LIBRI PUBBLICATI


La nostalgia dell'infinito. Antologia poetica con inediti (2001-2016), Roma, Ensemble, marzo 2016

Pagg. 176

Genere: poesia

Immagine di copertina: "Impermanenze" (2013), di Antonella Catini



nostalgia Per assemblare questa antologia ho selezionato e revisionato (con tagli e varianti di scrittura) le liriche più rappresentative del mio itinerario poetico, dal 2001 a oggi (2016). La disposizione dei 90 testi qui raccolti segue un criterio sommariamente cronologico, sia pure con alterazioni dell’ordine per opportunità di accostamenti o blocchi tematici (come quello marittimo nelle pagine mediane), secondo un tracciato circolare, o meglio ondulatorio, che riprende e ripropone continuamente, variandone l’offerta, i nuclei “a grappolo” di alcune perduranti suggestioni fondamentali. Il tema fondamentale che ritengo individuabile dal complesso della mia opera in versi è, probabilmente, il rimpianto della totalità perduta con l’esperienza della nascita, e dunque lo struggimento nostalgico per l’infinito. È proprio questo anelito sublime ad aprire la visione metafisica del mondo, la ricerca dell’invisibile, il colloquio dell’essere con il non essere, la cogitazione profonda sui “perché” inspiegabili della nostra esistenza. È una ricerca che, alla luce dei dieci libri di poesia finora pubblicati, si configura nei termini di un itinerario di appercezione metafisica fondato sull’ascolto dell’essere, sull’accoglienza delle sue rivelazioni, sul distillato di ricchezza spirituale che l’esplorazione del silenzio può nutrire quando “suona” come eco dello spazio vuoto.

 

Giorgio Caproni e Roma, Roma, Edilazio, dicembre 2015

Presentazione di: Renato Minore

Pagg. 160

Genere: saggistica letteraria

Immagine di copertina: Giorgio Caproni visto da Franco Zampetti


Caproni

Come sarebbe stato il percorso di Giorgio Caproni – uno dei maggiori poeti italiani del ʼ900 – se non fosse venuto a Roma? Quali conseguenze sono derivate da quella scelta? Che cosa sarebbe stata, senza Roma, la poesia di Caproni? «A Roma giunsi quando ormai ero uomo fatto. Trovo dunque naturale che Roma abbia lasciato minori tracce nella mia poesia». L’evidenza farebbe credere che è Genova la città-motore della poesia di Caproni; e invece è Roma, anche se in un modo più nascosto e sottile: la città che più di qualsiasi altra lo rende “spatriato”, e dunque poeta. Roma è importante per Caproni: non solo e non tanto per le opportunità culturali che sa offrirgli, quanto e soprattutto perché si rivela congeniale al suo bisogno di essere poeta, o meglio: di diventare il poeta che è, propiziando il sorgere del “canto”. Roma induce e rappresenta lo spaesamento che, nel distacco dalle origini, gli fa toccare il vuoto creativo: ovvero la dimensione dove, da un lato, catturare e precisare meglio le proprie voci, rivisitando i luoghi e i fatti del tempo attraversato; dall’altro, trafiggere l’angoscia e la desolazione di cui è preda la coscienza dell’uomo contemporaneo. Roma è perfetta per coincidere con la posizione malinconica dell’esule che ricorda, rimpiange, sospira: una posizione favorevole quant’altre mai alla coltura e alla potente ramificazione del germe poetico.

Il volume analizza, con esaustiva ricchezza documentale, l’esperienza biografica di Caproni a Roma, le sue immagini della città, le sue idee di Roma; quindi la presenza censibile di Roma nella sua Opera, le tracce non marginali che vi ha lasciato, ma soprattutto il ruolo che Roma ha svolto nel forgiare la maturità dello sguardo di Caproni e nel determinare le condizioni umane, psicologiche e culturali da cui è scaturita la sua poesia.


«… Marco Onofrio scrive parole assai pertinenti nel suo racconto critico che è anche un prezioso avvio alla lettura caproniana, grazie alla misura del poeta che anch’egli è, alla precisione per nulla “tecnica” o critico-gergale con cui egli conduce le sue analisi».

(dalla Presentazione di Renato Minore)

 

 
Ai bordi di un quadrato senza lati, Milano, Marco Saya Edizioni, aprile 2015Ai bordi di un quadrato senza lati
Prefazione di: Fabio Pierangeli
Pagg. 80
Genere: poesia
Immagine di copertina: D. M. Mackay, “Figura con raggi”, 1957  

 
 

Prosegue e si precisa ulteriormente, con questa silloge, la ricerca metafisica che da anni sto conducendo in poesia. Sono sempre più convinto che la poesia non debba rinunciare alla “trascendenza”. Il poeta obbedisce a un senso di “nostalgia dell’assoluto” che lo veicola a dragare gli strati opachi del mondo (anche quello infero), portandoli alla luce, per ricostruire il volto della forma pre-natale: come in un ricordo senza tempo. Il “segno” estetico è la cerniera dei mondi, il confine con l’informe e l’invisibile. Il poeta (e l’artista in genere) percorre questo confine, aprendo varchi ed esplorando spazi. La sua avanguardia è carica di retroguardia: il bagaglio ontologico di “strumenti umani” con cui scardinare le serrature del vuoto e “costringere” il silenzio alla parola. Le 38 composizioni raccolte in “Ai bordi di un quadrato senza lati” cercano – fin dal titolo paradossale – le radici dell’infinito invisibile, nel “campo aperto” del divenire, del rischio, dell’esistenza.

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