permette di scrivere senza infingimenti: “Mi tuffo nell’oceano del silenzio / cado nel profumo della notte: / luce del futuro che cammina / come lo spaziotempo / sull’amore stanco dei miei occhi. (…) È dentro me la chiave del senso. / La verità esiste”. Innegabile il transito dell’autore attraverso sentieri di ombre, di luci, di chiaroscuri che si tingono di screpolature, a volte di vere e proprie smagliature, ferite ancora da cicatrizzare, fessure da allargare o richiudere affinché il giorno non ne risenta e la notte ne resti indenne. Feritoie come inizio di vedute da rendere sempre più agevoli, e questo si può fare con la poesia, con il linguaggio del poeta che non scrive solo con la mente ma con cuore e anima privilegiando oltre il corpo anche lo spirito: “Nel volto tutto occhi della notte / è ripetuto, chiaro, trasparente / il nome di un embrione primordiale / mai venuto al mondo. // Nascerà domani.” È l’elevazione che continua, il superamento della materialità, dei passi dati e il guardarsi indietro in una follia traslucida di emozioni provate, sedimentate, decantate e infine elaborate affinché quella follia cosciente possa ripetersi e continuare ad emozionare per approdare ai bordi di un quadrato senza lati: “Il silenzio, oltre il vuoto nero: / il grande spazio interno / l’Uno eterno, / ai bordi di un quadrato senza lati.” È davvero un bel libro, questo di Marco Onofrio, dal punto di vista metrico, linguistico, letterario; pieno di contenuti e di liricità, un sentimento alto di alta ispirazione che coinvolge e interroga l’intimo sentire del lettore. Concludo a mo’ di saluto con altri suoi versi che sintetizzano questo bel viaggio dell’anima: “Anima di fiamma salirai / di vuoto in vuoto, nell’eterno / essere increato / svanendo nel silenzio / finalmente libero / infinito.” “Il sole sarà l’ultimo gradino / dopo il grande passo: / verso le sorgenti del mattino.”

Francesco Tarantino

 

www.patrialetteratura.com, 13 marzo 2017: "Dal miracolo della vita alla vita come miracolo" - recensione a "Diario di un padre innamorato"

Ad osservarlo tra le mani, “Diario di un padre innamorato” (Città Nuova, 2016, pp. 88, Euro 8), di Marco Onofrio, si presenta come un libriccino (per numero di pagine) che muove a tenerezza, complice la sapiente e bellissima immagine di copertina: due scarpine verdi da bambino in primo piano. Non facciamoci ingannare: in esso troviamo di certo tenerezza e amore infiniti, come si può arguire dal titolo, ma questo “Diario” è un testo di una potenza esplosiva che sconvolge. L’autore, quarantenne, indirizza una lettera a sua figlia registrando, come in un diario appunto, tutte le emozioni sperimentate a partire dal concepimento della piccola fino al compimento dei suoi primi tre anni di età. Settanta paragrafi scritti in una prosa lirica, limpida e chiara, che aderisce alla vita quotidiana nella descrizione delle trepidazioni amorevoli dell’attesa e poi delle premure e delle cure dei primi mesi di vita della piccola Valentina, e che si fa potente nello scolpire immagini e metafore intense, capaci di esprimere il profondo mutamento interiore che l’autore attraversa affrontando l’esperienza della paternità. Sembra quasi che Onofrio, che conosciamo come finissimo poeta tormentato dall’ardente desiderio e dalla nostalgia dell’Infinito (“La nostalgia dell’infinito” è proprio il titolo di una sua antologia poetica) e sempre alla ricerca di un possibile, agognato, dialogo tra il Finito e l’Infinito, il cielo e la terra, l’apparenza delle cose e la loro essenza, trovi proprio qui, nel suo testo finora più intimo e personale, la risposta alle proprie domande esistenziali e filosofiche: a contatto con lo svelarsi del mistero dell’origine della vita. Quale miracolo più grande, al mondo, della nascita di un nuovo essere umano? Evento naturale, certamente, previsto dalla biologia e necessario alla riproduzione della specie. Ma proprio per questo, per la sua naturalità, considerato “normale”. Onofrio va ben oltre questa normalità, per accogliere e abbracciare il Divino che nel concepimento si inumana e al tempo stesso si rivela: «Una goccia di luce che cade dagli occhi di Dio, nell’immensa solitudine stellare. Una lacrima di gioia senza tempo. Un brivido di amore tenebroso. La goccia del mio sperma che ti generò». La fusione di due cellule diviene epifania del punto di contatto fra l’assoluto e il contingente, fra l’eternità (o il tempo-non tempo) e la storia, fra il visibile e l’invisibile: «La scintilla misteriosa di un inizio. […] Si aprì il varco del piano metafisico, irruppe l’invisibile. Sciamasti nell’aldiquà […]. Fu uno scoppio silenzioso di luce azzurra che gli occhi di carne non potevano vedere. Solo quelli della mente […]. Solo la vista del cuore». Il viaggio interiore che conduce Onofrio dall’essere uomo all’essere padre è connotato proprio dal sano timore del “meraviglioso”. Fra le normali paure e preoccupazioni che riguardano tutti i padri – il cambiamento della propria vita, le nuove responsabilità, etc. – ve ne è una per lui predominante: «Ti volevo ma avevo paura. Paura di diventare padre. Paura del “tremendo”: il mistero insostenibile del sacro». Ciò che sorprende nel percorso dell’autore – soprattutto agli occhi di una lettrice donna – non è solo la sensibilità, il coinvolgimento intenso e totale, la lucida ed estrema consapevolezza del senso dell’essere padre, che certo appaiono di gran lunga superiori alla media degli uomini, ma anche la rivalutazione della paternità che l’autore offre alla riflessione pubblica proprio attraverso la scrittura della sua esperienza. È in questo che a nostro avviso risiede l’elemento stra-ordinario di questo libro. Oltrepassando le paure e le emozioni ambivalenti (quelle che Onofrio definisce come «un senso di profonda, gioiosa paura»), l’autore si lascia rapire e coinvolgere totalmente dall’attesa della figlia, che gli offre un varco per l’esperienza e la conoscenza della globalità della Vita; ma è un “avvicinamento” difficoltoso, impacciato, percorribile soltanto a tappe. Viceversa l’istinto materno agisce quasi “inscritto” e immediatamente (ovvero senza necessità di mediazioni), nelle donne in generale – o nella gran parte di esse – e nelle neo-mamme in particolare. La madre e il figlio/a che ella porta in grembo sono un solo, unico essere per nove mesi. Una sola carne. E il legame simbiotico prosegue a lungo ben oltre la nascita, tanto che il distacco fra madre e figlio può avvenire solo gradualmente e nell’arco di anni. Una madre vive quindi la dimensione del miracolo della vita “dall’interno”, in modo naturale, poiché “quel miracolo” si compie nel suo corpo ed è un “farsi” continuo. Onofrio è consapevole che la condizione del padre è differente: egli «è escluso da questa fusione cosmica […]: potrà soltanto bussare alle porte del paradiso. Come Ulisse che torna a Itaca in veste di straniero, ogni padre è un re dimenticato, dal potere incerto: dovrà “conquistare” ciò che dal principio gli appartiene». La “conquista” di cui l’autore parla non ci sembra solo riferibile alle modalità dell’ingresso in una adeguata relazione emozionale e affettiva con la dualità composta dalla compagna e dalla figlia (con la figlia in primis ovviamente) – che Onofrio peraltro raggiunge pienamente –, ma riguarda lo sforzo di riuscire a guardare in faccia il sacro e il miracolo senza soccombere alla paura di morire, laddove morire equivale simbolicamente a cambiare, a mutare forma. Se per una madre la nascita di un figlio è spinta rigeneratrice e potente vettore di “infiniti futuri”, per i padri, nella maggior parte dei casi, la nascita di un figlio porta con sé una dimensione e una sensazione di finitezza, di fine, di morte di qualcosa: di una parte di sé, di possibilità esistenziali che si restringono. «È tipicamente maschile questa paura di “morire”, di sentirsi finiti e de-finiti, trascorsi […]. Il figlio come anticamera della vecchiaia […]. Ed è paradossale che questo brivido di morte ci raggiunga […] nel momento di massima espansione della nostra vita». Le donne sono più predisposte, per natura e per cultura, a concepire come naturale il continuum del ciclo “nascita-vita-morte-rinascita”. Per cultura, ovvero per determinazioni sociali, sono loro – nella maggioranza dei casi – che si prendono cura dei genitori anziani e li “accompagnano” nel declino delle forze, sino alla morte. Accudiscono parenti anziani e malati per poi tornare ad occuparsi dei figli piccoli; o vivono la morte di un genitore e successivamente magari sperimentano una gravidanza. Dal punto di vista fisiologico, nel loro stesso corpo ogni mese si rinnova il fenomeno biologico della mestruazione, che altro non è se non un ciclo sempre rinnovantesi di vita/morte. È per questo, forse, che per gli uomini è più difficile concepire la vita come ciclo di morte e rinascita continua, come mutamento perenne. Ma è qui che Onofrio “spariglia le carte”. Nel momento più importante della sua vita, mentre diventa padre, compie il «tragitto interiore verso il proprio centro. Affrontando con coraggio paure, debolezze, incertezze, egoismi, resistenze, reticenze… tutto il tessuto del proprio essere e, soprattutto, del proprio non essere» e, con la profondità del suo viaggio, “si tuffa” nel ciclo della vita, superando ogni residua paura. Può a questo punto guardare sua figlia, la sua creatura, sub specie aeternitatis, e con pura, libera gioia, ormai, la vede come «il miracolo inesauribile. Il pensiero sempre-da-pensare». Perché ora, Onofrio, il miracolo può guardarlo in faccia e coglierne le sfumature più recondite e i segreti. Gli si svela che «la nascita è un mistero vicinissimo e lontano: come la morte. Sono opposte e complementari, speculari. […]. Un bambino che deve nascere è nell’oltre, come un defunto». Il velo di Maya è caduto ed è permesso osservare con gli occhi del Cuore, della Mente e dello Spirito quella “identica sostanza universale” che è «il corpo dell’umanità […], che ovunque si rinnova e si ricrea. Infinitamente finito. […]. Generazioni come onde che viaggiano […]». Dal senso della vita come miracolo deriva per l’autore la visione di sé come “strumento”: «I genitori non sono “creatori” di niente; sono soltanto tramite della creazione di cui portano il seme […] è il miracolo che si compie attraverso noi. […]. Fattori dell’opera divina. Servitori consenzienti del mistero». Sublime presa di coscienza del ruolo dell’uomo e della donna nel processo generativo, ma anche del ruolo genitoriale più completo, quello che guarda ai propri figli come ad esseri umani autonomi e differenti da sé, che vanno accompagnati e aiutati dai genitori a scoprire la propria vocazione e la propria personale realizzazione nel mondo. Il “Diario” rivela allora le molteplici letture di cui è passibile. Lettera e dichiarazione di amore infinito per la propria figlia, un viaggio “al centro di un padre”, registrazione personalissima della propria esperienza della paternità, ma anche luogo di incontro fra il personale e l’universale, fra “un padre” e “i padri”. E ancora, testimonianza della necessaria complementarietà dei ruoli paterno e materno a ricomposizione di un equilibrio familiare che troppo spesso, oggi, vediamo infrangersi. “Diario di un padre innamorato” è un racconto che ha del meraviglioso: un “canto dolcissimo di pace” e, al tempo stesso, un “programma” di paternità. Perché, come scrive Prévost (citato in esergo) “Un cuore di padre è il capolavoro della natura”.

Antonella Pompei


"Prisma", 18 marzo 2017 - recensione a "Diario di un padre innamorato"

Per la festa del papà, può essere un dono prezioso questo libro di Marco Onofrio – poeta, scrittore e saggista di grande bravura – che s'intitola “Diario di un padre innamorato” ed è pubblicato da Città Nuova con un saggio di Paolo Di Paolo. È il racconto autobiografico dello sbocciare di una vocazione, quella del papà, appunto, di fronte al miracolo della nascita della prima figlia. Un racconto intimo, sincero e molto coinvolgente. Più poesia, che prosa: più trasfigurazione lirica che narrativa diaristica. Un racconto capace di cogliere ed esprimere quella vasta gamma di sentimenti che affollano il cuore di un nuovo padre quarantenne, dalla paura alla gioia, dalla trepidazione alla consapevolezza di una nuova fase della vita ricca di impegni, speranze e promesse. L'autore scrive una “lettera ideale” alla propria figlia, immaginandola davanti a sé fin dal concepimento e si spinge fino ai primi tre anni di vita della piccola. Una lettera d'amore che solo un padre tenero e innamorato può scrivere alla propria “erede”: con uno stile che oltrepassa le tradizionali convenzioni e un linguaggio che attinge alla sfera di un'esperienza insieme unica e universale. E che rilancia la figura paterna come stupore e servizio, come prossimità, guida e compagnia in un mondo che tende a spingere i padri verso un ruolo evanescente. 

Gianni Maritati 

 

“Leggere:tutti”, marzo 2017 – Un padre innamorato. Il mistero della vita in un libro di Marco Onofrio dedicato alla paternità

Veramente il titolo di questo breve e poderoso libro è “Diario di un padre innamorato”, in cui un uomo quarantenne, l’autore Marco Onofrio, parlando dell’inizio dell’attesa di un padre, fa una delle dichiarazioni che staccano il racconto dal pericolo della smielatura: «Non siamo noi a compiere il miracolo: è il miracolo che si compie attraverso noi. Ci siamo semplicemente messi a disposizione della creazione cosmica. Fattori dell’opera divina. Servitori consenzienti del mistero». Basterebbero queste poche righe per elevare il libro di Onofrio a riflessioni sul mistero, staccandolo dai molti lacrimosi tomi che si fermano all’autobiografismo ripetitivo e vuoto. La nascita della figliola, per Onofrio, è occasione di indagine profonda sulla vita, sul suo prodigio, per cui i genitori divengono altro grazie alla «delirante tenerezza per l’inerme fragilità» della nuova creatura. L’inesplicabile meraviglia della vita nasce dall’infinito “senza dove” del possibile, in una catena in cui siamo inseriti attraverso il tempo e lo spazio. A me sembra che Onofrio qui raggiunga uno dei vertici della sua creatività, la quale si esplica in vari modi: dalla poesia alla prosa, dalla vasta produzione saggistica alle conferenze; ma la molteplicità trova un punto unitario proprio nella continua, grande esplorazione dei segreti dell’esistenza, del mistero dell’universo. Onofrio è il più completo autore della sua generazione e delle altre che lo seguono. Questo libro è una densa meditazione su problemi che ci trascendono, serrati in una rocca inespugnabile contro il cui muro i nostri “perché” sbattono tornando moltiplicati. Ma qui la bellezza del dettato e la potenza del pensiero aprono varchi alla speranza dell’essere in sé. 

Aldo Onorati


poetarumsilva.com, 7 aprile 2017 – recensione a “Diario di un padre innamorato”

Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio, edito lo scorso luglio da Città Nuova, è un libro breve e fulminante che dovrebbe avere la più ampia diffusione, e il successo che merita,  per i valori universali di cui sa farsi veicolo, sintesi, robusta incarnazione narrativa. Un uomo quarantenne diventa padre e, trasformato per sempre dalle emozioni provate, decide di rivivere e sublimare la sua esperienza in una specie di “parto simbolico”: la paternità consapevole dà vita a una “lettera aperta” destinata alla memoria della figlia; memoria futura, ovviamente, dato che essendo piccina non è ancora in grado di leggere la trascrizione poetica che il papà, perdutamente innamorato, ha compiuto del suo venire al mondo – fatto naturale ma non per questo meno prodigioso –, dalla scintilla del concepimento alla storia quotidiana dei primi tre anni. Il miracolo della nascita di un nuovo essere consente allo sguardo umanissimo del padre di slargare gli orli del mistero, penetrando negli abissi dell’universo. Il racconto fornisce così, in filigrana, “occasione” di un dialogo metafisico con il Vuoto da cui tutto origina e a cui tutto fa ritorno; infatti le riflessioni a cui la paternità costringe, per così dire, l’autore pongono su un piano di equivalenza simbolica i due momenti cruciali, iniziale e conclusivo, della vita. La nascita è opposta e complementare alla morte: in entrambi i casi ruota la “porta girevole” del mistero in cui siamo immersi e di cui siamo impastati, a diversi gradi di coscienza. Ecco perché questo padre-poeta, così dolorosamente consapevole della propria gioia, ha il sacro terrore del parto, cui preferisce non assistere: «L’infermiera indicò un’incubatrice mobile al centro del corridoio. Il cuore mi scoppiava, ero come in trance. Ripercorsi tutta la mia vita, in quei pochi passi verso te». Onofrio sfonda la quarta parete della scrittura e parla con una sincerità tale da non consentirgli di eludere i limiti, le paure, le preoccupazioni e le ombre interiori, prima durante e dopo il “lieto evento”. Eppure la genitorialità trova le sue strade per rivelarsi – anche dal punto di vista paterno – un’esperienza spirituale bellissima, che mette in contatto con le sorgenti invisibili della creazione e cambia per sempre lo sguardo. Il padre rinasce insieme alla creatura che nasce: raccoglie tutto il suo passato di uomo e lo proietta in avanti per imparare ad «essere futuro» favorendo quello della figlia. L’amore oblativo del genitore si traduce in «transito di luce». Egli, così, rinnova la sua fede nella vita. Il dono della paternità, vissuta tanto intensamente, è lievito di una stupenda trasformazione: apre alla scoperta della scintilla divina che abita in ognuno di noi. Con questo «amore impossibile da dire» Onofrio accende il fuoco delle pagine, dando vita a un racconto dolcissimo e struggente, che commuove senza mai smielare poiché sorretto dalla forza stessa della sua poesia.

Ugo Gentile

 

 “Il Caffè dei Castelli Romani”, 25 maggio 2017 – Un altro premio per lo scrittore Marco Onofrio

Il 7 maggio scorso a Torre Melissa, in provincia di Crotone, lo scrittore quaranteseienne Marco Onofrio, romano di nascita e marinese di adozione, ha ricevuto un premio alla carriera letteraria, che lo vede autore di pubblicazioni, ad oggi 26 libri, già oggetto di numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. La cerimonia di premiazione si è svolta nell’ambito del prestigioso Festival della Letteratura e del Cinema “Veliero”. Il premio è stato conferito a Onofrio per il suo “costante impegno profuso nella letteratura”, con particolare riguardo alle numerose opere di saggistica e critica letteraria, in consultazione presso le primncipali università del mondo. Onofrio si è dichiarato felice per il premio e grato alla Calabria, da cui riceve un secondo premio “alla carriera” dopo quello dello scorso dicembre a Spezzano Albanese, quale sezione d’onore del Premio Internazionale “Terre Lontane”.

 

 ediletteraria.wordpress.com, 3 luglio 2017 – Raffaello Utzeri intervista Marco Onofrio su “La nostalgia dell’infinito”


Marco Onofrio, ad oggi hai pubblicato undici opere di composizione verbale in versi. Avrai certamente avuto modo di riflettere sulla tua poetica, vale a dire sulle coordinate entro cui si dipana la ricerca che ti vede da anni impegnato. Puoi dire da dove nasce la tua poesia?

– Naturalmente non lo so con esattezza assoluta, ma credo di poter dire che la mia poesia nasce da una pulsione fondamentale: la pro-vocazione dell’esistente mi spinge a non accontentarmi delle superfici, ma a cercare varchi – attraverso i tegumenti e gli apparati – verso l’oltre che le cose “normali” nascondono. Da questo oltre emergono, come tracce di un mondo perduto che bisogna percorrere a ritroso, gli echi confusi di una grande essenza. Il compito della poesia è quello di raccogliere, vagliare e precisare – in modo sempre più stringente e circostanziato – questi echi privi di memoria, anzi oltre la memoria. Direi perciò che la poesia è un “mandala” spirituale che mi permette di uscire dal fiume del tempo per colloquiare con le energie profonde racchiuse dentro e intorno a me, attingendovi doni preziosi. Il presupposto di questa operazione affonda le radici nell’Ascolto: senza ascolto non esiste la parola. È dall’ascolto e dal silenzio (silenzio dell’ascolto, cioè anzitutto ascolto del silenzio) che si parte per divaricare i lembi del mistero. Ecco, questa mi pare una immagine efficace: il poeta tira i margini dell’aria e infila la testa nel “buco” per vedere che c’è dall’altra parte. La verità ultima è ovviamente inattingibile, fintanto che si è vivi; si possono episodicamente agguantare soltanto “verità relative” di rivelazione parziale, come tessere isolate di un mosaico, che rimangono impigliate nella rete durante il processo di ricerca. E la ricerca è per definizione inesauribile: assomiglia all’inseguimento della linea dell’orizzonte, che si allontana man mano che ci avviciniamo. Conta l’esperienza del viaggio, più che il raggiungimento della meta. E il viaggio consente di acutizzare le energie, di metterle in fibrillazione. L’espansione metafisica, diciamo così, che predispone e accende lo sguardo poetico si traduce in “flusso acustimantico”, cioè in verità del senso che rivela e si rivela attraverso l’onda metro-ritmica del suono, composta anche per alchimia di incontri (e scontri) tra parole e singoli fonemi. È soprattutto il suono, in poesia, a creare il senso. E il senso che può scaturire per acustimantica è o il senso ordinario delle cose “altre”, o soprattutto il senso “altro” delle cose ordinarie.

Il tuo primo libro in assoluto (1993) si intitola “Interno cielo”, ed è in prosa. Ma il cielo è ancora oggi uno dei motori creativi della tua poesia. Che rapporto c’è tra quel titolo e le opere in versi che hai pubblicato fino ad oggi?

Un rapporto di predizione e “segnavia”. Il percorso della mia scrittura – poetica e non solo – nasce tutto da quell’intuizione “primordiale”. L’interno del cielo è un concetto-limite, tra paradosso e ossimoro, poiché l’interno si addice – secondo la nostra esperienza, alle cose toccabili e delimitabili. Ad esempio l’interno di una casa, di un’automobile, di una scatola. Come può il pensiero anche solo raggiungere il concetto di interno per una “cosa” aperta e infinita come il cielo, anzi la più aperta e infinita possibile? Oltretutto immateriale e priva di punti d’appoggio, tanto da essere il regno stesso dello spazio vuoto, dalla punta del naso ai confini ignoti dell’universo, che si spalanca innanzi ai nostri occhi. L’impossibilità di concepire (non dico neppure di raggiungere) l’interno del cielo traduce e rende applicabile l’ansia metafisica che ci spinge alla trascendenza, a oltrepassare il vuoto, e chiama per converso l’idea reciproca del cielo interiore, ovvero dei meandri ancestrali attraverso cui è dato attingere l’infinito che ognuno racchiude dentro il “sé”. Proprio imboccando queste “gallerie dell’anima” recuperiamo l’origine cosmica dell’io: capiamo di essere come tanti alberi, ciascuno unico e diverso, che condividono e intrecciano tutte le radici sottoterra. Ma per capirlo dobbiamo sfondare la dimensione soggettiva che ci tiene in superficie: varcare il confine dell’essenza universale che scintilla dentro il corpo delle cose separate, oltre l’apparenza, e insomma ritrovare le strade dell’origine perduta. Scrive Novalis: “Noi sogniamo di viaggiare per l’universo; ma l’universo non è forse in noi? Le profondità del nostro spirito ci sono ignote. Il misterioso cammino va verso l’interno”.

Considerato che oggi si parla tanto di infinito da parte di scienziati, artisti e religiosi, quale ottica hai inteso privilegiare per questo concetto?

Un’ottica prevalentemente religiosa, benché non confessionale. Percepisco per intuizione spirituale che l’infinito è il confine maggiore che possiamo umanamente immaginare. Il confine di tutti i confini, oltre tutti i confini. La finestra da cui Dio si affaccia per guardarsi dentro grazie a noi. La maggior parte delle mie poesie nasce, per distillazione dello sguardo, dalla contemplazione insistita del cielo. Guardando il cielo ho visto e trasognato tutto il mondo. Ma poi, proseguendo negli anni il mio itinerario poetico, dell’infinito ho messo a fuoco un concetto soprattutto “musicale”. L’infinito è la musica che ascoltammo prima di nascere, ognuno una melodia diversa, all’interno della stessa sinfonia fondamentale. L’evoluzione biografica di ciascuno di noi è la manifestazione concreta di quella melodia: se potessimo coincidere con essa, o risuonarla così come è, potremmo esserne compiutamente detti. Il cielo stesso è pieno di musica e riverberi armonici: è la cassa di risonanza del tempo, dove palpita il suono della storia, l’immensità delle stagioni trascorse e dei fatti accaduti. L’azzurro del cielo assomma uno squillo di pienezza a un “basso continuo” di sublime malinconia. Per capire meglio che cosa intendo, invito ad ascoltare o rievocare un famoso brano atmosferico del musicista inglese Brian Eno, “An Ending (Ascent)”, del 1983, e a ripercorrere tutta la storia della propria vita alla luce acustimantica di quei suoni.

– Perché hai intitolato la tua raccolta antologica “La nostalgia dell’infinito”?

– Perché appunto il senso dell’infinito si accompagna in me ad uno struggimento nostalgico che è in parte sospiro elegiaco delle cose perdute (sunt lacrimae rerum), e quindi ricerca dell’invisibile in fondo al vuoto, fino al silenzio delle solitudini cosmiche, ma è soprattutto rimpianto della condizione prenatale, cioè la totalità perduta con l’esperienza della nascita, incarnandomi nei limiti di un corpo isolato e separato, destinato a morire, che tuttavia è in grado di pensare l’universo e di illuminarsi nella conoscenza.

– Quanto è importante il silenzio per la tua scrittura?

– Fondamentale. Dal silenzio, che fra l’altro è una della parole-chiave della mia poesia, procede l’anelito sublime che apre la visione metafisica, attraverso cui le cose vengono viste e comprese “sub specie aeternitatis”. Il silenzio è il nutrimento spirituale da cui edifica il suo slancio la parola. Tutta la mia poesia è in realtà una esplorazione del silenzio dove il silenzio stesso scoperchia segrete rivelazioni e si rivela a sua volta come “eco” dello spazio vuoto. In realtà solo il silenzio esiste davvero: quello dei secoli passati e degli spazi infiniti. Ma anche il silenzio della realtà possibile, che ancora è di là da venire o è imminente, sta per apparire sulla soglia. In silenzio trascorriamo almeno l’80% della nostra vita, prima di entrare nel buco nero del silenzio eterno dal quale proveniamo. Ecco spiegato il valore immenso della parola come resistenza, memoria, testimonianza. La nostra traccia di luce dentro l’infinito di quel nero.

 

(a cura di Raffaello Utzeri)

 

“Gateway to the fourth dimension” /cristina-polli.blogspot.it, 19 luglio 2017 – recensione a “Diario di un padre innamorato”

Non si sa come definirlo... più carnale o più spirituale, questo piccolo/grande libro di Marco Onofrio. Un’anima immortale scivola come una stella cadente giù dal cielo per incatenarsi sulla Terra al suo umano destino, attraverso l’incontro amoroso di un trepido ovulo di donna con uno spermatozoo molto sicuro di sé. Così vengono al mondo contemporaneamente non una, ma tre nuove persone: un padre, una madre, una bambina adorata. Non si era mai sentita tanta partecipazione di uno scrittore maschio a un evento ritenuto di esclusiva competenza femminile: la gravidanza, il parto, le varie fasi della crescita nella prima infanzia. E fa impressione la forza prorompente di questo giovane affetto verso una creatura così piccola e indifesa come solo una neonata può esserlo. Fino al punto che il lettore, sia pure con le lacrime agli occhi, si domanda: riuscirà mai da grande la bella Valentina a emanciparsene? Perché non sarà facile staccarsi da un primo amore che ti scrive: Ti amo con devozione e gratitudine perché mi hai scelto dall'aldilà - me, proprio me - fra miglioni di uomini al mondo. Nessuna donna potrà mai amarmi come te. Nessuna donna potrò mai amare come te. Il diario di Marco tratta con naturalezza argomenti delicatissimi, una materia difficile da maneggiare senza correre il rischio di cadere nelle paludi di una retorica sdolcinata. Ma lo scrittore è bravo a evitare la trappola mantenendosi su un piano concreto, nella grande espressiva semplicità dello stile, arreso al lettore e alle sue aspettative… fino a sfiorare le soglie del trascendente e una convinta intuizione del Divino. “La paternità come varco dell’invisibile” recita la bella dedica che Marco mi ha fatto sul suo libro. Vorrei ora, per ringraziarlo, dedicargli una mia piccola poesia, a dimostrazione di quanto gli amici possano trovarsi in sintonia senza neppure conoscersi.

 Avvento

 

Implosioni d’anni luce

             attraversando

     Ho superato mondi in discesa

           Risucchiati indietro nella creazione

                                   arretrando

          fino a questa

                               dimensione

                                             umana

 ..................... .................... ....................

pur essendo luce…

                   essendo pura luce.

 

Gli uomini del Rinascimento definivano la poesia “facitura di cosa che prima non era”. In questo senso il “Diario” di Marco è pura poesia, una cosa che prima di lui non c’era, una cosa nuova, originale. Nella commovente lettera alla figlia bambina Marco ha trovato il coraggio di aprire quel velo che spesso copre il cuore degli uomini (maschi) per offrirci, con una sorta di santa impudicizia, le sue emozioni più segrete. Ed è questo credo il prezioso tessuto da cui si riconosce la stoffa di un poeta.

Gianna Sarra

 

 

“Voce Romana”, luglio-agosto 2017, p. 45 – Recensione a “Diario di un padre innamorato”

Il miracolo della vita è epifania del divino, illuminazione dell’essere, espansione folgorante della facoltà di amare. La coscienza delle proprie capacità di generare – se è chiaro anelito nella natura stessa della donna – è sorpresa e rivelazione nell’uomo, che non sempre e tardivamente viene coinvolto nella “rivoluzione” parentelare e prende cognizione più dei limiti e degli obblighi che l’essere padre impone, che della sua profonda trasformazione interiore. “L’identità genetica di ciascuno di noi rappresenta la strozzatura della sua ‘clessidra’ esistenziale. Il punto dove il visibile si aggancia con l’invisibile. È lì che la nostra brevissima, risibile vita si apre a uno scenario infinitamente più vasto, per riconoscersi legata alla catena dell’opera vivente. Siamo limitati dalla materia, dalla carne, dal tempo: ma c’è qualcosa in noi – una goccia di luce metafisica – che trascende l’angustia dei nostri confini e ci fa partecipi dell’eternità. Un figlio, ecco, è la nostra goccia di eternità”. Un libro delizioso – Diario di un padre innamorato – questo “romanzo” di Marco Onofrio, un romanzo di penna e di cuore che tracima di sovrabbondanza d’amore tale da rendere l’autore un mistico del miracolo della nascita, un filosofo della paternità. Sarebbe limitativo definire il romanzo un “diario”. Percorrendo giorno dopo giorno l’esperienza unica e irripetibile di sapersi padre, Onofrio sa rendere partecipe il lettore del complesso cosmo che si va formando in lui, trasmettendogli emozioni e pensieri, preoccupazioni e meraviglie, sempre diverse e sempre nuove. Più che un diario è una lettera d’amore di un padre che di schianto si trova innamorato della propria creatura. Fin dal primo attimo, fin dal concepimento, dal momento stesso nel quale inizia la vita, quando ciò che non esisteva viene a mutare improvvisamente il futuro. Prenderne coscienza, sapersi tramite d’eternità, fautore e in qualche modo eletto per donare al mondo una nuova creatura, offre a Marco Onofrio la facoltà di comunicare un messaggio di speranza e di amore solo apparentemente rivolto alla figlia e a se stesso. Con prosa poetica, limpida e trascendente, Onofrio traccia il diagramma delle emozioni, scandisce gli attimi con misterico stupore e mette a nudo la “meraviglia” del miracolo della creazione, con tale sincera tenerezza da coinvolgere e commuovere anche chi padre non è. In un tempo nel quale si è perso non solo il sano sentimento della famiglia, ma persino l’importanza del “genere”, dell’unione originaria fulcro e seme generatore dell’Umanità, questa “preghiera” alla sacralità del vincolo d’unione e della nascita di una nuova creatura è un inno alla vita e alla speranza, un ringraziamento a Dio e alla Natura per tanta meraviglia. Il romanzo, accompagnato da un “Intermezzo” di Giovanna Pieroni e dal saggio “Padri dei nostri anni. Un viaggio” di Paolo Di Paolo, ha ricevuto immediato successo proprio per la sua originalità e il suo valore comunicativo, confermando Marco Onofrio quale scrittore e saggista di talento, oltre che sensibile poeta e “padre innamorato”. Per te che voglio essere migliore scrive Marco alla figlia (…) perché un figlio è la nostra goccia di eternità.  

Francesca Di Castro

 


ediletteraria.wordpress.com, 29 luglio 2017 - “Energie” di Marco Onofrio, il libro di un “guerriero” che non può rassegnarsi

Non appena finito di leggere il nuovo libro di Marco Onofrio, sono tornata a sfogliarne le pagine: una frase mi aveva particolarmente colpito nel racconto “Il lumpen”, quella finale: «Anch’io sono cambiato per sempre». Il percorso che Onofrio affronta nei cinquanta testi di Energie riguarda tutti, ma soprattutto l’autore che – attraverso mille metafore e mille pensieri, in movimento continuo tra reale e surreale – compie un moto di rotazione e rivoluzione intorno a se stesso. Forse Energie rispecchia e porta a conclusione l’esperienza traumatica che, nel corso degli anni, ha portato Onofrio a chiudersi al mondo, soprattutto ai bassi traffici che purtroppo ne decidono gli esiti, per aprirsi più esaustivamente alle verità integrali della scrittura, e anzitutto, cioè, alla sconfinata libertà della pagina bianca. Ogni frammento e ogni racconto di questo libro testimonia della sua insopprimibile volontà analitica, che lo spinge a passare al setaccio i comportamenti umani per coglierne l’essenza, la radice, l’origine segreta. Il suo sguardo tende per istinto (e lo ha dimostrato anche in altre opere) al rifiuto d’ogni ipocrisia, al disprezzo verso i prepotenti, alla nausea per la mediocrità burocratica, all’indignazione per i favoritismi e i costumi corrotti. Onofrio ha indole e tempra da guerriero: la sua integrità non gli consente di risparmiarsi né rassegnarsi contro le ingiustizie della vita. Molte delusioni deve certamente aver patito per nascondere il fuoco sorgivo del suo entusiasmo sotto la cenere del disincanto; ma è una brace segreta che da lì dentro, chiusa nel guscio protettivo di una sensibilità che per sovrappiù affettivo egli stesso auspicherebbe “senza cuore”, fa sentire in modo ancora più sottile e potente l’irradiazione delle sue “energie”. Forse lo scrittore si è chiesto in modo amletico: accettare il mondo e adattarsi, per non soffrire troppo, o continuare imperterrito a combattere, ad essere se stesso? La risposta è implicita: Onofrio non è riuscito ad assuefarsi, né mai lo potrà, giacché la sua coscienza non accetta compromessi a prezzo di umilianti disonori, per sé e per gli altri. Il tenace idealismo di cui è irrorata la struttura creativa di Energie mi ha ricordato il “Cyrano” di E. Rostand. Nel secondo atto del celebre capolavoro, il protagonista, nel quale Onofrio può per molti versi identificarsi, recita: «Pubblicare presso un buon editore, / pagando, i propri versi? No, grazie dell’onore! (…) Sudar per farsi un nome su di un piccol sonetto / anzi che scriverne altri? Scoprire ingegno eletto / agl’incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali, / lasciarsi sbigottire, pregare a mani tese: / Pur che il mio nome appaia (…) scriver suppliche, farsi qua e là presentare?… / Grazie, no! Grazie no! Ma… cantare, / sognar sereno e gaio, libero, indipendente, / aver l’occhio sicuro e la voce possente (…)». Valutazioni più squisitamente critiche circa l’originalità dei testi, sia sul piano dei contenuti sia sul piano della forma – con particolare riguardo alla dimensione tipicamente “onofriana” del lessico utilizzato, non privo di neologismi e termini onomatopeici, tratti da lingue immaginarie, e alla musicalità ritmica della prosa –, esulano dal piano tutto “introspettivo” perseguito da queste brevi note. Voglio solo aggiungere che i pezzi di Energie rispecchiano con spaventosa lucidità il pensiero sulla morte e l’esistenza, risalgono alle memorie sepolte del passato, anche quelle ancestrali, e si nutrono soprattutto di una surrealtà da cui scaturiscono metafore molto profonde e considerazioni emblematiche del Marco Onofrio di oggi e di sempre, se dobbiamo credere al prosieguo evolutivo di un uomo sceso in guerra e restatoci, malgrado il perdurare dei colpi subiti e inferti, per impossibilità di contravvenire alla propria irriducibile natura.

Patrizia Pallotta


ediletteraria.wordpress.com, 25 ottobre 2017 - Recensione a "Diario di un padre innamorato"

Diario, romanzo, confessione… tutto questo ma, con ancora maggiore convinzione da parte mia, lettera alla figlia, con l’accezione che a “lettera” veniva data nel Settecento, cioè totale abbandono alla verità dell’anima, a quell’impercettibile fermento interiore che detta le parole segrete delle emozioni e si fa, immediatamente, documento eterno della condizione umana. Mi sarebbe facile scomodare psicologi e maestri della spiritualità per illuminare alcune pagine di questo libro sapiente, per entrare nella luce (termine che ricorre costantemente nella sua scrittura) di un rapporto che non ha eguali e che, per un pudore raramente superato, come nel nostro caso, non ha avuto molta attenzione da parte degli scrittori, neppure nell’Ottocento romantico così radicato ad evidenziare i rapporti filiali soprattutto nella direzione dei rapporti del sangue. Marco Onofrio specifica che “L’uomo deve ‘imparare’ ad essere padre” e così la sua lettera alla figlia assume le sequenze di una educazione sentimentale di alto profilo, nella quale contano i minimi particolari, le sensazioni lievi, le percezioni accennate, le emozioni vissute sul filo del rasoio per evitare che fluiscano luoghi comuni e interferenze astratte. La prima carezza rubata è descritta come un dono ricevuto che sembra fare alitare la presenza di Dio in questo rapporto nel quale ogni cosa si sostanzia di “azzurro”, di “luce”, di “tenerezza”. Ed è forse per questo che la “paura di diventare padre” veicola “il mistero insostenibile del sacro” e fa dire al poeta Onofrio (sì, al poeta) che “la crescita dei primi anni assomiglia alla incerta e faticosa costruzione della primavera”. Il libro riesce a sintetizzare le preoccupazioni di un padre, a cominciare dal concepimento; lo fa con la certezza che davvero “ogni bimbo è messaggero del futuro” e con la consapevolezza che porre davanti al lettore, senza veli e senza letteratura, la tenerezza dell’amore più esclusivo possa servire a far meditare su un argomento che troppo a lungo era stato tenuto in disparte, se si esclude un’antologia – curata da Luciano Luisi – di poesie al padre. Non nascondo che leggendo Diario di un padre innamorato ho sentito con forza che si tratta di “un dialogo ineffabile” giocato sul registro degli “attimi smemoranti” e, sempre restando alle osservazioni di Onofrio, ho respirato luce, sono entrato in quel pulviscolo in cui il tempo non esiste e ogni cosa diventa “viventia” piena (come dice Miguel de Unamuno): totalità di senso e divenire.

Dante Maffìa

 


  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 





 

 

 

  

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    
 

 

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