La dominante, Roma, Sovera Editore, novembre 2003;

Prefazione di Aldo Onorati;

Pagg. 80;

Genere: teatro;

Immagine di copertina: “Medusa”, olio su tela del Caravaggio.


Tragicommedia grottesca e “crudele”, in tre atti, focalizzata sulla ferma ribellione di una donna (Milla) al proprio marito (Bruno) e alla di lui madre. Mossa da un rancore e un odio quasi inestinguibili, la protagonista decide di vendicarsi delle terribili violenze fisiche e psicologiche perpetrate contro di lei, a suo dire, da entrambi. Si assiste così ad una sorta di psicodramma (con tanto di Psichiatra a presiedere e supervisionare, occulto ma inefficace regista), che conduce infine il male, con la catarsi dell’ultimo atto (vero e proprio esorcismo liberatorio), alla consunzione di se stesso, sì, ma anche al suo fatale compimento.

 

Un dramma a tinte fosche, scavato nella carne dell’animo umano, che pone un “problema scottante, irrisolto dalla società e taciuto dal perbenismo generale”, ovvero quello della famiglia di origine che “si frappone materialmente o mentalmente (o entrambe le cose) alla crescita della coppia, generando quell’antico duello a priori suocera-nuora, ove il conflitto pone nel mezzo il povero figlio-sposo, con conseguenze disastrose per il matrimonio” (Onorati). I 4 personaggi sembrano segnati da un fato ineluttabile, come burattini privi di libero arbitrio; e tuttavia vivono intensamente sulla scena, torturandosi a vicenda senza requie, scorticandosi e sanguinando, fino alla polpa viva, pur di arrivare all’anima, al cuore più profondo delle cose. Una vicenda che vuole scuotere, lacerare, spossare la coscienza di chi legge (o assiste), proponendosi come paradigma antropologico universale, tanto più valido in una cultura dalle radici profondamente mediterranee come la nostra.

 

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