Autologia, Roma, Sovera Editore, marzo 2005;

Prefazione di Aldo Onorati;

Postfazione di Franco Campegiani;

Pagg. 96;

Genere: poesia;

Immagine di copertina: “Hand mit spiegelnder Kugel”, litografia di M.C. Escher.

Con Autologia si passa dal cielo interiore di Squarci d’eliso alla terra carnale di uno sguardo più intensamente umano, messo a fuoco sul tessuto minimo dell’esistenza, notomizzata come problema per molti versi insolubile, nel censimento dei suoi termini-base, alla ricerca di confini e coordinate.

Come nella litografia di Escher riprodotta in copertina, provo a tenere la mia vita, ovvero la mia interna e più profonda identità (estratta faticosamente e dolorosamente da me stesso), sulla “punta delle dita” per osservarla – bolla riflettente – e specchiarmi nella sua liquida, enigmatica e un poco deformante sfericità. 50 poesie, anche in questo caso, che nascono dalla trama fittamente intessuta di un dua-logo - serrato e rigoroso, oltre ogni riparo di umana convenzione - tra Io e Sé, maschera e volto, corpo opaco di carne e scintilla d’anima e luce: ovvero tra esistenza psichica e intuizione metapsichica, innestate entrambe sulla certezza, confortante per molti versi, del puro dato biologico, che in noi si riproduce e rappresenta (il fenomeno Vita). Il Sé che guizza dallo scavo implacabile dell’Io potrebbe essere assimilato a una sorta di daimon socratico, come bene intuisce Campegiani in Postfazione: un doppio di me stesso “navigante nei cieli infiniti, diverso dall’io cosciente ed inconscio legato al piano fisico, o psichico che dir si voglia”. Tutto è in bilico, in fragile equilibrio, sull’eraclitea “armonia dei contrari”, da me faticosamente lanciata – a mo’ di sfida – oltre gli acquitrini del relativismo più estremo, del dualismo razionalistico, del sofismo vano e inconcludente. Nella consapevolezza che c’è, comunque c’è, la maestà ignota e inafferrabile della Verità, e che non possiamo negarla solo perché, pur avendola (in noi e con noi), non ci è dato possederla (se la nomini svanisce, infatti, come il silenzio), il lettore può assistere a una continua, infinita riemersione dell’Ulisse guerriero e lupo di mare dalla sconfitta del dolente e fascinoso Orfeo - e viceversa, in un processo di mutua alternanza, di equa, autocentrica complementarità.
Pur essendo per molti versi una continuazione del percorso inaugurato con gli Squarci, “Autologia” offre una linea poetica più asciutta, nervosa, terrena, orizzontale, in un dire giocato fra la nausea generata dalle diverse cloache dell’uomo (demistificate, peraltro, coperte volentieri di ridicolo, sottoposte a una feroce parodia), e il risorgente impulso agonistico di “sperimentare il mondo, di sfidarlo e viverlo per le stesse esigenze evolutive della spiritualità” (Campegiani).

 

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