INTERVISTA A MARCO ONOFRIO – EDILET

Interesse per gli autori emergenti”, “progetti editoriali specifici per i nuovi scrittori” sono modi di dire che possono significare tante cose. L’interesse per l’emergente o l’aspirante può concretizzarsi in mera “ottica-pecunia” (come guadagnare su), pubblicitaria (venite da noi che), oppure culturale. La casa editrice Edilet punta sui nuovi talenti. Come lo fa, con che spirito, quali sono gli strumenti che offre?

EdiLet nasce nel dicembre 2007 come settore letterario di una casa editrice già affermata nel panorama romano e nazionale: Edilazio. EdiLet è, infatti, l’acronimo di Edilazio Letteraria; ma si può anche leggere e intendere (come molti fanno) Edizioni Letterarie, o Edizioni Letteratura. Perché è alla Letteratura che ci siamo votati, anima e corpo, e che cerchiamo con passione di valorizzare. La parola d’ordine, da noi, è “selezione di qualità”. Pubblichiamo solo ciò che ci piace e in cui possiamo/vogliamo credere. In termini non necessariamente commerciali: altrimenti non si fa cultura. E noi, nel nostro piccolo, intendiamo farla. L’editoria, come diceva Aldo Manuzio, è mercanzia “d’onore” prima che “d’utile”.

 

Edilet è una casa editrice a pagamento? Quali sono le motivazioni che stanno alla base della scelta di far pagare o meno l’intero processo di pubblicazione del libro all’aspirante scrittore?

No, tendiamo a non chiedere contributi preliminari. Le dolenti note della piccola editoria, sia pur di qualità, sono nel problema della distribuzione. I grandi canali distributivi sono in mano ai grandi gruppi editoriali. I piccoli editori faticano a trovare spazi di esposizione, è una continua lotta su tutti i fronti. Noi siamo distribuiti da CDA, che porta i nostri libri nel circuito delle Feltrinelli e delle Arion. Ma la saturazione del mercato spinge le librerie a centellinare gli ordini e ad opporre una controspinta spesso letale alla entusiastica pulsione creativa dell’editore. Se io credo fermamente nel talento di un autore sconosciuto, altrettanto non fa (non è in grado di fare) la libreria. I libri trovano spazio in ragione di due parametri: l’argomento interessante e il nome dell’autore, la sua riconoscibilità pubblica. E’, questa, la semplice risultanza del mercato: la gente non acquista un libro finché non conosce e/o riconosce l’autore per averne sentito parlare a livello pubblico (preferibilmente in TV). Se il libraio prova a credere nel talento sconosciuto, poi è puntualmente costretto a ricredersi: i volumi restano invenduti, ed è costretto – nel giro di qualche mese – a renderli. La situazione è, per certi versi, disperante. Per questo, onde cautelarsi, molti editori preferiscono chiedere il contributo direttamente all’autore. Entro certi limiti occorre capirli: pubblicare un libro costa parecchi soldi (impaginazione, grafica, bozze, carta, stampa, distribuzione) che non sempre rientrano nei tempi e nei modi dovuti. Ripeto, però: entro certi limiti. Un conto la richiesta di un contributo equo; un altro la pretesa esosa di chi vuole guadagnare in anticipo sulle spalle dell’autore. Noi di EdiLet abbiamo non dico risolto, ma contenuto il problema con la tiratura limitata e controllata. Invece di stampare le classiche 1000-2000 copie, che poi rimangono in gran parte immagazinate e dopo un paio d’anni vanno al macero (che strazio!), puntiamo su un numero di 350-500 a volta. Il che permette di decurtare in modo significativo l’investimento iniziale, senza gravare sulle tasche dell’autore, e di andare di nuovo in tipografia, per successive ristampe, non appena si approssimi l’esaurimento della prima tiratura (coperta nel frattempo dalle vendite). C’è poi, a parziale supporto, il canale delle vendite on line, sia direttamente, tramite il nostro sito, sia tramite canali specializzati come ibs, unilibro, libreria universitaria etc.  

Vi arriva un manoscritto da parte di uno studente. Dalle prime pagine capite che ha talento, fantasia, guizzo verbale, conoscenza, ma la struttura del romanzo è carente di tecnica, oppure ha un forte bisogno di revisione sintattica. La scelta di Edilet su cosa cade? Pubblica il libro esattamente così com’è eppure chiama il giovane e avvia con lui un processo di miglioramento del testo e crescita del talento dello scrittore? Esiste l’interesse verso il miglioramento (o il potenziamento) delle qualità scrittorie del “candidato alla pubblicazione” oppure è un argomento di cui la casa editrice non si cura particolarmente?

Il talento è necessario ma non sufficiente. Scegliamo il talento, senza dubbio, ma poi ci impegnamo a dirozzarlo, a raffinarlo, a ottimizzarlo. Chiamiamo decisamente l’autore e avviamo insieme a lui il processo di editing che il testo volta a volta richiede prima di venir pubblicato. Non andiamo mai in stampa prima di essere affatto convinti di ciò che stiamo per “battezzare”. Questo anzitutto per due motivi: vogliamo andar fieri del nostro catalogo per renderlo sempre migliore (e viceversa); vogliamo essere sicuri del valore di ciò che andremo a presentare. Come non vergognarsi nel presentare in pubblico un libro mediocre? In quei casi è l’editore, in primis, che fa una brutta figura. Non ha saputo scegliere. Non è stato “editore”.  

Per una casa editrice quanto è importante la riflessione sulla cultura che propone attraverso le scelte editoriali? Come si può “fare cultura” attraverso gli emergenti? E’ davvero “morta” la cultura e l’interesse per i libri? Gli aspiranti scrittori che Lei ha conosciuto quanto interesse hanno mostrato per la cultura? Ne avevano? La utilizzavano per arricchire i loro testi?

Direi che è fondamentale. Si fa cultura proprio attraverso le scelte editoriali. L’editore non può permettersi di non essere un intellettuale. E, nell’esserlo e nel farlo, diventa “autore di autori”. In quest’ottica, il catalogo è una sorta di macrotesto; i testi sono le collane (ciascuna con un indirizzo, un intendimento, una linea creativa); i microtesti sono i volumi pubblicati. Si deve fare cultura attraverso gli emergenti, dando loro la possibilità di crescere e di guardare al futuro, di cui sono messaggeri e prossimi testimoni. L’editore deve contribuire ad estendere gli spazi di espressione e comunicazione. Deve scavare il terreno della frontiera, aprendo nuovi varchi. La cultura, il libro e l’interesse per il libro non sono morti; né – voglio credere – lo saranno mai, fin quando potremo dirci umani. Vivono però in maniera ciclica, secondo corsi e ricorsi storici, come tutte le cose immerse nel tempo. E’ frequente purtroppo trovare aspiranti scrittori che si ritengono presuntuosamente avulsi dalla fruizione culturale. Credono di poter scrivere senza conoscere, senza avere cultura. Si scrive molto più di quanto si legge: è vero, ho spesso modo di constatarlo. Ed è, a ben guardare, uno dei motivi per cui il mercato risulta saturo di proposte e ingolfato a livello di vendite. Come è possibile concepire uno scrittore che non sia anzitutto lettore forte, ovvero fruitore del mondo cui vorrebbe appartenere in prima persona? Stento a comprenderlo.

Su internet esistono molti blog scritti da (sedicenti) poeti. Più di una volta ho avuto la sensazione che l’arte poetica che millantavano fosse un semplice “andare a capo”. Discutendone con i diretti interessati, mi sono imbattuta spesso nell’assioma “la retorica è trapassata, non siamo più al tempo dei sonetti, adesso non serve più conoscere la metrica, sono cose da giurassico”. Qual è il suo pensiero al riguardo? E’ proprio vero che studiare le basi non serve?

Credo che non basti “andare a capo”. La “retorica” (nell’accezione positiva del termine), la tecnica del verso e la scansione metroritmica sono stimoli fondamentali alla creatività stessa del poeta. Libertà e arbitrarietà indiscriminate nuocciono alla scrittura. E’ dalla regola autodeterminata che nasce la libertà autentica e può dispiegarsi l’originalità, il segreto dello stile. E’ impensabile un poeta privo di strumenti critici, di consapevolezza, di cultura. Sono i “ferri del mestiere” senza cui, appunto, il mestiere non esiste. L’“ispirazione” priva di supporti è vana, è nulla. La volontà poetica, in questi casi, non può dispiegarsi come richiede: si resta allo stadio della velleità, che non produce effetti di consistenza. So che molti considerano certe cose superate. E infatti si leggono pletore di versi inautentici, inefficaci, banalmente rimasticati: sostanzialmente inutili.

Ungaretti e Roma” è una delle più belle biografie che io abbia mai letto. Che cosa Le ha dato Ungaretti, in questo meraviglioso viaggio dentro il suo mondo? Che cosa Le ha lasciato? Qual è la fonte di tanta poesia nella sua stessa prosa? Tutti i capitoli erano ricchi di acume e umanità. Com’è riuscito ad arrivare “in questo approccio”?

 Grazie per i complimenti! Ungaretti è un poeta che amo da sempre. Averlo attraversato come uomo e come artista mi ha lasciato dentro emozioni indelebili. E lieviti creativi. E un sentiero di luce. E un senso di gratitudine, di amore. Scrivere un saggio su un autore significa entrarci in contatto abissale, captarne le vibrazioni, “sentirlo” per vie misteriose. Se l’autore non è più materialmente vivo, è una specie di seduta spiritica, di presa rabdomantica. Se c’è poesia nella mia prosa è forse perché, come scrittore - e ho pubblicato finora quattordici libri, anche di narrativa, teatro e, appunto, critica letteraria - sono principalmente e istintivamente poeta. Nello sguardo. Nell’attitudine. Nella concentrazione linguistica. Non potevo parlare umanamente di Ungaretti, attraverso la cartina di tornasole della sua esperienza romana, senza abbracciare forme di “consonanza”, raggiungendo una giusta predisposizione e dunque mettendomi nelle condizioni più adatte per portare a termine l’impresa. Credo che lo studioso, pur mantenendo il massimo rigore, debba farsi interprete, non solo esegeta. Come un attore: un mimo dell’invisibile. Ecco: il critico come “ventriloquo dell’autore”, mi piace questa idea. Solo così la pagina può liberare il calore vero della vita, senza cui, in ultima analisi, tutta la letteratura non avrebbe senso.          

Carolina Venturini

 

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